Antibiotici. Meno prescrizioni ma più resistenze. E crescono i consumi pediatrici. Il rapporto Aifa

Antibiotici. Meno prescrizioni ma più resistenze. E crescono i consumi pediatrici. Il rapporto Aifa

Antibiotici. Meno prescrizioni ma più resistenze. E crescono i consumi pediatrici. Il rapporto Aifa

Quasi 1,5 miliardi spesi l'anno, quattro italiani su dieci sotto terapia. Il Rapporto Aifa 2024 racconta un Paese che non riesce a invertire la rotta: obiettivi del Piano nazionale lontani, uso di antibiotici di ultima istanza in impennata (+55% in 5 anni) e i consumi in pediatria sono cresciuti del 5,3% in un anno. IL RAPPORTO

Quasi un miliardo e mezzo di euro spesi ogni anno, quasi quattro italiani su dieci che ricevono almeno una prescrizione di antibiotici nel corso del 2024, e un Piano nazionale di contrasto all’antibiotico-resistenza che, a un anno dalla scadenza originaria, resta in larga misura disatteso. È il quadro che emerge dal Rapporto Nazionale sull’uso degli antibiotici in Italia 2024, pubblicato dall’Aifa a marzo 2026. Giunto alla sua dodicesima edizione, il documento è più preoccupante che mai.

La spesa complessiva – tra antibiotici sistemici e non – ha raggiunto 1.501,4 milioni di euro, pari a 25,47 euro pro capite. Il consumo totale si è attestato a 49,1 dosi definite giornaliere per mille abitanti (DDD/1000 abitanti die), in lieve flessione rispetto al 2023. Numeri che, a una lettura superficiale, potrebbero sembrare confortanti. Ma basta scavare poco sotto la superficie per capire che la situazione è tutt’altro che sotto controllo.

Un Piano nazionale che non decolla
Il Piano Nazionale di Contrasto all’Antimicrobico-Resistenza (PNCAR) 2022-2025 – prorogato al 2026 dopo che era già diventato evidente il mancato raggiungimento degli obiettivi – aveva fissato target ambiziosi. Il rapporto li passa in rassegna uno per uno e il bilancio è sconfortante.

In ambito territoriale, l’obiettivo principale era una riduzione di almeno il 10% del consumo di antibiotici sistemici nel 2025 rispetto al 2022. Nel 2024, rispetto al 2019, la variazione nazionale si è fermata al -4,5%, ben al di sotto della soglia richiesta, e con marcate differenze geografiche: il Sud ha raggiunto -10,8%, mentre il Nord ha addirittura segnato un +1,2%.

Ma il dato più preoccupante è un altro: la riduzione dei volumi non si è accompagnata a un miglioramento della qualità delle prescrizioni. Al contrario, il rapporto tra consumo di molecole ad ampio spettro e quelle a spettro ristretto è aumentato, portandosi a un valore quasi tre volte superiore alla media europea. Si prescrivono meno antibiotici, forse, ma quelli sbagliati. L’obiettivo del PNCAR era ridurre del 20% proprio questo rapporto. Invece, nel periodo considerato, è aumentato dell’11,8% a livello nazionale, con punte del +43,9% al Centro. Un andamento che va esattamente nella direzione opposta rispetto a quanto il Piano si proponeva.

In ambito ospedaliero, la situazione è ancora più grave. Il rapporto è esplicito: nessuno degli obiettivi è stato raggiunto, con una sola eccezione – la riduzione dei fluorochinoloni. L’obiettivo di ridurre il consumo ospedaliero complessivo di oltre il 5% non è stato centrato: dal 2019 al 2024, i consumi sono cresciuti dell’8,2%. E per i carbapenemi – gli antibiotici di ultima istanza, riservati alle infezioni più gravi e resistenti – la situazione è semplicemente allarmante: tra il 2019 e il 2024 i consumi sono aumentati del 55,4%, con un incremento del 10,1% nel solo 2024. L’obiettivo del Piano era una riduzione del 10%.

L’Italia nel contesto europeo: più consumi, meno qualità
Per capire la gravità della posizione italiana, vale la pena guardare al contesto continentale. Nel 2024, secondo i dati della rete europea di sorveglianza ESAC, il consumo territoriale di antibiotici in Italia è stato di 20,4 DDD/1000 abitanti die, superiore alla media europea di 18,8 e sufficiente a collocarci al decimo posto tra i Paesi a più alto utilizzo. Nel settore ospedaliero saliamo al settimo posto.

Ma il dato più rivelatore non è la quantità, è la qualità. L’Organizzazione Mondiale della Sanità classifica gli antibiotici in tre categorie: Access (prima scelta), Watch (da riservare a casi specifici, perché più a rischio di generare resistenze) e Reserve (ultima istanza). Il Consiglio dell’Unione Europea ha stabilito che entro il 2030 almeno il 65% del consumo totale dovrebbe essere rappresentato da antibiotici del gruppo Access. In Italia, nel 2024, quella quota è ferma al 54,8%, sostanzialmente invariata rispetto al 2023. Solo Friuli Venezia Giulia ed Emilia-Romagna si avvicinano all’obiettivo europeo. Tre regioni – Calabria, Abruzzo e Sardegna – non raggiungono nemmeno il 50%. In ospedale, la quota Access si riduce ulteriormente al 38%, contro una media europea del 45,3%, con oltre la metà dei consumi rappresentata da antibiotici ad ampio spettro e di ultima linea: una percentuale superiore di oltre dieci punti percentuali alla media UE.

