Sanità pubblica tra sostenibilità finanziaria ed equità: una sfida per la democrazia

Sanità pubblica tra sostenibilità finanziaria ed equità: una sfida per la democrazia

Sanità pubblica tra sostenibilità finanziaria ed equità: una sfida per la democrazia

Gentile Direttore, la stabilità civile di una democrazia moderna si fonda ineludibilmente anche alla qualità della sua assistenza pubblica. Se guardiamo agli ultimi quarant’anni della storia repubblicana italiana ci accorgiamo che la Sanità non è stata solo capitolo di spesa ma vera infrastruttura morale e civile dell’Italia.

Gentile Direttore, la stabilità civile di una democrazia moderna si fonda ineludibilmente anche alla qualità della sua assistenza pubblica. Se guardiamo agli ultimi quarant’anni della storia repubblicana italiana – da quella riforma del 1978 che fu l’ultimo grande respiro del riformismo solidarista – ci accorgiamo che la Sanità non è stata solo capitolo di spesa ma vera infrastruttura morale e civile dell’Italia.

Ho spesso riflettuto, nel mio quotidiano lavoro di cardiologo con cittadini fragili come i malati, su come il concetto di “cittadinanza” si sia trasformato. Ad inizio secolo era il diritto al voto; oggi è, sopra ogni cosa, il diritto a non essere lasciati soli nel momento del dolore e della malattia. Ma qui nasce il paradosso che agita le nostre classi dirigenti e che interroga il nostro futuro prossimo: come conciliare il rigore dei conti con l’assolutezza del diritto alla vita?

Quarant’anni fa, l’Italia compiva un atto di religione civile: decideva che la salute era un bene universale, slegato dal censo. È stato il nostro più grande investimento economico, prima ancora che sociale. Perché un Paese sano è un Paese che produce, che consuma, che non accumula il risparmio sotto il materasso per paura della malattia. La sanità pubblica è stata, a ben vedere, il più potente ammortizzatore delle disuguaglianze in un’epoca di capitalismi selvaggi.

Tuttavia, il convitato di pietra è sempre lo stesso: il debito pubblico. Abbiamo assistito, a partire dagli anni Novanta, a una stagione di tagli che abbiamo chiamato “efficientamento”. Abbiamo introdotto la logica del mercato laddove dovrebbe regnare la logica della cura. E io mi chiedo: può un ospedale essere un’azienda? Può il profitto essere il metro di misura di una azione di cura?

Eppure proprio l’economia ci dice che il SSN genera un moltiplicatore di valore immenso. Ogni euro investito in prevenzione e cura ne restituisce tre in termini di produttività e coesione sociale. Eppure, abbiamo permesso che il territorio si desertificasse, che i medici diventassero eroi per necessità e non per vocazione, che le liste d’attesa diventassero il nuovo censo che separa chi può curarsi da chi deve sperare nella fortuna.

La verità è che la Sanità pubblica è l’ultimo baluardo contro quella “società dei due terzi” che tanto temevamo. Se crolla il pilastro della salute gratuita e universale, non crolla solo un sistema contabile, crolla il contratto sociale che tiene insieme il Nord e il Sud, il ricco e l’indigente. Cosa che sarà aggravata dalla riforma della Autonomia Differenziata (di centro-destra), dopo i danni della riforma del Titolo V della Costituzione (di centro-sinistra). Come si vede i danni si fanno a destra ed a manca.

Noi, che abbiamo vissuto le stagioni della ricostruzione e i sogni della modernità, dobbiamo avere il coraggio di dire che il bilancio dello Stato non può essere separato dal bilancio dell’anima di una nazione. La sanità non è un costo: è l’essenza stessa della nostra libertà. E la libertà o è di tutti, o è un privilegio che presto o tardi si trasforma in tirannia.

La Ragione dei Conti e la Ragione dell’Uomo: Il Declino del Welfare

C’è un momento preciso in cui la politica ha smesso di essere visione ed è diventata ragioneria. È accaduto quando abbiamo accettato, con rassegnazione, che la parola “spesa” fosse intrinsecamente un peccato da espiare, anziché lo strumento per edificare una società più equa e sana.

Negli anni Duemila, la Sanità italiana è entrata nel cono d’ombra dei cosiddetti “tagli lineari”. Una formula barbara, a ben vedere, perché il righello del contabile non distingue tra lo spreco clientelare e il posto letto necessario a salvare una vita. Abbiamo assistito alla sistematica riduzione dei finanziamenti in rapporto al PIL, mentre la popolazione invecchiava e la scienza medica chiedeva investimenti sempre più onerosi. È qui che il contratto sociale ha iniziato a mostrare le sue prime, pericolose crepe.

