Sanità senza slogan

Sanità senza slogan

Sanità senza slogan

Gentile Direttore, continuo a leggere commenti e slogan usati da politici che, partendo da dati statistici reali, finiscono per descrivere un Servizio Sanitario Nazionale molto diverso dalla realtà e da quello che emerge da un'analisi rigorosa delle stesse fonti che li ispirano...

Gentile Direttore,
continuo a leggere commenti e slogan usati da politici che, partendo da dati statistici reali, finiscono per descrivere un Servizio Sanitario Nazionale molto diverso dalla realtà e da quello che emerge da un’analisi rigorosa delle stesse fonti che li ispirano. In sanità i numeri sono indispensabili, ma devono essere interpretati nel loro contesto. Estrapolare un indicatore e trasformarlo in uno slogan rischia di offrire ai cittadini un’immagine distorta della realtà.

Un esempio eclatante riguarda la cosiddetta “rinuncia alle cure”. È divenuto purtroppo frequente leggere o ascoltare, soprattutto a livello politico che “quasi il 10% degli italiani rinuncia alle cure”, come se milioni di persone fossero costrette a rinunciare a trattamenti sanitari essenziali. ‘E certamente vero che l’indagine ISTAT “Aspetti della vita quotidiana riferita al 2024” riporta che il 9,9% degli intervistati ha dichiarato di aver rinunciato, negli ultimi dodici mesi, ad almeno una visita specialistica o a un esame diagnostico pur ritenuto necessario.

Pur in fortissimo contrasto con i risultati del documento “State of the Health in EU/Italy 2023”, edito da OECD insieme all’European Observatory of Health System policy (che riporta un dato ben lontano da quello ISTAT e cioè che l’1,8 % della popolazione italiana ha dichiarato bisogni di cure mediche non soddisfatti per costi eccessivi, distanza geografica o tempi di attesa, contro il 2,2% della media UE), non si può non tener conto di un dato ISTAT: che segnala un numero da non sottovalutare, ma che comunque non coincide assolutamente con il significato, molto più ampio, di “rinuncia alle cure”. In ambito sanitario la cura comprende diagnosi, trattamenti medici e chirurgici, assistenza e riabilitazione: ridurre tutto questo alla mancata esecuzione di una visita o di un esame diagnostico significa attribuire al dato un significato che l’indagine non dimostra.

Va inoltre ricordato che l’indagine ISTAT è una rilevazione campionaria basata sulle dichiarazioni degli intervistati: si tratta di una metodologia scientificamente consolidata, ma che misura l’esperienza percepita e riferita dai cittadini. Come ogni indagine di questo tipo, i risultati possono risentire del ricordo individuale, della percezione soggettiva e della mancata partecipazione di una parte del campione selezionato.

Per questo motivo tali informazioni dovrebbero sempre essere lette insieme ad altre fornite da autorevoli Fonti e comunque agli indicatori oggettivi del SSN: tempi di attesa effettivamente registrati, volumi di prestazioni erogate, ricoveri, esiti clinici e mortalità. Nella ricerca scientifica questi due livelli di analisi sono complementari: il primo descrive la percezione dei cittadini, il secondo documenta l’attività realmente svolta dal SSN. Solo dalla loro integrazione è possibile formulare valutazioni attendibili.

Analoga cautela dovrebbe essere adottata quando si parla della dotazione di posti letto ospedalieri.

Si legge e si sente che, secondo Eurostat, l’Italia sarebbe tra i Paesi europei meno attrezzati: è un’affermazione formalmente corretta, ma incompleta. La stessa Eurostat evidenzia peraltro che un basso numero di posti letto trova giustificazione nel progresso scientifico e tecnologico, che ha consentito di ridurre la durata delle degenze e di trasferire numerose procedure dall’ospedale all’assistenza ambulatoriale o diurna, alla riabilitazione e alla lungodegenza. Chi può escludere che il ns SSN non sia stato e sia molto capace in questo progresso? Facendo anche una considerazione e cioè che il nostro coefficiente di utilizzo dei posti letto non mostra una situazione di affanno.

Infine, una riflessione destinata soprattutto a quanti indicano abitualmente la Germania come modello da imitare, non fosse altro che per il maggiore livello di spesa sanitaria. Proprio in questi giorni il Governo tedesco ha annunciato per il 2027 una riduzione di circa 19 miliardi di euro della propria spesa sanitaria, che ammonta oggi a circa 490 miliardi. Al di là delle diverse valutazioni politiche, questo dimostra che anche nei sistemi tradizionalmente considerati più generosi il problema non è soltanto quanto si spende, ma come si impiegano le risorse disponibili, tanto che si procede a tagli cospicui.

Il nostro Servizio Sanitario Nazionale presenta certamente criticità che richiedono interventi efficaci. Proprio per questo merita un confronto serio, fondato sulla corretta interpretazione dei dati e sul metodo scientifico, non sulla loro trasformazione in slogan. Sempre, ma in sanità particolarmente, la precisione delle parole è importante quanto la precisione dei numeri.

Le statistiche sono strumenti utili per orientare le politiche sanitarie. Ma, come ogni strumento scientifico, richiedono di essere interpretate nel loro contesto: quando diventano slogan, smettono di informare e finiscono per alimentare negativamente soltanto il dibattito politico.

Grazie per l’ospitalità

Prof. Ing. Stefano Scillieri
Docente (a.c.) di Clinical and health care engineering – Scuola Politecnica- UNIGE-DIBRIS

21 Luglio 2026

© Riproduzione riservata

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