L’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani lancia un nuovo progetto per rafforzare la lotta all’HIV, basato su un modello integrato che combina terapie long acting e interventi sul territorio. L’obiettivo è migliorare l’aderenza terapeutica, intercettare le persone più fragili, riportarle in cura e rafforzare la prevenzione. L’iniziativa sarà al centro del convegno “Prevention Lab – HIV & STI: change the course”, in programma a Roma il 28 e 29 aprile.
In Italia si stimano circa 150mila persone che vivono con HIV, con 2.379 nuove diagnosi registrate nel 2024, in crescita costante dal 2020. Il Lazio presenta la più alta incidenza nazionale (5,8 per 100.000 residenti), con 361 nuovi casi nel 2024, secondo i dati del Istituto Superiore di Sanità.
Nella regione, circa 14mila persone sono attualmente in trattamento, ma si stima che tra 1.000 e 1.500 abbiano interrotto le cure o siano uscite dai percorsi assistenziali, con conseguenze sia individuali sia sulla diffusione del virus.
Il nodo delle persone fuori dai percorsi di cura
Nonostante i progressi delle terapie antiretrovirali, che oggi permettono di raggiungere la soppressione virale e rendere l’infezione non trasmissibile, resta una criticità rilevante: una quota di pazienti non accede alle cure o le interrompe.
Si tratta spesso di persone in condizioni di fragilità sociale, come migranti, senza dimora o soggetti con dipendenze o disturbi psichiatrici, per i quali l’aderenza rappresenta una barriera strutturale. È proprio su questo segmento che si concentra una parte decisiva della strategia di controllo dell’HIV.
Il progetto: uscire dall’ospedale
Il progetto dello Spallanzani mira a recuperare attivamente queste persone attraverso:
- identificazione dei pazienti che hanno interrotto le cure
- contatto diretto e presa in carico rapida
- percorsi terapeutici personalizzati
- supporto sociale integrato
Elemento distintivo sono gli interventi “outreach”, realizzati anche con associazioni e comunità, per raggiungere chi non accede spontaneamente ai servizi sanitari. Il modello prevede inoltre il coinvolgimento di case manager, operatori sociali e peer educator.
Terapie long acting e studio LATITUDE
Le terapie long acting, somministrate per via iniettiva ogni due mesi, rappresentano una svolta per migliorare l’aderenza, eliminando la necessità dell’assunzione quotidiana.
Un contributo importante arriva dallo studio internazionale “LATITUDE”, pubblicato sul New England Journal of Medicine, che dimostra come nei pazienti con scarsa aderenza il trattamento iniettabile con cabotegravir e rilpivirina riduca significativamente il rischio di fallimento terapeutico rispetto alla terapia orale standard.
“Con questo progetto regionale clinico e di sanità pubblica, vogliamo recuperare le persone che si perdono lungo il percorso di cura, per fragilità sociali, economiche o personali – sottolinea Andrea Antinori, Direttore Sanitario dello Spallanzani – Le terapie long acting permettono di semplificare i trattamenti e migliorare l’aderenza, ma è necessario integrare l’innovazione farmacologica con un lavoro sul territorio, andando incontro alle persone, intercettando i bisogni, fornendo adeguato supporto sociale e costruendo percorsi di presa in carico più accessibili. Solo unendo tecnologia e intervento sociale possiamo riportare in cura chi si è allontanato o avviare al trattamento chi abbia ricevuto una nuova diagnosi e contribuire in modo concreto al controllo dell’infezione”.
La prevenzione dell’HIV si sviluppa su due fronti: la terapia delle persone con HIV (TasP), che azzera la carica virale e la profilassi pre-esposizione (PrEP) per le persone HIV negative a rischio.
In entrambi i casi, l’aderenza è determinante. Le formulazioni long acting possono migliorare significativamente questo aspetto, ampliando l’accesso anche alle popolazioni più difficili da raggiungere. Nuove prospettive arrivano anche dalla futura rimborsabilità della PrEP long acting in Italia.
Il coinvolgimento attivo dei pazienti resta una delle principali sfide.
“Strategie basate sull’inizio immediato della terapia antiretrovirale nella persona con HIV naive (same-day initiation), contestualmente e nello stesso giorno della comunicazione della diagnosi, hanno l’obiettivo di semplificare la complessità della prima visita, generando un modello di presa in carico più efficace, finalizzato a una migliore ritenzione in cura nel tempo”, afferma Valentina Mazzotta, Direttrice della UOS “Counselling, test e profilassi HIV e IST – Centro di Riferimento Regionale AIDS (CRR-AIDS)” dell’INMI Spallanzani e responsabile dell’Ambulatorio HIV naive dell’Istituto
“La presa in carico delle persone con nuova diagnosi di HIV è un momento chiave anche per l’andamento successivo – aggiunge – e deve rappresentare un momento in cui viene messa a fuoco tutta la complessità, biologica e clinica, ma anche psicologica e sociale, propria di questa condizione clinica”.
“L’Italia si sta muovendo rapidamente verso gli obiettivi fissati da UNAIDS – osserva Enrico Girardi, Direttore Scientifico INMI Spallanzani – Sia per il numero di persone che sanno di avere l’infezione da HIV, che per quelle che sono trattate, che per quelle che sono in terapia efficace, stiamo raggiungendo valori molto vicini a quelli fissati per il 2030. Certamente però, quest’ultima parte del percorso è la più difficile: richiede un’attenzione e un impegno sempre costante. Va ricordato che quello che noi otteniamo grazie alla terapia è solo una parte di quello che possiamo ottenere per il controllo dell’infezione da HIV. Una terapia efficace va accompagnata a tutti gli altri interventi di prevenzione disponibili”.
Il tema del re-engagement è centrale anche in contesti avanzati come San Francisco.
“Nel nostro centro abbiamo sviluppato programmi dedicati per persone con HIV che affrontano importanti difficoltà sociali – spiega Monica Gandhi, della University of California, San Francisco – L’introduzione delle terapie long acting ha rappresentato un cambiamento significativo: anche nei pazienti con viremia e scarsa aderenza, abbiamo osservato tassi di soppressione virologica molto elevati, fino al 98% a 48 settimane. Questi risultati dimostrano che, integrando l’innovazione farmacologica con modelli di presa in carico a bassa soglia e interventi di supporto, è possibile riportare in cura persone che altrimenti resterebbero escluse. La sfida ora è sviluppare strategie strutturate di re-engagement che permettano di mantenere nel tempo questi risultati”.
Spallanzani: eccellenza e prevenzione
“Lo Spallanzani quest’anno celebra i 90 anni dalla sua fondazione – conclude Cristina Matranga, Direttore Generale, INMI Spallanzani – Nel corso della sua storia, l’Istituto si è spesso trasformato adattandosi alle sfide infettive emergenti o riemergenti. Il nostro nuovo corso si fonda su una visione della salute che integra prevenzione, prossimità e intervento sociosanitario. Oggi prevenzione significa sempre più uscire dai luoghi tradizionali della cura, presidiare il territorio e intercettare precocemente bisogni e fragilità accompagnando le persone in percorsi di presa in carico accessibili. È in questa direzione che vogliamo muoverci: coniugare eccellenza clinica e prevenzione portando l’Istituto sempre più vicino alle persone e alle comunità. Il futuro dello Spallanzani passa da un’idea semplice ma decisiva: la salute si tutela meglio quando la prevenzione esce dagli ospedali, va sul territorio e si avvicina concretamente alla vita delle persone”.