Negli ultimi 15 anni, la ricerca scientifica si è molto interessata ai trattamenti con medicinali psichedelici. Per due sostanze specifiche – l’MDMA e la psilocibina – si è arrivati fino a studi di fase 3 per il trattamento di alcune patologie psichiatriche. Ma questo iniziale entusiasmo è giustificato dai risultati avuti finora? Hanno tentato di rispondere a questa domanda i ricercatori del Dipartimento di Psichiatria e Scienza comportamentale della John Hopkins University School of Medicine di Baltimora, che in un articolo pubblicato sul British Medical Journal, hanno raccolto lo stato dell’arte esaminando e confrontando gli studi più recenti sul tema.
Finora, i meccanismi di funzionamento degli psichedelici non sono stati ancora completamente compresi. Dal computo degli studi, sono due le principali vie di funzionamento. Da un lato le interazioni neurobiologiche, in cui le terapie avrebbero effetti sui circuiti neurali, la plasticità sinaptica e la connettività cerebrale. Dall’altro le componenti psicologiche, con gli psichedelici in atto per migliorare l’elaborazione emotiva e la flessibilità psicologica del soggetto.
Trattamento di depressione resistente e PTSD
La psilocibina, per esempio, è stata impiegata in studi di fase 2 e 3 su pazienti con depressione resistente, dimostrando di ridurre i sintomi depressivi se somministrata in tandem con il supporto psicoterapeutico. I trial in cui è stata usata erano randomizzati contro placebo e con confronti diretti con gli antidepressivi standard e la psilocibina ha mostrato effetti leggermente migliori sui sintomi depressivi rispetto sia al placebo che ai trattamenti tradizionali. Gli autori hanno però sottolineato come le dimensioni dell’effetto siano spesso piccole e gli effetti a lungo termine ancora poco chiari.
L’MDMA invece è stato valutato in numerosi studi clinici, compreso un programma multidisciplinare di ricerca, per il Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD), sempre in aggiunta alla psicoterapia. Anche in questo caso, i dati raccolti hanno mostrato dei miglioramenti significativi nella gravità dei sintomi rispetto alla sola terapia psicologica. Inizialmente, i risultati sono stati talmente ben percepiti che l’FDA americana l’ha dichiarata “breaktrough therapy” per il PTSD in contesti controllati. Successivamente però, l’approvazione regolatoria finale ha incontrato delle resistenze e non si è andati avanti. La debolezza di questi dati risiede nella somministrazione in tandem con il supporto psicoterapeutico intensivo, che rende difficile isolare l’effetto del farmaco da quello della terapia.
Il problema di metodo e la necessità di linee guida
Secondo gli studiosi di Baltimora, i principali ostacoli ad una comprensione definitiva del potenziale degli psichedelici sono tre. Per primo il “functional unblinding”, ovvero la facilità con cui terapeuti e partecipanti agli studi riescono a riconoscere quando viene somministrato il farmaco e quando il placebo, che può facilmente ingannare i risultati. A cui si aggiungono i protocolli psicoterapeutici molto variabili, senza un modello standard, e le popolazione di studio troppo omogenee, composte da pazienti con simili caratteristiche che limitano l’universalità dei risultati.
Per poter dimostrare benefici persistenti e riproducibili in popolazioni diverse, servono innanzitutto regole e protocolli per l’implementazione clinica che siano basati sull’evidenza; inoltre i test vanno fatti su gruppi di pazienti più vari e al di fuori di ricerche specializzate. Infine, ricordano gli scienziati, va standardizzata la valutazione degli eventi avversi e dato un peso specifico al supporto psicoterapeutico associato.