La sanità italiana continua a reggere sul piano degli esiti generali, ma mostra crepe sempre più evidenti nell’accesso alle cure, nella tenuta del territorio e nell’equità tra Regioni. È il quadro che emerge dall’audizione dell’Istat nell’ambito dell’indagine conoscitiva della XII Commissione Affari sociali della Camera sull’attuazione dei Livelli essenziali di assistenza e sull’erogazione delle prestazioni sanitarie nelle Regioni.
Il documento, illustrato dalla direttrice della Direzione centrale per le statistiche sociali e il welfare dell’Istat, Nicoletta Pannuzi, mette insieme spesa, offerta sanitaria, dotazioni professionali, condizioni di salute, rinuncia alle cure, mobilità ospedaliera ed esiti. Ne viene fuori l’immagine di un Servizio sanitario nazionale che negli anni ha migliorato molte performance di salute, ma che oggi deve fare i conti con una domanda crescente, una popolazione che invecchia e disuguaglianze territoriali ancora profonde.
Nel 2025 la spesa sanitaria totale è pari a 190,1 miliardi di euro, con un’incidenza sul Pil dell’8,4%. La componente pubblica si attesta a 140,8 miliardi, pari al 74,1% del totale, mentre la spesa direttamente sostenuta dalle famiglie arriva a 42,4 miliardi, il 22,3%. A questi si aggiungono circa 7 miliardi sostenuti dai regimi di finanziamento volontari, in larga parte assicurazioni private. La spesa sanitaria nominale pro capite è passata dai 2.637 euro del 2019 ai 3.225 euro del 2025: di questi, 2.388 euro sono finanziati dalla Pubblica amministrazione, 719 euro direttamente dalle famiglie e 118 euro dai regimi volontari.
Guardando alle funzioni di assistenza, nel 2024 la quota maggiore della spesa sanitaria è assorbita da cura e riabilitazione: 101 miliardi di euro, pari al 54,2% del totale. Seguono prodotti farmaceutici e altri apparecchi terapeutici, con 38,5 miliardi e un’incidenza del 20,7%, l’assistenza sanitaria a lungo termine con 19,4 miliardi e i servizi ausiliari, tra laboratorio, diagnostica, trasporto pazienti e soccorso, con 15,4 miliardi. La prevenzione pesa invece per il 4,5% della spesa complessiva.
Ma il capitolo più critico riguarda l’offerta. Nel lungo periodo la dotazione di posti letto ospedalieri ordinari si è più che dimezzata: dai 358.309 posti del 1996 ai 176.317 del 2023, con un calo superiore al 50%. Nel 2023 il tasso nazionale è di 3 posti letto ordinari per mille residenti, sotto lo standard del Dm 70/2015. Il Nord registra 3,2 posti per mille abitanti, il Centro 3,0 e il Mezzogiorno 2,7. Le differenze regionali restano marcate: si va da 3,6 posti per mille in Emilia-Romagna e nella Provincia autonoma di Trento a 2,4 in Campania.
Sul territorio il segnale d’allarme arriva dai medici di famiglia e dai pediatri. Nel 2024 i medici di medicina generale sono 37.173, pari a 6,3 per 10 mila residenti: 810 in meno rispetto al 2023 e 7.764 in meno rispetto a dieci anni prima. La conseguenza è un forte aumento del carico assistenziale: la quota di MMG con più di 1.500 assistiti raggiunge il 54,5%, quasi il doppio rispetto al 2014, quando era al 28%. I pediatri di libera scelta sono 6.496, in calo di 210 unità rispetto al 2023 e di 1.219 in dieci anni. Anche qui il carico resta elevato: il 74,5% ha più di 800 assistiti.
A pesare non è solo la diminuzione dei professionisti, ma anche l’età. Nel 2024 il 32,7% dei medici di famiglia e il 36,7% dei pediatri ha tra 65 e 69 anni. In alcune aree del Mezzogiorno il dato è ancora più alto: in Campania i MMG tra 65 e 69 anni sono il 46,1%, mentre tra i pediatri si arriva al 63,5% in Basilicata.
