Per la prima volta, i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie ha documentato una possibile trasmissione dell’influenza aviaria ad alta patogenicità A(H5N1) da un gatto domestico a un essere umano. Lo rivela uno studio che ha analizzato un focolaio verificatosi nella contea di Los Angeles, in California, tra novembre 2024 e gennaio 2025.
La ricerca, condotta dal Dipartimento di Sanità Pubblica della contea e dal Cdc, ha preso in esame 139 persone esposte a 19 gatti infetti. Tra queste, un professionista veterinario asintomatico è risultato positivo agli anticorpi specifici per il virus, nonostante un tampone nasofaringeo effettuato una settimana dopo l’esposizione fosse risultato negativo.
Lo studio rappresenta un punto di svolta nella comprensione delle modalità di trasmissione del virus H5N1. Finora, infatti, non era mai stata documentata la trasmissione da gatto domestico a uomo, sebbene fossero noti casi di contagio da uccelli selvatici, pollame domestico e bovini da latte. Il virus in questione appartiene al clade 2.3.4.4b, genotipo B3.13, lo stesso che dal 2021 si è diffuso ampiamente tra gli uccelli selvatici e il pollame domestico negli Stati Uniti, con sporadici episodi di spillover verso i mammiferi.
L’alimentazione cruda all’origine dell’infezione nei gatti
Tutti i 19 gatti coinvolti nel focolaio avevano consumato, nelle settimane precedenti l’insorgenza della malattia, latte crudo, carne cruda o cibo crudo per animali acquistato in negozio. Alcuni di questi prodotti sono risultati positivi al virus H5N1. I felini hanno sviluppato sintomi gravi a livello respiratorio, epatico e neurologico; 14 di loro sono morti o sono stati soppressi. Nove sono stati testati, e tutti i campioni sono risultati positivi. L’analisi di sequenziamento ha confermato il clade 2.3.4.4b genotipo B3.13.
Quattordici dei 19 gatti (il 74 per cento) erano stati visitati in 10 diverse strutture veterinarie. Questo ha determinato un’esposizione diffusa tra i professionisti del settore. Complessivamente, le persone esposte sono risultate 139: 11 proprietari dei gatti (appartenenti a cinque famiglie diverse), 126 professionisti di 10 studi veterinari, un dipendente di un’agenzia di controllo animali e un operatore del dipartimento sanitario locale.
Il caso del veterinario asintomatico
Tutte le 139 persone esposte sono state sottoposte a monitoraggio attivo dei sintomi per 10 giorni. Trenta di loro (il 22 per cento) hanno riferito sintomi simil-influenzali, tra cui naso che cola, tosse, mal di gola, affaticamento, dolori muscolari, mal di testa e starnuti. A 33 persone è stato offerto un tampone nasofaringeo. Nessun tampone è risultato positivo per l’influenza A(H5N1). Dodici test sono risultati positivi per altri virus respiratori: nove per l’influenza stagionale A(H3N2), due per rinovirus e uno per entrambi rinovirus e coronavirus NL63.
Ad aprile 2025, il dipartimento sanitario della contea e i Cdc hanno invitato tutte le 139 persone esposte a partecipare a uno studio sierologico per determinare se fosse avvenuta una trasmissione del virus H5N1, anche in assenza di sintomi. Venticinque persone (il 18 per cento) hanno accettato. Il prelievo di sangue è avvenuto in media 104 giorni dopo l’esposizione. Tra questi, un campione (il 4 per cento) è risultato positivo per gli anticorpi neutralizzanti e per quelli inibenti l’emoagglutinazione contro il virus H5N1. Si trattava di un professionista veterinario asintomatico, il cui sangue era stato prelevato 120 giorni dopo l’esposizione a un gatto malato.
Il veterinario, di cui non sono state rese note le generalità, non aveva utilizzato protezioni per occhi e vie respiratorie durante l’esposizione, e non aveva riferito altri fattori di rischio noti per l’infezione da H5N1, come l’esposizione a pollame da cortile, uccelli selvatici o bovini da latte, o il consumo di prodotti animali crudi. Non aveva ricevuto il vaccino antinfluenzale stagionale 2024-25 (che non protegge dall’H5N1) né la profilassi antivirale post-esposizione.
La ricostruzione dell’esposizione
Il gatto che aveva infettato il veterinario era un gatto domestico che viveva esclusivamente in casa. L’animale era stato valutato in un periodo di 11 giorni in quattro diverse strutture veterinarie, a causa di segni respiratori superiori, lesioni polmonari, atassia transitoria, debolezza degli arti posteriori e una progressiva uveite bilaterale con emorragia e distacco della retina che gli hanno causato la perdita permanente della vista. Tutti i sintomi erano insorti dopo che il gatto aveva mangiato cibo crudo commerciale a base di pollame. Durante le visite veterinarie, 31 persone erano state esposte all’animale.
La ricostruzione ha rivelato una mancanza di consapevolezza del rischio tra i professionisti. Il gatto era stato visitato in quattro studi nella settimana precedente la comunicazione del risultato positivo (non sottotipizzabile) del tampone. Quando il risultato era arrivato, il suo significato per la salute pubblica non era stato comunicato né al proprietario né agli altri veterinari fino a quando non erano stati contattati dal dipartimento sanitario. Di conseguenza, il personale non era consapevole del rischio di infezione zoonotica, incluso il professionista poi risultato positivo agli anticorpi.
Le implicazioni per la salute pubblica
Lo studio ha tre implicazioni immediate. Innanzitutto, fornisce la prima documentazione sierologica di una possibile trasmissione del virus H5N1 clade 2.3.4.4b da un gatto domestico a un essere umano. In secondo luogo, dimostra che la sola sorveglianza basata sui tamponi nasofaringei può perdere casi di infezione asintomatici o paucisintomatici, che possono essere rilevati solo attraverso la sierologia. In terzo luogo, evidenzia la necessità di rafforzare le misure di controllo delle infezioni negli studi veterinari.
“I proprietari di animali domestici – raccomandano i Cdc – non dovrebbero nutrire i gatti con latte crudo o altri prodotti animali crudi”. I veterinari, dal canto loro, “dovrebbero considerare l’influenza A(H5N1) nei gatti con malattia respiratoria o neurologica acuta, e seguire le appropriate pratiche di prevenzione delle infezioni, incluso l’uso di dispositivi di protezione individuale, per ridurre il rischio di esposizione”.
Un ulteriore elemento di preoccupazione riguarda il contesto in cui è avvenuta l’esposizione: il periodo in cui circolava l’influenza stagionale A(H3N2). Il rischio di co-infezione tra H5N1 e H3N2 in una stessa persona o in uno stesso animale aumenta la possibilità di riassortimento genetico, un fenomeno che potrebbe portare all’emergere di un nuovo ceppo virale capace di trasmettersi in modo sostenuto da uomo a uomo, con potenziale pandemico. “Una tempestiva individuazione e una risposta ‘One Health’ (umana, animale e ambientale) – conclude il rapporto – sono essenziali per ridurre ulteriori trasmissioni e il rischio di una pandemia da influenza A(H5N1)”.