Castrazione chimica: troppe domande poche certezze

Castrazione chimica: troppe domande poche certezze

Castrazione chimica: troppe domande poche certezze

Gentile Direttore,
sempre più frequentemente social media e TG, diffondono notizie di violenze femminili e stupri. Di tutta risposta una fazione del governo propone, agendo con un disegno di legge, di punire i carnefici con la cosiddetta castrazione chimica.

La castrazione chimica prevede l’utilizzo di prodotti medicinali quali leuprolide acetato o medrossiprogesterone. Questi farmaci, impiegati nella normale pratica clinica per il trattamento di patologie gravi (ad es. tumore alla prostata), agiscono bloccando la produzione di androgeni (ormoni maschili) in particolare LH luteinizzante che stimola la funzione testicolare, contrastando, così, la crescita della massa neoplastica. L’interruzione della produzione di testosterone provoca, così, una conseguente atrofia testicolare. Come ogni trattamento, non è esente da effetti collaterali, e tra questi si annovera ginecomastia e diminuzione libido (calo del desiderio sessuale). Ed è proprio in virtù di questo effetto che il legislatore è intenzionato ad introdurre la pratica per punire chi si macchia di reati sessuali.

Anzitutto c’è da chiarire un aspetto fondamentale: la castrazione chimica non è un’operazione irreversibile al contrario di quella chirurgica che prevede la rimozione dei testicoli. In questo caso, sospendendo la somministrazione del farmaco il livello di testosterone nel sangue torna a livelli fisiologici.

Fisiologicamente il calo del desiderio, si traduce in una rimodulazione delle fantasie sessuali e una riduzione dell’eccitazione con conseguente difficoltà ad avere o mantenere l’erezione (impotenza).

Tuttavia, bisogna considerare degli aspetti che potrebbero sfuggire ai meno informati:
1) durata del trattamento ed effetti collaterali;
2) neurofisiologia.

Il desiderio sessuale non dipende unicamente dalla produzione ormonale ma è adiuvato da una forte componente psichica “non testosterone-dipendente”, che può essere influenzata dall’ambiente in cui si vive e da stimoli esterni soprattutto “mediatici”.

Inoltre, alcuni ricercatori sostengono che il calo della libido non sia necessariamente collegato alla riduzione di atteggiamenti sessuali inappropriati, in quanto anche un debole stimolo cerebrale non suscettibile trattamento farmacologico, può comportare la necessità di una maggiore stimolazione esterna creando, così, un circuito definito “feedback”. Tale corto circuito può essere alla base di atteggiamenti di “vendetta” contro chi ha imposto la terapia, cagionando danni alle vittime in altri modi. Il trattamento farmacologico è connesso, inoltre, ad altre annose questioni quali il costo, non indifferente per i contribuenti, e l’efficacia a lungo termine che non ha una tempistica.

Qualche altra domanda è d’obbligo:

  • Per quanto tempo al “condannato” sarà somministrato il farmaco?
  • Quali strategie saranno applicate per evitare che farmaci “antagonisti” del trattamento arrivino dal mercato nero?
  • In che modo sarà possibile arginare i danni psichici che tale pratica provocherà nel “condannato”?
  • Come si interverrà sugli effetti collaterali che la castrazione chimica comporta? Consideriamo ad es. lo sviluppo di ginecomastia, ovvero la crescita delle ghiandole mammarie, che potrebbe scatenare gli atteggiamenti di vendetta di cui sopra.

Infine, qual è la percentuale di fallimento del trattamento farmacologico? È sempre una terapia vincente?
A quest’ultima domanda, in realtà, si può già dare una risposta: no!

Da alcuni studi statunitensi sui comportamenti di pedofili trattati con castrazione chimica, si evince che non sempre la riduzione dei livelli di testosterone è sufficiente ad inibire il comportamento maniacale e violento, poiché, come precedentemente detto, implica anche una via non testosterone-dipendente ma che coinvolge i circuiti della gratificazione; l’accettazione di tale terapia, che negli USA non è classificata come TSO, (trattamento sanitario obbligatorio), avviene spesso con lo scopo di ottenere uno sconto della pena, effettuandola poi in modo saltuario o ricorrendo a formulazioni alternative di testosterone, non presenti nei canali ufficiali di vendita e distribuzione, per rendere il trattamento inefficace.

Alla luce di quanto esposto, ritengo che la proposta di castrazione chimica verso carnefici che si macchiano di reati sessuali non sia una pratica corretta né di semplice gestione, non sempre efficace e risolutiva. Inoltre, considerato che la castrazione chimica prevede l’impiego di farmaci steroidei antiandrogeni al di fuori delle indicazioni terapeutiche approvate potrebbe risultare in disaccordo con quanto contenuto nell’art. 13 della Costituzione: “È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”, delineando atteggiamenti che travalicano i confini della tortura e quindi non consentiti nel nostro Paese. Questa pratica, presenta ancora oggi molte ombre e pochi risultati tangibili, anche in termini di deterrente: nei paesi dov’è praticata il numero di reati sessuali resta costante o addirittura in aumento.

Tuttavia, come accade sovente, pur di far felice una fetta di popolazione, per lo più quella non o mal informata, ci si perde nella pseudoscienza dando vita a parole e idee prive di base scientifica.

Dott. Massimiliano Bruno Cinque
Dottore in Farmacia

04 Settembre 2023

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