Il problema riguarda più in generale tutto il personale sanitario. Nel 2024 operano in Italia oltre 343 mila medici attivi, di cui circa 287 mila generici e specialisti e 56 mila specializzandi. Gli infermieri attivi sono quasi 412 mila, pari a 7 per mille residenti e a 1,4 per medico. Ma la distribuzione è diseguale: nel settore dell’assistenza sanitaria, nel 2023 la dotazione media nazionale è di 6,2 infermieri per mille residenti, con valori più alti nella Provincia autonoma di Bolzano, in Liguria, Emilia-Romagna, Lazio e Friuli-Venezia Giulia, e più bassi in Campania, Calabria e Sicilia.
Il documento Istat evidenzia anche l’invecchiamento della professione medica: tra i medici attivi nel settore dell’assistenza sanitaria, l’età media è di 54 anni e il 42,5% ha 60 anni e più. Le differenze territoriali sono forti: si passa dal 27,1% di over 60 nella Provincia autonoma di Bolzano al 55,9% in Calabria. Tra gli specialisti, quasi 217 mila nel 2024, il 42,8% ha almeno 60 anni, con criticità più marcate nell’area chirurgica, dove gli over 60 sono il 44,8%.
Sul fronte della salute della popolazione, l’Italia conferma risultati importanti. Nel 2025 la speranza di vita alla nascita è di 83,7 anni, 81,7 per gli uomini e 85,7 per le donne. Ma anche qui i divari regionali restano netti: in Campania l’aspettativa di vita è pari a 82,1 anni, mentre nella Provincia autonoma di Trento raggiunge gli 85 anni. Gli anni di vita in buona salute sono in media 59,1, ma si va dai 67,9 anni della Provincia autonoma di Bolzano ai 52,6 della Calabria.
La multicronicità resta uno dei principali indicatori della pressione sul sistema sanitario. Nel 2025 il 22% della popolazione di 25 anni e più risulta affetto da almeno due malattie croniche. La quota più elevata si registra in Liguria, con il 26%, mentre il valore più basso è nella Provincia autonoma di Bolzano, al 15,2%. I tassi standardizzati mostrano le situazioni più critiche in Calabria e Sicilia, entrambe al 20,1%.
Uno degli elementi più significativi riguarda però il rapporto tra bisogni di salute e finanziamento. Secondo Istat, il finanziamento effettivo del SSN, pari a 131,3 miliardi nel 2023 e 136,7 miliardi nel 2024, presenta differenze regionali rilevanti e un’allocazione delle risorse non sempre coerente con le condizioni di salute della popolazione. Calabria e Basilicata vengono indicate come esempi di Regioni con livelli di multicronicità superiori alla media ma quota di finanziamento inferiore. In generale, osserva l’Istituto, il sistema di allocazione non sembra proporzionale al bisogno potenziale della popolazione.
Il capitolo della domanda insoddisfatta fotografa un’altra criticità centrale. Nel 2024 quasi 5 milioni e 800 mila persone, pari al 9,9% della popolazione, hanno rinunciato, pur avendone bisogno, ad almeno una visita o un accertamento diagnostico. Il dato è in crescita rispetto al 2019, quando era al 6,4%. Le ragioni principali sono le lunghe liste d’attesa e il costo economico delle prestazioni. Le rinunce colpiscono di più le donne, l’11,4% contro l’8,3% degli uomini, e la fascia 45-64 anni, dove si arriva al 12,6%.
La Sardegna presenta il dato più elevato: tra chi aveva già ottenuto altre prestazioni sanitarie nei 12 mesi precedenti, la rinuncia arriva al 23,9%; tra chi non aveva ricevuto visite o accertamenti, all’8,7%. Un segnale che conferma come l’accesso alle cure non dipenda solo dalla presenza formale dei servizi, ma anche dalla loro effettiva capacità di rispondere in tempi e costi sostenibili.
