Il digitale non può sostituire il territorio

Il digitale non può sostituire il territorio

Il digitale non può sostituire il territorio

L'ossessione per l'ospedale virtuale rischia di mascherare il vuoto della sanità territoriale. La tecnologia deve rafforzare la presenza della cura, non sostituirla. Perché la salute non è una piattaforma, ma una relazione umana.

In relazione alla innovazione tecnologica, si moltiplicano i tentativi, finanche esasperati, di ricorso al digitale per l’erogazione dei Lea, mettendo sempre più da parte l’iniziativa umana a fondamento dell’assistenza sociosanitaria. Di tutto questo, la politica ne approfitta per proporre tanto in linea (molto) teorica: l’ospedale virtuale, la sanità integralmente digitalizzata, la presa in carico affidata a piattaforme, algoritmi e interconnessioni remote. Il tutto, raccontato come il nuovo orizzonte inevitabile dell’efficienza sanitaria.

Il tourbillon delle formule nuove

Ma vi è il fondato sospetto che, specie in quelle regionali (e non solo!) gravate da bilanci compromessi e da croniche carenze organizzative, il digitale stia diventando soprattutto una soluzione di narrazione compensativa della politica: un modo elegante per mascherare il progressivo impoverimento della sanità territoriale e la riduzione della presenza umana della cura.

Il rischio è gravissimo. Perché la erogazione dei Lea non può essere ridotta a una fibra ottica, a un monitoraggio remoto o a un protocollo algoritmico. La relazione terapeutica non è trasferibile integralmente dentro uno schermo. La salute della persona continua a dipendere dall’ascolto clinico, dalla presenza medico-infermieristica, dalla manualità professionale, dalla scrupolosità dell’osservazione diretta, dalla capacità empatica di comprendere il malato oltre il dato.

L’illusione che il digitale possa sostituire il territorio – oltre che essere una insensata illusione – rischia allora di produrre un duplice impoverimento: da un lato la disumanizzazione dell’assistenza; dall’altro la deresponsabilizzazione organizzativa delle istituzioni pubbliche. E mentre si celebra l’intelligenza artificiale come risposta universale, cresce il pericolo di un riduzionismo algoritmico della cura che avanza, nel quale l’automatizzazione eccessiva finisce per comprimere la complessità umana della cura dentro procedure standardizzate e relazioni impersonali.

La vera innovazione sanitaria non consiste nel rendere virtuale l’assistenza. Consiste nel rendere più forte, più vicina e più umana la presenza pubblica della cura.

L’ospedale virtuale o digitale che dir si voglia è una formula (solo) politicamente seducente. Evoca modernità, innovazione, efficienza, futuro. È la parola d’ordine perfetta di una stagione nella quale il digitale viene presentato come soluzione universale di ogni fragilità del sistema pubblico. Ma proprio per questo occorre fermarsi e riflettere: nella sanità il rischio di trasformare la tecnologia in ideologia è altissimo.

L’idea che l’ospedale virtuale possa risolvere il problema delle distanze territoriali appare, in realtà, profondamente contraddittoria. Praticamente un ossimoro. Non solo perché l’ospedale è per definizione la risposta residuale alla malattia acuta e complessa, ma soprattutto perché si continua a confondere il luogo della cura con il sistema della presa in carico.

Il focus è la soluzione della assistenza territoriale che non c’è

L’ospedale – virtuale o tradizionale che sia – non può sostituire il territorio. Può semmai integrarlo. Dove manca la medicina territoriale, dove non esistono servizi domiciliari efficienti, dove il medico di base è lasciato solo, dove l’assistenza infermieristica è insufficiente, nessuna piattaforma digitale potrà colmare il vuoto reale della presenza sanitaria.

Ed è qui che emerge il vero nodo politico e culturale della questione. L’ospedale virtuale rischia di diventare la legittimazione teorica di un arretramento materiale dello Stato. Una sanità sempre meno diffusa fisicamente e sempre più raccontata digitalmente. Si vende l’illusione della prossimità mentre, concretamente, si allontanano i servizi.

Del resto, le Case di comunità e gli Ospedali di comunità sono stati pensati proprio per fare l’esatto contrario: ricostruire una rete fisica di prossimità nelle periferie urbane, nelle aree interne, nei territori marginalizzati. Riportare i servizi vicino alle persone. Ridurre l’ospedalizzazione – in qualsiasi forma che sia –  impropria attraverso una presenza sanitaria continua e diffusa. Se oggi il paradigma diventa invece quello dell’ospedale virtuale, allora si rischia di svuotare di senso sia ideologico che pratico la stessa idea di territorializzazione dell’assistenza.

Ma c’è una questione ancora più profonda. La digitalizzazione tende a semplificare artificialmente la complessità della domanda sanitaria. Il cittadino viene rappresentato come un utente connesso, autonomo, capace di interagire costantemente con piattaforme, applicazioni, dispositivi di monitoraggio. È una rappresentazione astratta che ignora la composizione reale della fragilità sociale italiana: anziani soli, persone non autosufficienti, cittadini con basso livello di alfabetizzazione digitale, aree prive di infrastrutture adeguate, famiglie già sovraccaricate dalla cura. Tentare soluzioni simili in regioni deboli sul piano dell’assistenza e con mobilità passiva (come la Calabria che ne sconta 360 mln per il 2025) si corre il pericolo di generare un ulteriore deterioramento delle già difficili condizioni assistenziali.

D’altronde, in molte zone del Paese il problema non è la mancanza di connessione digitale, ma la mancanza di connessione umana e professionale. Manca il presidio sanitario. Manca il medico. Mancano i tempi di risposta. Mancano i trasporti sanitari. Manca persino la possibilità materiale di raggiungere i servizi essenziali. Pensare che tutto ciò possa essere compensato attraverso la virtualizzazione della cura significa confondere l’innovazione con la deresponsabilizzazione pubblica.

