A tre anni dal decreto che ne programmava il progressivo superamento, i “gettonisti” continuano a essere presenti in oltre la metà dei Pronto soccorso italiani. È uno dei dati più significativi emersi dall’indagine presentata da FADOI, la Federazione dei medici internisti ospedalieri, durante il Congresso nazionale in corso a Rimini dal 23 al 25 maggio.
L’indagine, condotta su un campione rappresentativo di tutte le Regioni italiane ad eccezione di Basilicata e Valle d’Aosta, fotografa un Servizio sanitario nazionale attraversato da profonde criticità organizzative e da un crescente disagio professionale tra i camici bianchi. Secondo i dati raccolti, il 54,8% dei Pronto soccorso continua infatti a fare ricorso a medici esternalizzati o con contratti autonomi, nonostante il Decreto legge 34 del 2023 ne avesse previsto un utilizzo soltanto temporaneo ed eccezionale, avviando di fatto i contratti “ad esaurimento”.
Diversa la situazione nelle Unità operative di Medicina interna, dove l’uso dei gettonisti risulta oggi residuale e inferiore al 20%.
Ma il nodo più allarmante emerso dall’indagine riguarda il malessere crescente della classe medica. Un internista su quattro dichiara di vivere attualmente una condizione di burnout, mentre il 65,4% afferma di averne sofferto almeno una volta nel corso della propria attività professionale. Stress lavorativo, sovraccarico assistenziale e peggioramento delle condizioni di lavoro stanno alimentando una fuga sempre più concreta dal Ssn: il 26,4% dei medici pensa infatti al pensionamento anticipato, il 20,2% valuta il passaggio al privato e il 10,1% guarda all’estero.
Un quadro che, secondo FADOI, rischia di compromettere non solo la tenuta degli ospedali pubblici ma anche la sicurezza delle cure. La Federazione richiama infatti uno studio della Johns Hopkins University School of Medicine secondo cui il 36% dei medici in burnout commette almeno un errore grave all’anno. Una percentuale che, proiettata sulla realtà italiana, potrebbe tradursi in circa 100mila errori sanitari ogni anno tra medici e infermieri.
Le condizioni di lavoro vengono giudicate peggiorate dal 69,2% degli internisti: per il 49,5% “peggiorate” e per il 19,7% “molto peggiorate”. Solo il 14,9% ritiene invece che la situazione sia migliorata.
Tra le priorità indicate dai professionisti per rilanciare il sistema sanitario, il 61,5% chiede la riclassificazione delle Medicine interne da strutture a bassa intensità di cura a strutture a medio-alta intensità, riconoscendo la crescente complessità clinica dei pazienti gestiti. Il 57,2% indica invece come prioritaria l’assunzione di personale medico e infermieristico, mentre il 34,6% sottolinea la necessità di rafforzare il coordinamento tra ospedale e territorio.
Un tema che si intreccia anche con il futuro delle Case di comunità finanziate dal Pnrr. Secondo l’indagine, il 18,8% degli internisti guarderebbe con interesse a un impiego nelle nuove strutture territoriali, che la proposta di decreto del ministro della Salute Orazio Schillaci apre anche ai medici dipendenti ospedalieri.
“L’indagine indica che la desertificazione dei nostri ospedali pubblici non è uno spettro agitato per interessi di categoria ma un rischio reale”, afferma il presidente FADOI Andrea Montagnani. “Carichi di lavoro spesso insopportabili, scarse prospettive di carriera e condizioni contrattuali non adeguate hanno già spinto circa 12mila medici ad abbandonare il servizio pubblico negli ultimi anni. Se anche solo una parte di chi oggi manifesta l’intenzione di lasciare dovesse passare ai fatti, il vuoto negli ospedali diventerebbe una voragine”.
Per Montagnani, la risposta passa attraverso nuove assunzioni, una maggiore integrazione tra ospedale e territorio e soprattutto un riconoscimento del ruolo strategico delle Medicine interne. “Come mostrano i dati sul burnout – conclude – ne va della salute dei medici ma soprattutto della qualità delle cure garantite ai pazienti”.