La solitudine è un fattore di rischio per la salute. Non solo quella degli anziani, ma anche dei giovani, dei malati cronici, dei pazienti rari e persino degli operatori sanitari. È questo il messaggio centrale dell’intervento del ministro della Salute, Orazio Schillaci, all’evento “Oggi, chi è mio prossimo?”, promosso dal Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa, dalla sezione europea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dalla Conferenza Episcopale Italiana.
“Viviamo in un’epoca di profonde contraddizioni – ha esordito Schillaci -. La tecnologia, da un lato, facilita le connessioni, abbatte le distanze e contrasta le disuguaglianze; ma allo stesso tempo può esasperare le forme di isolamento e allontanare da relazioni vere e autentiche”. Una premessa che ha fatto da filo conduttore all’intero intervento, in cui il ministro ha passato in rassegna le diverse forme di solitudine che attraversano la società italiana.
Il pensiero del ministro è andato innanzitutto agli anziani, “che spesso vivono da soli, mentre assistono alla disgregazione delle reti relazionali che avevano costruito nel corso della vita: il lavoro, la comunità di riferimento, talvolta anche i legami familiari più stretti”. Ma la solitudine, ha sottolineato Schillaci, «tocca anche i nostri giovani, che sempre più frequentemente vivono relazioni fragili e disagi psichici». Un riferimento esplicito è andato al fenomeno degli hikikomori, diffuso ormai anche in Italia, e all’uso dei social come rifugio da una realtà percepita come ostile.
Di fronte a quella che il ministro ha definito “un’emergenza di salute pubblica non più procrastinabile”, il Governo ha adottato il nuovo Piano nazionale per la salute mentale, con un focus particolare sui giovani e un’attenzione alla prevenzione, all’intercettazione precoce del disagio e alla rimozione dello stigma.
Il rischio di sentirsi abbandonati, ha proseguito Schillaci, riguarda anche i malati cronici e in particolare i malati rari: circa due milioni di italiani affetti da patologie ancora prive di una cura definitiva, “dietro cui ci sono storie di vite complesse, segnate dalla solitudine e dalla difficoltà di accesso a diagnosi e cure”.
Il ministro ha richiamato la letteratura scientifica internazionale, che “ha dimostrato con sempre maggiore chiarezza che la solitudine è associata a un aumento del rischio di depressione, ansia e disturbi cognitivi”, oltre a correlazioni con patologie cardiovascolari, declino funzionale e maggiore mortalità. “La salute non dipende solo dalle cure mediche o dall’organizzazione dei servizi sanitari, ma anche dalle condizioni sociali, economiche e relazionali. La solitudine può così diventare un fattore che peggiora la qualità della vita e aumenta la vulnerabilità sanitaria”.
Un passaggio significativo dell’intervento ha riguardato una categoria spesso dimenticata nel dibattito pubblico: gli operatori sanitari e sociosanitari. “Anche questi professionisti affrontano la loro solitudine insieme al malato – ha detto Schillaci – soprattutto quando si trovano a operare in situazioni di grande stress che può culminare in forme di burnout”. Il Governo, ha assicurato, ha lavorato in questi anni per migliorare le condizioni di lavoro del personale sanitario, sul piano economico, professionale e della sicurezza.
In chiusura, il ministro ha allargato la prospettiva oltre i confini del sistema sanitario. “In un’epoca segnata dal rapido sviluppo tecnologico, non dobbiamo mai perdere di vista la centralità della persona e il rispetto della dignità umana”. Di fronte alle sfide poste dalla solitudine, ha concluso, “la risposta non può essere soltanto di tipo sanitario. Serve un impegno collettivo per ricostruire comunità più inclusive, più solidali, più capaci di prendersi cura delle persone più fragili”, affinché “la salute non sia soltanto assenza di malattia, ma sinonimo di benessere fisico, mentale e sociale”.