Gentile Direttore, negli ultimi giorni l’indagine avviata dalla procura di Ravenna nei confronti di alcuni medici ospedalieri ha acceso un dibattitto, in molti casi, preoccupante. Secondo l’ipotesi accusatoria, i professionisti avrebbero attestato condizioni di salute non veritiere per impedire il trasferimento di migranti nei centri di permanenza per il rimpatrio (CPR). Si tratta, è bene ricordarlo, di un’ipotesi di reato ancora tutta da verificare in sede processuale. Eppure, prima ancora che emergano elementi certi, il discorso pubblico si è rapidamente trasformato in un tribunale mediatico, con richieste di radiazione, licenziamento e arresto dei medici da parte di autorevoli (o autoritari) rappresentanti politici.
Questa reazione merita una riflessione più profonda. Non riguarda soltanto la correttezza o meno di singoli certificati, ma il ruolo stesso del medico in contesti complessi, dove la salute individuale si intreccia con politiche migratorie, sicurezza pubblica e gestione amministrativa.
La complessità della valutazione clinica
La valutazione di idoneità alla detenzione in un CPR non è un atto burocratico, bensì un giudizio clinico articolato. Richiede di considerare patologie infettive, condizioni croniche, disturbi psichiatrici, vulnerabilità psicologiche e l’effettiva possibilità di cura all’interno delle strutture. In molti CPR l’assistenza sanitaria è limitata, con presidi medici presenti solo per alcune ore al giorno. Stabilire se una persona possa essere detenuta senza rischio per la salute significa assumersi una responsabilità professionale e morale di enorme peso.
Ridurre tale valutazione a un sospetto ideologico significa ignorare la natura stessa della medicina, che non opera per categorie amministrative, ma per condizioni cliniche individuali.
Medicina e autonomia professionale
Il codice deontologico medico, così come i principi bioetici internazionali, stabilisce che il medico debba agire esclusivamente nell’interesse della salute del paziente, senza subire pressioni politiche, amministrative o ideologiche. Questo principio non è un privilegio corporativo: è una garanzia per la società.
Quando la decisione clinica è giudicata sulla base della sua utilità amministrativa, in questo caso, l’efficienza delle procedure di rimpatrio, si apre un terreno scivoloso. Il medico rischia di trasformarsi da professionista autonomo in esecutore di una funzione di controllo.
La storia della medicina insegna quanto sia pericoloso questo slittamento.
Quando la medicina perde autonomia
Nel corso del Novecento esistono esempi tragici di medicina piegata a obiettivi politici o sociali. Il programma Aktion T4, attuato nella Germania nazista, rappresenta il punto estremo e aberrante di questa deriva: medici coinvolti in un sistema che trasformò la professione sanitaria in strumento di selezione e soppressione,
Una lezione analoga, in un contesto diverso ma più recente, proviene dalla Romania del regime di Nicolae Ceau?escu. Con il Decreto 770 del 1966, l’aborto e la contraccezione furono drasticamente limitati per finalità demografiche. La medicina ginecologica fu trasformata in strumento di politica statale: controlli obbligatori, sorveglianza delle donne in età fertile e restrizioni severe all’autonomia clinica.
Le conseguenze furono drammatiche: migliaia di aborti clandestini, oltre diecimila morti materne stimate e uno dei più elevati tassi di mortalità materna in Europa. Solo dopo la caduta del regime, con la restituzione dell’autonomia decisionale alle donne e ai medici, la mortalità materna diminuì rapidamente.
Il contesto attuale è ovviamente incomparabile sotto il profilo storico e morale. Tuttavia, il monito che deriva da quelle vicende resta attuale: quando la medicina è subordinata a obiettivi estranei alla tutela della persona, la professione perde la propria funzione etica e diventa vulnerabile a distorsioni sistemiche.
Il cuore della questione non è l’equiparazione, ma la lezione storica: l’autonomia morale del medico è un presidio irrinunciabile.
Il rischio della criminalizzazione dell’atto medico
Se ogni decisione clinica in contesti sensibili può essere reinterpretata come sospetta o ideologicamente orientata, i medici saranno spinti verso una medicina difensiva estrema. Il risultato non sarà maggiore giustizia, ma maggiore rigidità, minore tutela delle persone fragili e un impoverimento dell’etica professionale.
È legittimo accertare eventuali illeciti. È doveroso perseguire comportamenti fraudolenti se dimostrati. Ma è altrettanto pericoloso delegittimare pubblicamente un’intera categoria prima che i fatti siano accertati.
Una responsabilità scaricata sui medici
Negli ultimi anni lo Stato ha affidato ai medici del servizio sanitario una responsabilità enorme: valutare la compatibilità tra condizioni di salute e sistemi di detenzione pensati per finalità amministrative. Si tratta di una zona grigia dove il confine tra decisione clinica e funzione istituzionale è sottile. In questa zona grigia, il medico non dovrebbe essere lasciato solo.
Difendere la medicina significa difendere la società
Il dibattito aperto dall’indagine di Ravenna non riguarda solo alcuni certificati medici. Riguarda il ruolo della medicina in una società democratica.
Una medicina subordinata all’ordine pubblico non protegge i cittadini.
Una medicina intimidita non tutela i fragili.
Una medicina delegittimata perde la propria funzione etica.
Difendere l’autonomia clinica non significa difendere eventuali errori o illeciti: significa proteggere un principio fondamentale su cui si fonda la fiducia tra medico e società.
Ed è proprio questa fiducia, oggi, che merita di essere tutelata con la massima responsabilità.
Antonio Ragusa,
Primario della S. C. di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale di Sassuolo e Presidente del Comitato Etico AOGOI.