Gentile Direttore,
i laboratori di emodinamica sono uno dei luoghi simbolo della cardiologia interventistica moderna: angioplastiche, procedure strutturali, pazienti critici che entrano in sala con la vita letteralmente appesa a una guida metallica e a qualche millimetro di lume coronarico. È il regno dell’heart team, della decisione multidisciplinare, dell’altissima tecnologia. È un ecosistema ad alta intensità clinica e radiologica, dove ogni ruolo professionale dovrebbe essere definito con la precisione di un diagramma di flusso. Almeno, questo è il modello che ci raccontano le linee guida e i documenti di posizione: equipe multiprofessionale stabile, cardiologi interventisti, infermieri dedicati, Tecnici Sanitari di Radiologia Medica (TSRM) dedicati, standard di qualità, indicatori di esito.
Poi, però, c’è la geografia reale dei nostri ospedali.
Poi ci sono le zone grigie, quelle che piacciono tanto all’organizzazione aziendale creativa con la solita scusa di sopperire alla carenza di personale.
Il documento di posizione della Società Italiana di Cardiologia Interventistica (SICI GISE) sugli standard dei laboratori di diagnostica e interventistica cardiovascolare parla chiaro: per ogni sala servono due cardiologi interventisti, due infermieri e un TSRM, personale stabile, formato, integrato in un’équipe multiprofessionale che lavora “a regime” su procedure complesse e ad alta intensità tecnologica.
Sulla carta, il modello è limpido: équipe dedicata, ruoli definiti, competenze strutturate. Nella realtà italiana, però, i numeri raccontano altro: sono poche le realtà con personale stabile dedicato, mentre in molti casi il TSRM non è proprio presente in organico, ma viene “prestato” dalla radiologia secondo turno e disponibilità. Tradotto: il TSRM non è parte integrante dell’équipe, ma un servizio “a chiamata”. Non un professionista che vive il setting, ma un pony express delle immagini, spedito dalla radiologia alla sala di emodinamica in base al planning, spesso senza continuità, senza percorsi formativi mirati, senza reale appartenenza.
Il confronto tra équipe dedicata ed équipe “prestata” è impietoso. La prima sviluppa esperienza specifica: conosce la topografia delle complicanze, internalizza i workflow, crea fiducia reciproca, costruisce routine di sicurezza che non si improvvisano. In un contesto dove ogni procedura è un equilibrio sottile tra stabilità emodinamica, esposizione radiologica, tempi di fluoroscopia e gestione di device complessi, avere un TSRM che “conosce la sala” non è un optional: è una misura di qualità.
Nel secondo caso, invece, si ha un effetto ad elastico: oggi arriva un TSRM, domani un altro; oggi conosce la console, domani deve chiedere “dove è la funzione per salvare la serie” o “come si imposta il protocollo di low dose?”. La radioprotezione diventa una variabile affidata alle buone intenzioni del singolo, la standardizzazione delle immagini una speranza, la gestione dei volumi e dei tempi in fluoroscopia un esercizio di improvvisazione.
Eppure le già citate linee guida SICI GISE e la FNO TSRM e PSTRP, nel suo parere sull’attività del TSRM in emodinamica di alcuni anni fa, insistono su volumi, qualità, formazione, radioprotezione, tracciabilità, indicatori di outcome: tutte dimensioni che richiedono una presenza tecnica stabile, non un servizio “a orario”. È difficile immaginare come questi obiettivi possano essere raggiunti se il TSRM continua a essere considerato una sorta di trasfertista interno, anziché membro fisso della squadra.
La domanda da porre alle aziende è semplice, quasi elementare: vogliamo laboratori di emodinamica che funzionino come équipe ad alta specializzazione, o come sale operatorie ibridate da personale in prestito? Se la risposta è la prima, allora la dotazione di TSRM dedicati diventa una scelta obbligata, non una opzione di lusso. Se la risposta è la seconda, bisogna avere l’onestà di ammettere che stiamo accettando un modello in cui la continuità, la cultura di team, la qualità radiologica e soprattutto il benessere del paziente sono sacrificati alla flessibilità del planning.
Forse è arrivato il momento di spostare la discussione dalle compatibilità di organico al valore clinico e organizzativo dell’équipe dedicata. Un laboratorio di emodinamica che lavora con professionisti stabili (cardiologi, infermieri, TSRM) non è solo più efficiente: è più sicuro, più capace di apprendere, anche dagli errori, più adatto a reggere l’aumento di complessità delle procedure che i dati nazionali evidenziano da anni. E non è un dettaglio: ogni volta che un paziente entra in sala, si merita di trovare un team che non si sta conoscendo in quel momento.
È necessario smettere di usare la radiologia come serbatoio di tecnici “in prestito” e iniziare a riconoscere che, in emodinamica, il TSRM dedicato non è un lusso, ma una necessità.
Dott. Riccardo Paglialunga
Tecnico Sanitario di Radiologia Medica