Gentile Direttore,
tra le molte immagini emerse nel dibattito davanti alla Corte costituzionale sul suicidio medicalmente assistito, una ha colpito particolarmente l’opinione pubblica. Alcuni dei malati intervenuti contro l’estensione dell’accesso al suicidio assistito hanno affermato che eliminare il requisito del trattamento di sostegno vitale significherebbe lasciare sul loro comodino una “pistola carica”. Maria Letizia Russo lo ha spiegato con grande sincerità: esistono momenti nei quali, sopraffatta dalla sofferenza, pensa “Signore, fammi morire”, ma quello stato passa. Il suo timore è che, se in quei momenti la possibilità del suicidio assistito fosse immediatamente disponibile, potrebbe essere tentata di ricorrervi. È una testimonianza che merita il massimo rispetto. Ma proprio perché è autentica, forse suggerisce una conclusione diversa da quella generalmente proposta.
La “pistola sul comodino”, infatti, non viene collocata dalla legge. La pistola sul comodino esiste già. Ogni anno persone affette da malattie gravissime, ma anche da patologie molto meno compromettenti, si tolgono la vita ricorrendo ai mezzi più diversi e spesso più violenti: precipitandosi nel vuoto, impiccandosi, utilizzando il gas, procurandosi profonde ferite o assumendo sostanze tossiche. In alcune condizioni particolarmente stigmatizzanti, il suicidio può verificarsi addirittura subito dopo la diagnosi, prima ancora che la malattia produca le sue conseguenze più invalidanti. La possibilità materiale di morire non dipende quindi dall’esistenza di una legge sul suicidio medicalmente assistito più o meno estesa.
Si potrebbe obiettare che una maggiore accessibilità legale aumenti il ricorso al suicidio in generale, ma si tratta di un timore che l’evidenza empirica internazionale non ha confermato: metodologicamente ci troviamo ancora di fronte al ragionamento fallace del piano inclinato, che ho già criticato in precedenza. La vera “pistola” non è un oggetto, ma una possibilità mentale. È la rappresentazione del suicidio come soluzione alla sofferenza. Questa possibilità non nasce con una legge e non scompare vietandola. Abita da sempre la vulnerabilità umana. La domanda clinica, quindi, non è come eliminarla, ma come accompagnare la persona affinché quella rappresentazione possa essere attraversata senza diventare necessariamente un gesto.
Da decenni la suicidologia insegna che il pensiero della morte appartiene all’esperienza umana. Questo ambito di studi non nasce per impedire che le persone pensino alla morte, ma per comprendere come quel pensiero possa essere trasformato, condiviso e attraversato senza diventare necessariamente un gesto. Marsha Linehan, una delle maggiori studiose internazionali del comportamento suicidario, ha costruito il proprio modello terapeutico partendo proprio da questo presupposto: nei momenti di sofferenza estrema molte persone pensano al suicidio. Per questo motivo la sua scala più famosa per rilevare il rischio suicidario (che ho validato in italiano e usato in ricerche su questi temi) non si intitola “Le ragioni per morire”, ma “Le ragioni per vivere”, perché il lavoro clinico consiste nell’aiutare la persona a ritrovare, anche nelle fasi più disperate, motivazioni sufficienti per continuare ad abitare la propria esistenza nel mondo.
È precisamente questo il compito della psicologia ospedaliera e della psicologia palliativa. Non eliminare il pensiero suicidario fingendo che non esista o condannandolo, ma, al contrario, renderlo pensabile, condivisibile, quindi elaborabile. La richiesta di morte non va né assecondata automaticamente né censurata; va ascoltata, esplorata e compresa dentro la storia della persona, nella consapevolezza che desideri e motivazioni possono modificarsi nel tempo. Per questo motivo la metafora della “pistola sul comodino” rischia di essere fuorviante se attribuita esclusivamente alla normativa sul suicidio assistito. La vera “pistola” è costituita dalla disperazione, dalla perdita di significato, dalla percezione di essere un peso, dalla solitudine, dal dolore non adeguatamente accompagnato. È lì che la psicologia è chiamata a intervenire.
Ed è forse proprio questo il punto che meriterebbe maggiore attenzione anche nel dibattito sulle cure palliative. Se si sostiene che le cure palliative non abbiano nulla a che fare con il pensiero suicidario del paziente, si rischia di proporre un’immagine della cura che non incontra davvero gli abissi della sofferenza umana. Il desiderio di morire, quando emerge, non rappresenta un corpo estraneo rispetto all’accompagnamento palliativo: ne costituisce, semmai, una delle sfide cliniche più profonde.
Forse, allora, il confronto dovrebbe spostarsi. Più che discutere se la “pistola sul comodino” sia collocata dalla legge, sarebbe utile interrogarsi su come i professionisti della cura possano aiutare le persone ad attraversare quei momenti in cui quella pistola sembra l’unica via d’uscita. È questo, da sempre, il terreno proprio della psicologia palliativa e della relazione di cura. La continuità tra cure palliative e suicidio medicalmente assistito non si gioca nell’atto finale, ma nella capacità di accompagnare il paziente anche quando il desiderio di morire entra nel suo orizzonte esistenziale. Se la cura interrompe il dialogo proprio in quel momento, è la relazione terapeutica, prima ancora della legge, a lasciare il paziente solo davanti alla sua “pistola sul comodino”.
Ines Testoni
Professoressa ordinaria di Psicologia sociale
Direttrice del Master in Death Studies & The End of Life, Università di Padova