Excellence Show/5. Sostenibilità competitiva: quando l’ESG smette di essere marketing
Governance, KPI scientifici e progetti di filiera: nel quinto Talk del Festival dell’Innovazione dei Life Science Excellence Awards l’ESG viene approfondito come strategia industriale
Dopo quattro talk dedicati ad accesso, dati, AI e percorsi di cura, il Festival dell’Innovazione dei Life Science Excellence Awards 2025 entra in una delle zone più delicate per il settore: l’ESG. Non come capitolo “etico” da aggiungere a margine, ma come test di credibilità. Il titolo è già un avvertimento: ESG senza greenwashing. Tradotto: quali scelte e quali metriche dimostrano che la sostenibilità è sostanza e non comunicazione? A rispondere a questa domanda sono stati Raffaello Innocenti, CEO e Managing Director di Chiesi Italia e Stefania Palmieri, People Business Partner di Otsuka Pharmaceutical Italy.
Il KPI che conta davvero: non “l’ho fatto”, ma “cosa è cambiato” Stefania Palmieri entra subito nel punto che separa la sostenibilità “raccontata” da quella verificabile. Oggi, spiega, è facile lanciare iniziative, scrivere policy, costruire campagne interne. Il salto vero è un altro: misurare se quelle iniziativecambiano i comportamenti.
Lo spiega con un esempio volutamente quotidiano, proprio perché è lì che il greenwashing si smaschera: una sponsorship legata alla raccolta della plastica dagli oceani può farla chiunque; la differenza è vedere cosa succede ‘dopo’ in azienda. Se le persone cambiano abitudini, se la sensibilità diventa pratica, allora l’iniziativa ha prodotto un effetto. Se resta una bella storia, è solo storytelling. È in questo contesto che arriva il suo virgolettato più netto, che nel talk non è una frase a effetto ma un criterio operativo: “Il KPI non deve essere più ‘lancio la policy’, ma vedere i cambiamenti che queste nuove policy vanno a generare internamente”. Detta così, sembra una massima. In realtà è un invito a spostare la misurazione dai documenti alle conseguenze.
Palmieri porta anche l’esempio di un terreno “caldo” per quasi tutte le aziende: il travel. Scrivere una regola è semplice; capire se i dipendenti modificano davvero le scelte di viaggio è la prova del nove. E da qui il ragionamento si allarga: la carbon footprint analysis produce moltissimi dati, ma la domanda decisiva è sempre la stessa: cosa fare con quel dato. Quando emergono hotspot chiari, come distribuzione e trasporti, l’ESG diventa una scelta industriale. Anche scomoda. Ad esempio, ripensare la logistica, fino a ipotizzare il passaggio dall’aereo alla nave per ridurre emissioni, perché spostare più prodotti in un’unica tratta può significare meno impatto complessivo.
La sostenibilità quando smette di essere “progetto” e diventa investimento Quando interviene Raffaello Innocenti, il discorso cambia scala: dalla cultura interna alla piattaforma industriale. Il suo punto di partenza è chiaro: nelle Life Science la sostenibilità non può essere una dichiarazione generica. Deve poggiare su numeri e su un impianto scientifico solido. E lo dice con una frase che fa da cornice a tutto il suo intervento: ogni scelta deve essere misurata con metriche precise e basate scientificamente.
Poi arrivano gli esempi, e qui l’ESG esce definitivamente dal registro “valoriale” per diventare strategia. Innocenti racconta l’evoluzione di una piattaforma industriale per gli spray respiratori, legata a un propellente di nuova generazione e a una riduzione dell’impronta carbonica indicata come 90%. Ma il punto non è solo la percentuale: è cosa implica. Vuol dire cambiare processi, supply, competenze, impianti. Vuol dire investire – e lui quantifica: circa 400 milioni di euro, per lo più in Italia.
A seguire, un esempio ancora più “di territorio”: un progetto pilota di recupero dei device respiratori esausti attraverso una rete di 500 farmacie, con trattamento in impianto certificato, per evitare che i residui vengano dispersi e per recuperare energia e materiali. Qui la sostenibilità non è un claim: è una filiera che si organizza, con costi e complessità, per ridurre impatto e chiudere il cerchio.
Innocenti lega questi esempi a una visione di lungo periodo: un obiettivo Net Zero al 2035, presentato come timeline anticipata di 15 anni rispetto agli accordi internazionali, con un approccio dichiarato “science based”. Anche qui, il messaggio è che la sostenibilità per essere credibile, deve essere scadenza, metodo e investimento.
Governance: il punto in cui l’ESG smette di essere “un obiettivo in più” Nel talk emerge poi il tema che spesso decide se l’ESG regge o si sgonfia: la governance. Innocenti lo descrive come il momento in cui la sostenibilità smette di essere un obiettivo “aggiunto” e diventa parte delle scelte strategiche. Porta l’esempio delle società benefit: inserire obiettivi sociali e ambientali nello statuto non è un gesto simbolico, ma un modo per ingaggiare il CDA e far scendere la sostenibilità dentro processi, accountability e rendicontazione. Palmieri, da parte sua, riporta la governance sul terreno pratico: se l’ESG resta fatto di progetti spot, corre parallelo al business. La differenza è strutturarlo come priorità “corporate”, con obiettivi chiari, misurazione e continuità, perché solo così diventa parte del modo in cui l’azienda decide.
La domanda finale: cosa separerà chi è davvero sostenibile da chi fa greenwashing? Il finale è costruito come un filtro: indicare una metrica o una scelta che, nei prossimi anni, renderà immediatamente riconoscibile chi fa sostenibilità “vera”. La risposta che emerge con più forza è Scope 3: la parte più difficile, perché riguarda ciò che pesa davvero—filiera, produzione, logistica, distribuzione. In altre parole: il cuore del business, non la periferia comoda da comunicare.
Palmieri torna proprio su questo punto: se vuoi evitare greenwashing, devi intervenire dove è scomodo intervenire, dove l’impatto è maggiore e le scelte richiedono compromessi reali. Innocenti si allinea: se deve indicare un KPI che non lasci spazio a dichiarazioni vaghe, parla di riduzione della carbon footprint su basi misurabili e certificabili, perché è lì che gli stakeholder possono verificare, confrontare, chiedere conto. Il senso finale è semplice, ma tagliente: nel Life Science l’ESG non è più un’etichetta. Si vede solo quando muove comportamenti, sposta investimenti e lascia tracce misurabili nella filiera – dal modo in cui le persone viaggiano alla piattaforma industriale, fino alle scelte logistiche che incidono sullo Scope 3.
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