Incontinenza. Il disagio si combatte anche con la riabilitazione

Incontinenza. Il disagio si combatte anche con la riabilitazione

Incontinenza. Il disagio si combatte anche con la riabilitazione
Per gli esperti l’importante è non nascondere il problema. Tra le soluzioni meno invasive, consigliate dalla Fondazione italiana continenza, c’è anche la terapia riabilitativa: un insieme di tecniche che possono portare alla risoluzione del disturbo.

C’è chi pensa già alla stagione invernale sugli sci, chi vorrebbe tornare in palestra, chi sta per rientrare al lavoro dopo una gravidanza ma non può, perché frenata dal problema delle perdite incontrollate di urina. In questi casi la rassegnazione non deve prendere il sopravvento: a volte per risolvere i disagi dell’incontinenza urinaria e per migliorare la propria qualità di vita basta parlarne con uno specialista, che potrà consigliare la strada più adatta per eliminare il problema. “Troppo spesso si cerca di nascondere il disturbo – ha spiegato Antonella Biroli, fisiatra dell’Ospedale San Giovanni Bosco di Torino – affrontare subito il problema, rivolgendosi allo specialista più appropriato, significa essere già a metà dell’opera. Le soluzioni possono essere diverse, una di queste è rappresentata dalla terapia riabilitativa, che è l’insieme di tecniche non invasive che possono portare alla risoluzione del problema”.

Riabilitazione significa infatti “recuperare le abilità perse” e nel caso specifico dell’incontinenza urinaria e delle disfunzioni del basso apparato urinario. Il riabilitatore è colui che guida la persona nel percorso di recupero della funzione “continenza”, di una più elevata qualità di vita e di un generale miglioramento del proprio benessere. “Nel percorso riabilitativo sono molti gli attori coinvolti, ognuno per le proprie competenze: il medico urologo, il medico fisiatra, l’infermiere professionale, il fisioterapista – ha  aggiunto Biroli – ognuno di loro collabora al recupero funzionale in un percorso che, partendo dalla valutazione clinica, passa attraverso la diagnosi, il counselling infermieristico e arriva alla riabilitazione del pavimento pelvico eseguita dal fisioterapista”.

Ma qual è il compito del riabilitatore, nello specifico quello del fisioterapista, e come avviene il recupero funzionale? Elena Bertolucci, fisioterapista dell’Unità Spinale e dell’ambulatorio di Uroriabilitazione dell’Azienda Ospedaliera Cto – Maria Adelaide di Torino, ha così risposto alla domanda di molte persone: “Il fisioterapista innanzitutto deve sapere stabilire un rapporto empatico con il paziente e, in collaborazione con l’equipè di urologi, fisiatri, infermieri, ha il delicato e importante compito di guidare il paziente al recupero funzionale. Questo percorso – ha proseguito – si attua attraverso varie fasi complementari e inscindibili: il coinvolgimento consapevole dei pazienti, in quanto la riuscita del trattamento e del mantenimento dei risultati dipende molto dalla loro collaborazione; la spiegazione relativa all’anatomo-fisiologia del pavimento pelvico e del basso apparato urinario per agevolare la comprensione e l’attuazione del percorso riabilitativo; la correzione delle cattive abitudini minzionali attraverso la compilazione del diario minzionale e la compilazione di questionari sia sull’entità delle perdite di urina che sulla qualità di vita; la valutazione funzionale; la valutazione posturale; il trattamento individualizzato sulla base delle valutazioni effettuate; la verifica dei risultati nel breve, medio e lungo periodo”.

A volte il problema è legato alle disinformazione. “Chi soffre, spesso momentaneamente, di incontinenza a causa di un intervento chirurgico, trova lungo il proprio percorso post-chirurgico una struttura in grado di indirizzarlo verso la riabilitazione – ha concluso Bertolucci – le persone che soffrono di incontinenza in momenti particolari della propria vita, spesso sottovalutano il problema, non trovano l’interlocutore giusto o vengono indirizzate verso la struttura sbagliata o non adeguata. In questo modo si perde tempo prezioso e, sovente, si può creare un circolo vizioso di inadeguatezza e mortificazione, fino ad arrivare alla depressione”.

29 Ottobre 2012

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