Fine vita e suicidio assistito, sgombriamo il campo da equivoci

Fine vita e suicidio assistito, sgombriamo il campo da equivoci

Fine vita e suicidio assistito, sgombriamo il campo da equivoci

Gentile Direttore,
dobbiamo preliminarmente osservare che siamo senza dubbio contenti quando si sviluppa un dibattito su un tema così rilevante come quello del suicidio assistito. Su QS, recentemente, hanno affrontato il tema, su fronti contrapposti, due componenti di spicco del CNB, i professori Morie Razzano. Si tratta di un tema che riguarda radicalmente scelte etico/religiose e che rischia quindi di risentire di pregiudizi che nulla hanno a che vedere con una visione obiettiva (non vogliamo dire ‘scientifica’) delle questioni esaminate.

Sappiamo bene, d’altronde, come la questione del suicidio assistito riguardi ineludibilmente, in Italia e nel mondo, le leggi e i tribunali. I professori Mori e Razzano, fra l’altro, se ne sono occupati proprio a partire da una recente sentenza CEDU. Non vogliamo certo scotomizzare l’inevitabile influenza che, in tutte le culture e in tutti gli Stati, anche non ‘integralisti’, le credenze religiose esercitano sulla messa in forma delle disposizioni legali.
È vero, in uno Stato laico ci aspetteremmo che si legiferasse etsi Deus non daretur. Con Lacan, però, siamo perfettamente convinti che, “alla concupiscenza che brilla negli occhi del vecchio Karamazov quando interroga il figlio: «Dio è morto, allora tutto è permesso», [l’uomo moderno…] risponda […]: «Dio è morto, più niente è permesso»”. Occorre però sperare, tenendo ferma questa inevitabile influenza, in un progressivo avvicinamento delle disposizioni legali agli elementi oggettivi, e non pregiudiziali, delle questioni che le leggi intendono normare.

A proposito del suicidio assistito, vorremmo sgombrare il campo da taluni equivoci. Gli scriventi, nel dicembre 2023, si sono pronunciati molto chiaramente contro il suicidio assistito dei pazienti affetti da disturbi mentali come uniche diagnosi. Abbiamo però sempre compreso e giustificato il pacato invito che ci rivolgeva, anni addietro, il padre di uno di noi, un medico specialista in pneumologia e anestesia: “Se dovessi avere un cancro incurabile ai polmoni, inoperabile e con metastasi; se cominciassi ad avere dolori e disturbi che io giudicassi non sopportabili, lasciatemi per favore a disposizione tutta la morfina possibile e sappiate di avere fatto in questo modo ogni cosa che potevate fare per me”. Quel padre non è morto di un cancro ai polmoni e non si è iniettato un bolo di morfina sufficiente per suicidarsi; se ne è andato invece, per una morte improvvisa, a una età veneranda. Noi comunque, da medici, se si fosse trovato nelle condizioni fisiche che paventava, volentieri gli avremmo messo a disposizione tutta la morfina che voleva e l’avremmo aiutato ad usarla nel modo che avesse richiesto.

La questione, dunque, è senza dubbio quella di rispettare la volontà del soggetto. Le leggi dei singoli stati devono stabilire a quali condizioni consentire la MAID (Medical Assistance In Dying). In Olanda e in Canada anche le anoressiche possono ottenerla, a patto che una Commissione verifichi l’esistenza di precise condizioni: che la persona sia davvero “affetta da una patologia irreversibile” e, inoltre, che tale patologia renda necessari “trattamenti di sostegno vitale” per non lasciarla morire. Personalmente, pur essendoci sempre occupati di malattie mentali gravi o gravissime, non abbiamo mai ritenuto che tali patologie fossero “irreversibili”. Abbiamo assistito a numerosi miglioramenti di tali patologie e, talora, addirittura a delle remissioni totali e permanenti.

Abbiamo visto diversi pazienti convivere in maniera misurata e addirittura serena con diagnosi fisiche irreversibili, ad esempio di cancro metastatizzato o di SLA. Le abbiamo viste ricercare, fino all’ultimo respiro, gli aiuti farmacologici (anche antidolorifici) e i “trattamenti di sostegno vitale”. Abbiamo invece visto altri pazienti dichiararsi incapaci di sopportare ulteriormente il dolore (anche morale) e il degrado conseguente a “patologie irreversibili”. Certo: parliamo di “patologie irreversibili”, che portano inevitabilmente alla morte, una morte che solo un “miracolo” potrebbe evitare. Ma, si sa, non tutti credono nei miracoli. Ci sono molte persone, invece, che si affidano alla scienza.

Orbene, quando una patologia è irreversibile e comporta per il paziente un insopportabile livello di sofferenza fisica, psichica e morale, diventa quasi cinico mettersi a disquisire su cosa si debba intendere per “trattamenti di sostegno vitale”. Mettersi a farlo persino in punto di diritto o di scienza medica. Lo sforzo che ha fatto in questa direzione il professor Mori è encomiabile, ma si capisce bene che qui si contrappongono due posizioni che risentono di un pregiudizio ideologico/religioso e che sono quindi inconciliabili. Noi stiamo dalla parte della misura (la bilancia è il simbolo della giustizia) e della pietas. Se lo Stato pretendesse di sostituirsi al soggetto nel decidere quando la sofferenza di una malattia irreversibile (irreversibile, lo ripetiamo) sia per lui insopportabile, disquisendo invece finemente su cosa sia un “trattamento di sostegno vitale”, si dimostrerebbe uno Stato cinico e incline alla tortura. Dalla parte di un simile Stato sarebbe davvero discutibile che si schierassero dei medici. Siamo realisti e non ci attendiamo che non lo facciano, ma questo non manca di dispiacerci.

Mario Iannucci e Gemma Brandi
Psichiatri psicoanalisti
Esperti di Salute Mentale applicata al Diritto

M. Iannucci, G. Brandi

05 Luglio 2024

© Riproduzione riservata

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