Anche la soddisfazione per i ricoveri mostra un’Italia divisa. Nel triennio 2022-2024 il 40,8% delle persone ricoverate si dichiara molto soddisfatto dell’assistenza medica ricevuta e il 41,2% dell’assistenza infermieristica. Ma al Nord le quote superano il 50%, mentre i valori più bassi per l’assistenza medica si registrano in Lazio, Campania, Puglia e Calabria. La fiducia nei medici e nel personale del SSN resta complessivamente discreta, con un punteggio medio di 7 per i medici e 6,9 per l’altro personale, ma anche qui si conferma il gradiente Nord-Sud: in Calabria si registrano i punteggi medi più bassi e le quote più elevate di giudizi insufficienti.
La mobilità ospedaliera conferma infine la persistenza di forti squilibri regionali. Nel 2024 i ricoveri fuori dalla regione di residenza rappresentano l’8,6% dei ricoveri di pazienti residenti, quota stabile rispetto al 2023 ma più alta rispetto al 7,2% del 2004. Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna continuano a essere poli di attrazione, mentre la mobilità in uscita resta elevata da Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. Nel 2024 i ricoveri fuori regione sono molto bassi in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, rispettivamente 5,3%, 6,5% e 5,7%, mentre raggiungono il 32,8% in Molise, il 28,6% in Basilicata e il 22,8% in Calabria.
Sul piano degli esiti, l’Italia mantiene una buona performance internazionale per la mortalità evitabile. Nel 2023 il tasso è di 16 decessi per 10 mila abitanti sotto i 75 anni, in diminuzione rispetto al 2022 e tra i più bassi in Europa. Ma il dato nazionale nasconde divari territoriali importanti: il Nord-est registra 14 decessi per 10 mila abitanti, il Mezzogiorno 18,1. La situazione più critica è in Campania, mentre condizioni più favorevoli si osservano in Veneto e Trentino-Alto Adige.
Il documento dedica inoltre un focus agli stili di vita. Nel 2025 i fumatori sono quasi 10 milioni, pari al 19,2% delle persone di 14 anni e più, con una prevalenza che sale al 26,5% tra i 25-44enni. La sedentarietà riguarda il 31,7% della popolazione di 25 anni e più, con punte del 49,4% in Calabria e del 48,9% in Sicilia. Le persone obese sono oltre 5,7 milioni, pari all’11,6% degli adulti, con una maggiore diffusione nel Mezzogiorno e un valore del 13,7% in Puglia.
L’ultimo focus riguarda l’accessibilità ai pronto soccorso nei comuni capoluogo delle Città metropolitane. Considerando le 101 strutture con Pronto soccorso o DEA attive al 31 dicembre 2025, Istat misura la quota di popolazione che può raggiungere il presidio più vicino entro otto minuti. Le migliori performance si registrano a Milano, Torino, Catania e Cagliari, con valori tra il 54,2% e il 67,8%. Seguono Bari e Napoli, sopra il 50%. I valori più bassi sono invece a Firenze, 14,8%, Venezia, 22,3%, e Genova, 27,4%, per ragioni legate alla distribuzione dei presidi e alla conformazione urbana.
Il quadro complessivo consegnato dall’Istat alla Camera è dunque quello di un SSN che continua a produrre buoni risultati di salute, ma sempre più attraversato da tensioni strutturali: meno offerta ospedaliera, territorio sotto pressione, professionisti insufficienti e anziani, cittadini che rinunciano alle cure, mobilità sanitaria persistente e differenze regionali che incidono sulla reale esigibilità dei LEA. La sfida, più che nel solo aumento delle risorse, appare nella capacità di allineare finanziamenti, servizi e bisogni effettivi della popolazione.