Video su TikTok, consigli degli influencer e applicazioni basate sull’intelligenza artificiale che promettono di riconoscere malattie della pelle da una fotografia sono ormai alla portata di tutti. Allo stesso tempo, filtri digitali, editing fotografico e immagini altamente curate stanno modificando il modo in cui molte persone percepiscono la propria pelle, alimentando aspettative spesso difficili da raggiungere. Il risultato è che sempre più persone cercano in rete informazioni dermatologiche prima di rivolgersi a uno specialista, esponendosi al rischio di diagnosi fai-da-te potenzialmente dannose o a indicazioni terapeutiche non sempre corrette. A questo si aggiunge la tendenza a inseguire modelli irrealistici, con possibili ricadute su autostima, benessere psicologico e rapporto con la propria immagine.
Ad accendere i riflettori su un fenomeno ormai consolidato è la Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse (SIDeMaST) che – in occasione del 99° Congresso nazionale dal titolo “Innovazione e Ricerca: il Futuro della Dermatologia”, che si apre oggi al Palacongressi di Rimini – richiama l’attenzione sull’importanza di una corretta informazione scientifica e di un uso consapevole degli strumenti digitali.
“La dermatologia è una delle specialità più esposte all’impatto dei social media – afferma Maria Concetta Fargnoli, Professore Ordinario di Dermatologia e Venereologia e Direttore Scientifico dell’Istituto Dermatologico San Gallicano IRCCS di Roma, Presidente del 99° Congresso Nazionale SIDeMaST – perché la pelle è visibile, fotografabile e facilmente condivisibile online. Sempre più spesso i pazienti arrivano alla visita dermatologica dopo aver cercato soluzioni su Internet o sui social, frequentemente seguendo indicazioni non supportate da evidenze scientifiche”.
A questo si affianca un altro fenomeno emergente: “La crescente esposizione a immagini filtrate o digitalmente modificate – osserva Roberta Giuffrida, dermatologa e ricercatrice presso il Policlinico Universitario Gaetano Martino di Messina e membro del Consiglio Direttivo della SIDeMaST – può influenzare profondamente la percezione che le persone hanno della propria pelle. In ambulatorio vediamo sempre più spesso pazienti che confrontano il proprio aspetto con immagini idealizzate diffuse sui social media, sviluppando aspettative difficili da raggiungere nella realtà”.
Social media come nuovo motore di ricerca
Negli ultimi anni piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube sono diventate per molti utenti strumenti di ricerca per problemi dermatologici. Secondo diversi studi, fino a otto pazienti su dieci cercano online informazioni sulla propria malattia della pelle prima di consultare un dermatologo. In alcuni casi queste ricerche portano all’adozione di trattamenti fai-da-te o routine di skincare suggerite sui social, basate su esperienze personali e prive di una valutazione medica preventiva.
A differenza dei motori di ricerca tradizionali, che rimandano più frequentemente a fonti istituzionali o mediche, sulle piattaforme social è più facile imbattersi in contenuti prodotti da utenti non esperti. Studi recenti evidenziano infatti che una quota significativa dei contenuti dermatologici più visualizzati non è realizzata da specialisti e presenta livelli variabili di affidabilità scientifica.
“Per questo è importante che il dermatologo chieda al paziente se ha cercato informazioni online – osserva la Professoressa Fargnoli –. È un modo per comprendere meglio le aspettative, intercettare eventuali errori e correggere trattamenti impropri o consigli privi di basi scientifiche”.
Ma non solo. “Nella pratica clinica capita sempre più spesso che i pazienti arrivino alla visita con routine di skincare o trattamenti suggeriti sui social media – aggiunge la Dottoressa Giuffrida –. Il compito del dermatologo è valutare queste informazioni in modo critico, spiegando quali indicazioni siano realmente utili e quali, invece, possano essere inefficaci o addirittura dannose per la salute della pelle”.