L’economia, quella vera, ci insegna che il disinvestimento in salute pubblica è un atto di miopia strategica ed economica. Quando si taglia la medicina del territorio — quella rete di medici di base e presidi locali che costituisce il sistema nervoso della nazione — si condanna l’intero organismo sociale alla fragilità. E la fragilità ha un costo economico infinitamente superiore a quello di una corretta manutenzione del sistema.

Il Covid e i suoi insegnamenti

Poi, è arrivato il 2020. Il virus non ha chiesto il permesso ai nostri bilanci. In quei mesi drammatici, abbiamo scoperto che la “resilienza” non era una parola vana da convegno di ingegneri, ma la capacità di un sistema pubblico di reggere l’urto dell’imponderabile. Abbiamo visto i medici tornare a essere il nostro unico punto di riferimento, mentre l’Europa riscopriva improvvisamente la solidarietà dei debiti comuni. Ma cosa abbiamo imparato? La lezione sembra essere già sbiadita.

Oggi il dibattito si è spostato sulla sostenibilità, ma si continua a guardare al dito anziché alla luna. La luna è la dignità del cittadino. Se un esame diagnostico fondamentale richiede mesi di attesa, quel diritto alla salute sancito dall’Articolo 32 della nostra Costituzione diventa un simulacro, una promessa tradita.

C’è un nesso inscindibile tra lo stato di salute di un popolo e la sua fiducia nelle istituzioni. E nella fiducia del futuro soprattutto in economia. Se la sanità diventa un lusso per chi può permettersi di pagare la cura, la democrazia stessa si ammala di una forma grave di anemia morale. L’Italia non può permettersi di tornare a una società dove la cura è un privilegio di censo. La modernità di un Paese si misura dalla sua capacità di proteggere i più deboli, non dalla precisione chirurgica con cui si tagliano le risorse vitali.

Infine un altro rischio si prospetta

l’avvento dell’Intelligenza Artificiale in sanità. La vera domanda sull’AI in sanità è se funzionerà per tutti. L’innovazione, come accaduto nella rivoluzione industriale, può ridurre sofferenza e costi, ma rischia di amplificare le disuguaglianze se inserita in sistemi già diseguali.

L’AI si sta diffondendo più rapidamente nelle amministrazioni sanitarie che nella clinica. L’automazione di processi amministrativi può velocizzare pratiche, ma rischia di aumentare la distanza già importante rispetto ai clinici.

Basti l’esempio di utilizzo dei dati AGENAS sulla performance degli ospedali. Invece strumenti di AI come gli “scribi ambientali” possono ridurre il tempo dedicato alla documentazione, ma sono accessibili soprattutto ai grandi ospedali, lasciando indietro le strutture più piccole.

L’AI clinica tende a concentrarsi dove ci sono infrastrutture forti; dove mancano, il divario aumenta. Secondo l’Osservatorio Digital Innovation del Politecnico di Milano, nel 2024 la spesa per la sanità digitale in Italia ha raggiunto i 2,47 miliardi di euro, con una crescita del 12% rispetto all’anno precedente.

Il mercato della digital health, considerando anche il settore privato, si avvicina ai 4,6 miliardi di euro.

Non va alimentata la diseguaglianza in tale settore cruciale per il futuro.

L’AI può ridurre le disuguaglianze solo se governata con regole che garantiscano equità e trasparenza. Senza queste, rischia di accentuare la distanza tra chi ha accesso alla “cura aumentata” e chi resta escluso. La sanità è uno specchio della società: quando una società decide che l’accesso alla cura dipende dalla capacità di spesa, disponibilità di tempo, alfabetizzazione digitale e potere contrattuale, la tecnologia tende a seguire quella scelta e a renderla più rapida, più automatica, più difficile da contestare.

Ultimo punto.

La Legge Delega di Riforma del SSN punta a riorganizzare l’assistenza territoriale e ospedaliera, ma di fatto privilegia i grandi poli ospedalieri e le strutture elettive, lasciando il territorio in una persistente condizione di debolezza. Con risorse sostanzialmente invariate, il “potenziamento” del sistema rischia di tradursi in un rafforzamento selettivo, a discapito di altri servizi. Punto essenziale di fragilità della delega: ancora una sostanziale centralità dell’Ospedale e molta genericità sul territorio, a finanza neutra. La Pandemia non ha insegnato nulla?

È una sfida che riguarda il nostro spirito, prima ancora dei nostri portafogli. Non c’è vera ricchezza dove non risplende la giustizia della cura. E la Civiltà Umana è nata con la cura dell’altro.

Maurizio del Pinto,

Direttore ff S. C. di Cardiologia – Azienda Ospedaliera Universitaria di Perugia

Maurizio del Pinto

19 Gennaio 2026

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