La salute non coincide soltanto con l’assenza di una malattia. Sempre più spesso, oggi, significa anche poter continuare a vivere la propria quotidianità, mantenere relazioni, lavorare, studiare, prendersi cura di sé e conservare un ruolo attivo nella società. È da questa riflessione che prende spunto l’iniziativa promossa dalla Commissione d’Albo dei Terapisti Occupazionali di Roma e provincia in occasione della Giornata nazionale della Terapia Occupazionale, in programma il 24 maggio.
Le attività quotidiane, spiegano gli specialisti, non rappresentano semplicemente azioni da compiere, ma contribuiscono alla costruzione dell’identità personale, dell’equilibrio emotivo e del benessere sociale. Quando una persona perde la possibilità di svolgerle, non viene compromessa soltanto una funzione fisica o cognitiva, ma anche la capacità di mantenere abitudini, relazioni e punti di riferimento fondamentali nella propria vita.
Oltre la diagnosi clinica
“Parlare oggi di salute significa andare oltre la sola diagnosi clinica”, spiega Luigia Fioramonti, presidente della Commissione d’Albo dei Terapisti Occupazionali dell’Ordine Tsrm e Pstrp di Roma e provincia. “La possibilità di mantenere un ruolo attivo nella quotidianità e dedicarsi ad attività importanti per sé rappresenta un elemento essenziale del benessere della persona. È proprio su questo che interviene la Terapia Occupazionale, aiutando le persone a recuperare autonomia, sicurezza e progettualità nei propri contesti di vita”.
Negli ultimi anni, anche grazie ai modelli bio-psico-sociali promossi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, il concetto di salute si è progressivamente ampliato. L’attenzione non è più rivolta esclusivamente alla patologia, ma all’impatto concreto che una condizione di salute può avere sulla vita della persona. Le più recenti evidenze scientifiche mostrano infatti come il coinvolgimento nelle occupazioni quotidiane favorisca autonomia, soddisfazione personale e benessere psicologico, mentre la riduzione dell’impegno nelle attività significative possa aumentare isolamento sociale, perdita di ruolo e difficoltà nella gestione della vita quotidiana.
Le occupazioni quotidiane, inoltre, non rappresentano soltanto compiti da svolgere, ma elementi fondamentali nella costruzione dell’identità personale e del senso di appartenenza. La letteratura scientifica evidenzia come essere coinvolti in attività considerate significative contribuisca positivamente alla salute fisica, psicologica e sociale della persona.
“In Terapia Occupazionale il concetto di partecipazione è centrale”, sottolinea Marco Tofani, consigliere dell’Albo e responsabile scientifico del corso dedicato all’ICF e al WHODAS 2.0 organizzato dalla Commissione d’Albo. “Due persone con la stessa diagnosi possono avere esigenze completamente differenti. Per questo non basta valutare la malattia: è necessario comprendere quanto quella condizione incida concretamente sulla possibilità di lavorare, studiare, gestire la casa o mantenere relazioni e interessi personali”.
In questa prospettiva assumono particolare importanza strumenti come l’ICF (Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute) e il WHODAS 2.0 (Programma di Valutazione della Disabilità dell’OMS), sviluppati dall’Organizzazione mondiale della sanità per valutare il funzionamento della persona nei diversi ambiti della vita quotidiana.
L’ICF ha introdotto un importante cambiamento culturale nel modo di leggere disabilità e funzionamento umano: non più una visione centrata esclusivamente sul deficit, ma un modello che considera l’interazione tra condizioni di salute, ambiente, relazioni sociali e attività della vita quotidiana. Il WHODAS permette di analizzare aspetti come mobilità, comunicazione, cura della persona, relazioni interpersonali, gestione delle attività quotidiane e coinvolgimento sociale. L’obiettivo è comprendere il reale impatto della condizione di salute sulla vita della persona.
Secondo gli esperti, tuttavia, questi strumenti non sono ancora pienamente integrati nella pratica clinica quotidiana, nonostante possano favorire interventi riabilitativi più personalizzati e una presa in carico realmente centrata sulla persona.
“L’ICF e il WHODAS rappresentano un importante cambiamento culturale”, aggiunge Tofani. “Ci aiutano a spostare l’attenzione dal deficit alle risorse della persona, considerando il ruolo dell’ambiente, delle relazioni e del contesto sociale nel determinare il livello di autonomia e il funzionamento nella vita quotidiana”. Le più recenti evidenze scientifiche sottolineano inoltre la necessità di sviluppare interventi sempre più centrati sulla persona e orientati ai contesti di vita reali.
Il corso di formazione e la sperimentazione Inps
Proprio per approfondire questi temi, la Commissione d’Albo dei Terapisti Occupazionali di Roma e provincia ha recentemente promosso il Corso “Dalla Classificazione del Funzionamento alla Valutazione della Disabilità: Corso Teorico-Pratico sull’ICF e sul WHODAS 2.0”, condotto da Stefano Federici, docente dell’Università degli Studi di Perugia ed esperto a livello nazionale e internazionale nei temi legati alla disabilità, al funzionamento umano, all’ICF e ai modelli di valutazione centrati sulla persona.
Le giornate formative hanno rappresentato un’importante occasione di confronto sull’utilizzo degli strumenti di valutazione del funzionamento e sul ruolo della Terapia Occupazionale nella promozione dell’autonomia e del coinvolgimento della persona nei propri ambienti di vita. L’approfondimento di questi strumenti risulta oggi particolarmente attuale anche alla luce della sperimentazione avviata a livello nazionale dall’INPS nell’ambito della nuova valutazione della disabilità: a partire dalla valutazione multidimensionale della persona e del suo funzionamento nei contesti di vita reali, rende infatti sempre più centrale la conoscenza dell’ICF e degli strumenti di misurazione del funzionamento e della disabilità.
Partecipare è salute
“Quando una persona riesce a tornare a svolgere attività che considera importanti, non recupera soltanto una funzione”, conclude Fioramonti. “Recupera identità, relazioni, sicurezza e possibilità di esprimersi nella propria quotidianità. Per questo prendere parte alla propria vita non è un aspetto secondario della salute: partecipare è salute”.