Filtri e bellezza digitale. La “digitized dysmorphia” che altera la percezione della pelle
L’impatto dei social non riguarda soltanto le informazioni sanitarie, ma anche il modo in cui le persone percepiscono la propria immagine. Filtri fotografici, editing digitale e immagini altamente curate contribuiscono a diffondere rappresentazioni idealizzate e irrealistiche, caratterizzate da una pelle perfetta, uniforme e apparentemente priva di difetti. In questo contesto, la distanza tra immagine reale e digitale può favorire una percezione alterata del proprio aspetto.
“Assistiamo sempre più frequentemente a pazienti che chiedono trattamenti per assomigliare alla versione filtrata del proprio volto o a immagini viste sui social” spiegano la Professoressa Fargnoli e la Dottoressa Giuffrida.
Questo fenomeno, definito in letteratura social media dysmorphia, nasce dal confronto continuo con immagini digitalmente modificate che non rappresentano la realtà. In dermatologia si parla anche di digitized dysmorphia, un termine più ampio che descrive l’insoddisfazione legata alla discrepanza tra immagine reale e digitale di se stessi, amplificata dall’uso di filtri, applicazioni di editing e piattaforme video. Non a caso sono stati coniati termini come Snapchat dysmorphia o Zoom dysmorphia, che descrivono la tendenza di alcuni pazienti a desiderare un aspetto simile alle proprie immagini filtrate o alle versioni alterate osservate durante le videochiamate.
“Il rischio – aggiungono le esperte – è che il paziente insegua un’immagine irrealistica di sé, dimenticando che la pelle reale ha caratteristiche biologiche, cliniche e individuali che devono sempre essere rispettate”.
Intelligenza artificiale: opportunità e limiti
Parallelamente cresce l’interesse per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in dermatologia, soprattutto per l’analisi delle immagini e il supporto alla diagnosi delle malattie della pelle. Sempre più pazienti utilizzano applicazioni o strumenti online per interpretare lesioni della pelle e arrivano alla visita con un sospetto diagnostico già formulato, talvolta mostrando al medico la fotografia sullo smartphone o il risultato suggerito da App.
Tuttavia, alcuni studi hanno dimostrato che le applicazioni che promettono di riconoscere malattie della pelle da immagini scattate dal paziente presentano un’accuratezza molto variabile e, in alcuni casi, non identificano correttamente lesioni sospette, con il rischio di generare false rassicurazioni e ritardare la visita dermatologica.
“Le tecnologie basate sull’intelligenza artificiale rappresentano strumenti promettenti e potranno avere un ruolo di supporto nella pratica clinica – afferma la Dottoressa Giuffrida – ma non possono sostituire il giudizio clinico del dermatologo. L’algoritmo può suggerire un’ipotesi, ma la diagnosi resta del dermatologo. La diagnosi dermatologica è infatti un atto medico che richiede studio, esperienza, valutazione diretta del paziente e integrazione di diversi elementi clinici”.
Per questo motivo innovazione tecnologica e medicina specialistica devono procedere insieme: l’obiettivo non è sostituire il medico, ma utilizzare le nuove tecnologie come strumenti di supporto per migliorare la qualità dell’assistenza e aiutare i pazienti a orientarsi tra le molte informazioni disponibili.
Il ruolo del dermatologo nell’era digitale
In questo scenario il ruolo del dermatologo diventa ancora più centrale. “La diagnosi dermatologica non si basa soltanto sull’immagine di una lesione cutanea – sottolinea la Professoressa Fargnoli – ma su una valutazione clinica completa che comprende anamnesi, esame obiettivo e contesto del paziente. Per questo le informazioni trovate online non possono sostituire la valutazione specialistica”.
Il dermatologo ha inoltre il compito di riconoscere quando le aspettative del paziente rispetto al proprio aspetto sono influenzate da una percezione distorta. In questi casi è fondamentale instaurare un dialogo chiaro e responsabile, aiutando il paziente a comprendere i limiti dei trattamenti dermatologici e, quando necessario, orientandolo verso un percorso di valutazione più appropriato.
“Viviamo in un’epoca in cui la salute della pelle è sempre più influenzata da ciò che vediamo online. Il compito dei dermatologi e delle società scientifiche come SIDeMaST è accompagnare i pazienti in questo nuovo ecosistema digitale, garantendo informazioni corrette e promuovendo una cultura della salute basata sulla scienza” concludono le dermatologhe.
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