Le tecnologie hanno una funzione integrativa e non surrogatoria

C’è poi un ulteriore elemento di criticità: la centralità crescente delle piattaforme rischia di produrre una sanità sempre più amministrata secondo logiche tecnologiche e finanziarie piuttosto che cliniche e relazionali. Il digitale diventa facilmente strumento di razionalizzazione della spesa, riduzione del personale, concentrazione dei servizi, remotizzazione delle prestazioni. In altri termini: meno sanità reale e più intermediazione tecnologica.

Naturalmente nessuno nega l’utilità della telemedicina o del monitoraggio remoto. Sarebbe una posizione irragionevole. Le tecnologie digitali possono rappresentare un supporto prezioso soprattutto nella gestione delle cronicità, nella continuità terapeutica, nell’assistenza domiciliare integrata, nel raccordo tra professionisti e pazienti fragili. Ma proprio questo è il punto: il digitale deve rafforzare il territorio, non sostituirlo. Deve integrare la prossimità, non giustificarne l’assenza.

 La vera modernità di un sistema sanitario non consiste nel rendere virtuale l’ospedale, replicandone artificialmente la funzione. Consiste nel rendere concreta, accessibile e continua la presenza pubblica della cura. Perché la sanità non è una piattaforma. È una relazione di fiducia, di presenza, di accompagnamento umano e professionale. E nessuna innovazione tecnologica potrà mai trasformare l’assenza dello Stato in un progresso civile.

 Sulla scorta di una tale principio è da ritenere pericolosa, per l’universalità e uniformità assistenziale nel Paese, ogni tentativo retorico – seppure fascinoso – di parlare di affidamento agli algoritmi della salute delle persone. Si corre il verosimile rischio di mette in serio pericolo la sanità, sia sul piano organizzativo che su quello politico-istituzionale, e con essa la concreta godibilità dei Lea.

 Sbagliando il percorso si rischia di aumentare i problemi senza risolvere quelli esistenti

L’idea specifica di “ospedale virtuale” – che sta assumendo un convincimento progressivo della politica – mostra, sotto questo profilo, una contraddizione profonda e strutturale, tale da concretizzare – come detto –  un vero e proprio ossimoro.

 L’ospedale di per sé rappresenta infatti, per definizione concettuale, la risposta residuale alla fase acuta e complessa della malattia, non il fondamento della prossimità sanitaria. Pensare di risolvere la distanza territoriale attraverso la virtualizzazione dell’ospedale rischia quindi di capovolgere la logica stessa della sanità distrettuale. La distanza non si riduce remotizzando ulteriormente il luogo più centralizzato del sistema, ma diffondendo presenza sanitaria in tutta la sua fisicità, continuità assistenziale e capacità concreta di presa in carico dele persone.

È in questo passaggio che emerge il rischio più delicato: la tecnologia può trasformarsi non solo in uno strumento di innovazione, ma anche in una forma di legittimazione dell’arretramento materiale del sistema pubblico.

La virtualizzazione dell’assistenza rischia così di compensare narrativamente:

  • la riduzione dei presidi territoriali,
  • la diminuzione del personale,
  • l’indebolimento della capillarità dei servizi,
  • la progressiva rarefazione della presenza sanitaria.

Il punto centrale diventa allora distinguere tra:

  • digitale integrativo;
  • digitale sostitutivo.

Il primo rafforza il territorio, sostiene la domiciliarità, migliora la continuità terapeutica e supporta la relazione clinica.

Il secondo tende invece a sostituire la presenza con l’intermediazione tecnologica, comprimendo progressivamente la dimensione relazionale della cura.

Ed è proprio qui che il rischio assume una rilevanza sistemica. Perché la cura non è soltanto trasmissione di dati o gestione algoritmica di procedure. È osservazione diretta, responsabilità professionale, relazione umana e capacità di comprendere il paziente oltre il dato clinico.
Quando la tecnologia tende a sostituire queste dimensioni anziché sostenerle, il diritto alla salute rischia di essere progressivamente ridefinito secondo logiche organizzative e tecnologiche, anziché sulla base dei bisogni concreti della persona.

 La soluzione è assicurare l’assistenza di prossimità al domicilio delle persone

 Quando il territorio funziona – prevenzione, medicina generale, domiciliarità, presa in carico continuativa, servizi sociali integrati – il ricorso all’ospedale diminuisce. In una siffatta logica:

  • le Case di comunità nascono proprio dalla critica all’ospedalocentrismo;
    • gli Ospedali di comunità servono a evitare ricoveri impropri e a mantenere la continuità assistenziale vicino ai luoghi di vita;
    • la domiciliarità dovrebbe essere il vero asse innovativo, specie per cronicità e non autosufficienza.

 Di conseguenza, perseguendo la logica di introdurre a sistema un “ospedale virtuale”, si rischia una deriva culturale: far credere che la tecnologia possa sostituire la prossimità organizzativa. Ma la prossimità non è solo comunicazione a distanza. È presenza professionale, continuità clinica, capacità di intervento materiale, integrazione sociosanitaria.

 Da qui, l’errata narrazione che il digitale viene spesso narrato come soluzione neutrale e inevitabile, mentre può diventare uno strumento di giustificazione della riduzione infrastrutturale. In termini molto concreti:

  • meno presidi fisici;
  • meno personale;
  • meno capillarità;
  • più piattaforme e retorica dell’innovazione.

 Ed è qui che il ragionamento diventa politico oltre che tecnico: la virtualizzazione rischia di trasformarsi in una forma elegante di indietreggiamento pubblico.

Ettore Jorio

09 Giugno 2026

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