Chieti. Anziana muore al PS, per famigliari è malasanità ma il primario sbotta: “Basta accuse infamanti”

Chieti. Anziana muore al PS, per famigliari è malasanità ma il primario sbotta: “Basta accuse infamanti”

Chieti. Anziana muore al PS, per famigliari è malasanità ma il primario sbotta: “Basta accuse infamanti”
I giornali citano i parenti e dicono che la donna è stata “trovata morta” sulla barella dove stanziava da 3 giorni. Il Codici presenta un esposto. Il primario Emmanuele Tafuri interviene: “Non posso accettare, pur nel rispetto del dolore, una ricostruzione dei fatti non veritiera, e respingo le accuse di aver lasciato la donna nell’abbandono. E’ un oltraggio al lavoro svolto ogni giorno in condizioni difficili, nei reparti e in PS, dove l’impegno è massimo da parte di medici, infermieri e Oss”.

“Trovata morta dopo tre giorni in barella”. Titolano per lo più così i giornali che riportano la notizia di una anziana di 82 anni morta al Pronto Soccorso dell’ospedale di Chieti. Una morte tra l’incuria, che forse si poteva anche evitare, secondo quanto riportato, anche sulla base delle dichiarazioni di alcuni parenti dell’anziana riprese dai giornali. Interviene anche il Codici, che presenta un esposto alla procura per “fare luce su una vicenda piena di ombre”. Ma il primario del PS Emmanuele Tafuri, interviene per smentire ogni presunta accusa di malasanità: “La famiglia a caccia di colpevoli, basta accuse infamanti”, si legge in una nota diramata dalla Asl.

Quello letto sui giornali è infatti, per Tafuri, “un racconto che stravolge la realtà dei fatti, anche se dettato da una componente emotiva comprensibile”. Il primario prosegue, dunque, con l’esposizione di quanto accaduto nei tre giorni in PS che hanno preceduto il decesso della donna.

“La donna è arrivata da noi il 9 maggio alle ore 21.00 con dolore addominale e vomito e parametri vitali nella norma – spiega -. E’ stata visitata dal medico di turno che ha rilevato una sepsi in presenza di una pregressa insufficienza renale e altre patologie rilevanti. La Tac addome e le consulenze specialistiche a cui è stata sottoposta, di tipo urologico e nefrologico, hanno poi confermato un quadro iniziale di infezione clinicamente stabile. La paziente, nelle ore e nei giorni a seguire, ha ricevuto cure farmacologiche e assistenza continua, pur restando nell’Osservazione temporanea del Pronto Soccorso per mancanza di posti letto in area Medica. Ai famigliari è stato autorizzato l’ingresso, con specifico permesso, per stare accanto alla donna anche nella condizione non molto confortevole di degenza in barella, che in situazioni di particolare affollamento resta comunque una soluzione che permette di accogliere i malati. Il decorso si è rivelato poi positivo, la risposta alle cure era buona e in accordo con la famiglia si era ipotizzata una eventuale dimissione, sulla quale è intervenuto un nuovo episodio di vomito che ha fatto rilevare un iniziale aumento della flogosi. Si è così deciso di trattenerla ancora in Pronto Soccorso in attesa di un posto letto per ricovero in reparto, e ha ricevuto sempre, e sottolineo sempre, assistenza medica e infermieristica continua”.

Il 12 maggio, racconta Tafuri, “le condizioni erano stabili, ed è stata rivalutata per ben 3 volte, sempre in attesa del posto letto. Alla sera la donna ha accusato un malore proprio mentre il figlio era in visita, ed è stata sottoposta immediatamente a manovre rianimatorie dal personale del Pronto Soccorso e della Rianimazione, che non sono bastate a salvarle la vita. Era stata monitorata due ore prima e mai lasciata senza assistenza”.

“Non posso perciò accettare, pur nel rispetto del dolore – dichiara con fermezza il primario – una ricostruzione dei fatti non veritiera, e respingo le accuse di aver lasciato la donna nell’abbandono. E’ un oltraggio al lavoro che viene svolto ogni giorno in condizioni difficili, di sovraffollamento nei reparti e in Pronto Soccorso, dove l’impegno è massimo per dare risposte a tutti da parte dei medici, degli infermieri e degli Oss. La perdita di un famigliare non legittima nessuno ad attribuire colpe e responsabilità a operatori sanitari che fanno il proprio dovere cercando di dare il massimo, anche a fronte di situazioni critiche come la mancanza di posti letto e un organico che sembra non bastare mai a fronte dell’afflusso di utenti nel nostro Servizio”.

“Non siamo eroi – chiarisce ancora Tafuri -, non lo siamo mai stati nemmeno quando venivamo definiti tali, perché facevamo solo il nostro dovere per salvare vite altamente a rischio in pandemia, ma passare ora per carnefici proprio no. La morte improvvisa di un paziente anziano in equilibrio precario per più patologie può avvenire anche in un ospedale, e non la si può addebitare alla negligenza degli operatori sanitari. La ricostruzione dei fatti è puntualmente documentata nel diario clinico della paziente, c’è tutto scritto. Il resto si qualifica come caccia alle streghe”.

Per fugare qualsiasi ombra e a tutela degli stessi operatori del Pronto Soccorso lo stesso Tafuri ha richiesto l’autopsia.

22 Maggio 2023

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