Scienza e politica: dal conflitto al confronto costruttivo

Scienza e politica: dal conflitto al confronto costruttivo

Scienza e politica: dal conflitto al confronto costruttivo

Gentile Direttore, era settembre dell’anno scorso quando il Presidente Donald Trump dichiarò, con toni allarmistici, che l’uso del paracetamolo in gravidanza avrebbe potuto compromettere il neurosviluppo del bambino, aumentando il rischio di disturbi dell’apprendimento associati all’autismo... 

Gentile Direttore,
era settembre dell’anno scorso quando il Presidente Donald Trump dichiarò, con toni allarmistici, che l’uso del paracetamolo in gravidanza avrebbe potuto compromettere il neurosviluppo del bambino, aumentando il rischio di disturbi dell’apprendimento associati all’autismo. La presa di posizione venne appoggiata anche dal Segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr., con la richiesta alla FDA (Food and Drug Administration) di inserire nelle etichette dei medicinali un avvertimento sull’impiego del principio attivo in gravidanza.

La reazione del mondo scientifico fu immediata: dati e pubblicazioni vennero richiamati per sottolineare che, allo stato delle evidenze, quella conclusione non era supportata in modo solido. In parallelo, alcuni commentatori lessero l’episodio come una mossa politica — o, secondo interpretazioni più controverse, come un modo per spostare attenzione e investimenti verso altre piste terapeutiche. Su questo punto, però, è importante distinguere nettamente tra ipotesi di scenario e fatti documentabili.

Anche in Europa l’approccio rimase prudente: l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) comunicò che non vi erano prove sufficienti per giustificare modifiche all’etichettatura del paracetamolo.

Qui sta il punto: la scienza non procede per slogan, ma per metodo. Le ipotesi vanno testate con dati verificabili, replicabili e sottoposti a controllo critico. Proprio in questa direzione, un gruppo di ricercatori di diverse università ha condotto una meta-analisi sugli effetti dell’esposizione prenatale a paracetamolo, pubblicata di recente su The Lancet.

Il risultato, in sintesi, è chiaro: quando si considerano disegni di studio più robusti (ad esempio confronti che riducono il confondimento familiare), l’esposizione al paracetamolo in gravidanza non risulta associata a un aumento del rischio di disturbo dello spettro autistico, ADHD o disabilità intellettiva.

A rendere ancora più evidente la frattura tra politica e comunità scientifica si è aggiunta la testimonianza di Jay Bhattacharya, direttore del NIH (National Institutes of Health), intervenuto al Senato degli Stati Uniti. In posizione divergente rispetto alle dichiarazioni del Segretario Kennedy Jr., Bhattacharya ha ribadito che non esiste alcun nesso causale tra vaccini e autismo e che non vi sono studi scientifici pubblicati che dimostrino una relazione di causa-effetto.

A questo punto, più che sul piano scientifico, il ragionamento si sposta sul piano politico e comunicativo: come mai temi così delicati vengono spesso trattati con messaggi semplificati, capaci di orientare rapidamente l’opinione pubblica? E quali conseguenze produce questo clima, anche nel contesto internazionale — ad esempio nel rapporto con organizzazioni come l’Organizzazione Mondiale per la Sanità?

L’ideologia, le convinzioni facili e la paura dell’incertezza finiscono sempre più spesso per guidare l’agenda politico-sanitaria, invece di un confronto tecnico trasparente. Lo si vede anche nell’aumento di fenomeni alimentati da disinformazione, come il ritorno di malattie prevenibili (ad esempio il morbillo) o la sottovalutazione delle malattie sessualmente trasmissibili, amplificata da campagne distorte e fake news sui social.

Resta allora una domanda necessaria, per una lettura completa: perché accade questo? Quali errori di comunicazione o di tempi la comunità scientifica deve correggere per incidere meglio nel processo decisionale? Un sondaggio pubblicato qualche anno fa su Nature parlava di una “ignoranza bidirezionale” tra politica e scienza: da un lato la politica tende a privilegiare opinioni spendibili elettoralmente e fatica a interpretare consulenze tecniche; dall’altro la comunità scientifica non sempre comunica in modo rapido e comprensibile, e spesso sottovaluta i vincoli e le dinamiche della decisione pubblica.

E a rimetterci sono i cittadini, che ripongono fiducia in entrambe le istituzioni. Se la politica cede alle semplificazioni e la scienza si chiude nel proprio perimetro tecnico, il confronto diventa sterile e la salute pubblica ne risente.

Per questo serve un patto nuovo: un dialogo strutturato, trasparente e continuo tra decisori, regolatori e comunità scientifica. La riorganizzazione degli equilibri internazionali in ambito sanitario — compreso il futuro assetto dell’OMS — non deve essere letta solo come una frattura, ma come un’occasione per ridefinire regole e responsabilità.

La condizione, però, è una sola: che le scelte tornino a essere guidate dai dati, e che i dati vengano spiegati prima che siano distorti.

Massimiliano Bruno Cinque
Dottore in Farmacia

04 Febbraio 2026

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