La correlazione tra questi dati e i tassi di resistenza batterica non è speculativa: è misurata, statisticamente significativa e preoccupante. Le regioni che prescrivono più antibiotici presentano sistematicamente percentuali più alte di batteri resistenti. L’Italia, insieme alla Grecia, detiene già il primato europeo per la diffusione delle resistenze per la maggior parte dei patogeni.

I bambini: il campanello d’allarme più forte
Se c’è un capitolo del rapporto che merita attenzione particolare, è quello sulla pediatria. E i dati non lasciano tranquilli.

Nel 2024, il 42,4% della popolazione italiana fino ai 13 anni ha ricevuto almeno una prescrizione di antibiotici per uso sistemico – era il 40,9% nel 2023, quindi la percentuale è aumentata. Ogni bambino trattato ha ricevuto in media 2,7 confezioni. In termini di consumi, l’incremento rispetto al 2023 è stato del 5,3% in termini di confezioni per mille bambini.

La fascia d’età più esposta è quella tra i 2 e i 5 anni, dove circa sei bambini su dieci ricevono almeno una prescrizione di antibiotici all’anno. Un dato che da solo dovrebbe far riflettere, considerando che la stragrande maggioranza delle infezioni respiratorie in quella fascia d’età è di origine virale e non trae alcun beneficio dagli antibiotici.

Gli incrementi più accentuati si registrano nelle fasce d’età più grandi: tra i 6 e i 10 anni i consumi crescono del 9,2%, ma è nella fascia 11-13 anni che si registra il balzo più vistoso, pari al +33,4%. Un aumento difficile da spiegare in termini epidemiologici, che suggerisce un problema di appropriatezza prescrittiva esteso ben oltre la primissima infanzia.

Anche in pediatria, il PNCAR aveva fissato obiettivi precisi: aumentare di almeno il 30% il rapporto tra prescrizioni di amoxicillina semplice e amoxicillina+acido clavulanico (un indicatore di qualità, perché preferire il farmaco senza l’inibitore enzimatico significa scegliere un antibiotico più mirato e meno aggressivo) e ridurre del 20% il rapporto tra molecole ad ampio spettro e quelle a spettro ristretto. Nessuno dei due è stato raggiunto.

Il rapporto amoxicillina/amoxicillina+acido clavulanico è migliorato leggermente, passando da 0,40 a 0,50 a livello nazionale, ma la variabilità geografica è abissale: al Nord vale 0,78, al Centro 0,37, al Sud appena 0,26. Significa che al Sud, per ogni prescrizione di amoxicillina semplice, se ne effettuano quasi quattro di amoxicillina+acido clavulanico – una molecola più potente ma anche più selettiva nel favorire lo sviluppo di resistenze. E il rapporto ampio spettro/spettro ristretto in pediatria racconta la stessa storia: 2,4 al Nord, 5,0 al Centro, 8,0 al Sud. Una forbice che riflette non solo differenze nei modelli prescrittivi dei pediatri, ma probabilmente anche differenze nella pressione che le famiglie esercitano sui medici e nella cultura del farmaco, che varia profondamente lungo la penisola.

Un Paese a due velocità
Il divario Nord-Sud attraversa ogni sezione del rapporto come un filo rosso. Nel 2024, il consumo territoriale di antibiotici al Sud è stato di 17,8 DDD/1000 abitanti die, contro 12,6 al Nord e 16,5 al Centro. Il 58,9% degli over 65 del Meridione ha ricevuto almeno una prescrizione, contro il 36,4% al Nord. L’indicatore composito elaborato dall’Aifa – che combina dati di consumo e appropriatezza – colloca sistematicamente le regioni del Centro-Sud negli ultimi posti, con Marche, Abruzzo, Molise, Campania e Calabria in fondo alla classifica.

Non è una novità, naturalmente. Ma la persistenza di questo divario dopo anni di campagne informative, linee guida, piani nazionali e raccomandazioni europee suggerisce che il problema non si risolve con le circolari. Richiede interventi strutturali sui modelli organizzativi della medicina territoriale, sulla formazione dei prescrittori, sulla cultura sanitaria della popolazione. Richiede, in ultima analisi, una volontà politica che finora ha tardato ad arrivare.

A un anno dalla scadenza del Piano nazionale, con una proroga già concessa fino al 2026, l’Italia è ancora ferma ai blocchi di partenza su quasi tutti gli obiettivi che si era data. E nel frattempo i batteri resistenti continuano a crescere.

Giovanni Rodriquez

13 Aprile 2026

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