Gentile Direttore,
sono Alessandro, ho 32 anni e faccio il Medico di Medicina Generale in un quartiere popolare di Roma. Da giovane avevo la cresta punk, ma solo adesso che ho messo (letteralmente) la testa a posto mi sento l’ultimo dei mohicani.
Ho sempre immaginato una medicina generale moderna, convinto che innovazione e tecnologia fossero l’unica risposta alle sfide demografiche e sanitarie del futuro. Fortunatamente lavoro in team in uno studio attrezzato — ecografia polmonare, spirometria, dermatoscopia, test rapidi — come tanti colleghi in tutta Italia. Pochi ricoveri, visite specialistiche e antibiotici, tanta centralità clinica e diagnostica di primo livello: non è un miracolo, è il risultato di un modello che funziona quando ci sono gli strumenti giusti.
Gli studenti in tirocinio sono affamati di medicina, ma anche di consigli sul futuro. La domanda fatidica arriva sempre, prima o poi: “Doc, ma Medicina Generale — vale la pena?”. La risposta è sempre la stessa ed è il motivo per cui scrivo questa lettera: “È il lavoro più bello che c’è e non avrei voluto fare altro, ma di questi tempi lascia perdere”. Stupore. Esibisco i cahiers de doléances: carichi di lavoro, retribuzioni modeste, burocrazia asfissiante. E poi l’asso nella manica: “Faresti per 40 anni il capro espiatorio di una politica miope? Investiresti su una professione sempre sul punto di essere stravolta da qualche riforma calata dall’alto?”
Il MMG è il professionista sanitario più apprezzato dai cittadini, ma è anche, evidentemente, l’unico da riformare urgentemente per decreto. I cittadini, si sa, non sono bravi a valutare quanto i politici. La colpa pare evidente: “non serve a niente e guadagna tanto lavorando poco”. Strano non sia la professione più gettonata tra i giovani medici. La soluzione è tanto nazionalpopolare quanto surreale: migliorare efficienza e attrattività seguendo gli insegnamenti di Checco Zalone sulla sacralità del posto fisso. D’altronde, quando mai un giovane medico ha considerato la possibilità di fare libera professione come un plus nella scelta della specializzazione? Quanti MMG in servizio avranno scelto di fare questo lavoro anche per il suo peculiare e storico inquadramento convenzionale? Quanti aspiranti MMG in fuga dall’ospedale non vedono l’ora di tornare ad essere dipendenti? Eppure pare che alcuni politici facciano proprio sul serio, come se l’inquadramento contrattuale fosse la radice e la panacea di tutti i mali.
E qui già li sento: “Toh, il solito giovane fuori e vecchio dentro che critica solo per difendere lo status quo”. Vi piacerebbe. Io rilancio e propongo. Nessuno si accontenta del modello pre-DM77, perché in questo lavoro chi rimane fermo va indietro. Non difendo un contratto, porto una visione. Al politichese delle bozze di decreto su ore, cronoprogrammi, remunerazione a obiettivi, gradualità e doppio canale rispondo con la pragmatica concretezza del medico della persona inserito in una rete moderna e strutturata. Quale riforma parte dalla soluzione e non dal problema? Di cosa hanno bisogno i cittadini? Di qualcuno che gli faccia una ricetta alle 3 di notte, o di un medico di fiducia che li conosce, li segue nel tempo ed è in “comunione d’interessi” per la loro salute? Perché spendere miliardi per ritinteggiare vecchi contenitori di “presenza medica” e non per rendere la Casa di Comunità il nodo di coordinamento di una rete diffusa, dove la telemedicina abbatte le distanze e il valore si misura sugli outcome dei pazienti con indicatori clinici condivisi, non sui metri quadri inaugurati? Teleconsulto strutturato con lo specialista, FSE davvero funzionante, diagnostica di primo livello diffusa, percorsi e responsabilità condivise sono il futuro. Nella sanità che (forse) avete in mente che deve fare il MMG? Resta il punto di riferimento del paziente o la centralità passa dal medico ai mattoni? Curiamo le persone o timbriamo i cartellini? Passare dal lavoro “a task” al lavoro “ad ore” frammentando la presa in carico su molteplici “medici di turno” produrrà efficienza o ulteriore frammentazione in un sistema che nessuno si sente più responsabile di tenere insieme? Chi farà prevenzione, deprescribing e riconciliazione terapeutica su pazienti “di passaggio” ?
Dulcis in fundo, una buona notizia. In questo modello efficienza e attrattività sono la stessa cosa: la medicina che rende questo lavoro degno di essere scelto è esattamente la stessa che funziona per i pazienti e garantisce la sostenibilità del SSN. Un medico motivato, autonomo e inserito in una rete moderna cura meglio, prescrive meglio e non cambia lavoro. Questa medicina si può costruire solo insieme, senza diktat calati dall’alto. Altrimenti costruirete solo ponti d’oro al MMG che fugge.
A quel punto chi resterà se anche l’ultimo dei mohicani deciderà di mollare?
Chi vi curerà nei prossimi 40 anni?
Dott. Alessandro Falcione
MMG Roma