Dinamiche dei redditi e loro impatto sulla salute

Dinamiche dei redditi e loro impatto sulla salute

Dinamiche dei redditi e loro impatto sulla salute

Gentile Direttore, più di sei italiani su dieci arrivano a fine mese con fatica, un terzo usa i risparmi per coprire le spese correnti e quasi la metà teme un peggioramento dell’economia nei prossimi dodici mesi. Il Rapporto Italia 2026 di Eurispes fotografa una fragilità diffusa: affitti, utenze, mutui e cure mediche assorbono quote crescenti dei bilanci familiari, mentre il 10% più ricco delle famiglie detiene il 59,9% della ricchezza nazionale. I ceti medi sono costretti a liquidizzare i loro patrimoni. La sanità e la salute diventano sempre più un problema di reddito e disponibilità finanziaria o patrimoniale.

Gentile Direttore, più di sei italiani su dieci arrivano a fine mese con fatica, un terzo usa i risparmi per coprire le spese correnti e quasi la metà teme un peggioramento dell’economia nei prossimi dodici mesi. Il Rapporto Italia 2026 di Eurispes fotografa una fragilità diffusa: affitti, utenze, mutui e cure mediche assorbono quote crescenti dei bilanci familiari, mentre il 10% più ricco delle famiglie detiene il 59,9% della ricchezza nazionale. I ceti medi sono costretti a liquidizzare i loro patrimoni. La sanità e la salute diventano sempre più un problema di reddito e disponibilità finanziaria o patrimoniale.

I “grandi consumatori” e il loro impatto su clima e ambiente

Nel dibattito globale, l’espressione “grandi consumatori” si riferisce a chi ha un potere d’acquisto elevato o un forte impatto ambientale. Riconoscere questa categoria aiuta a capire il peso del nostro stile di vita.

Si stima che la classe media globale abbia superato i 4 miliardi di persone e continui a crescere, trainata soprattutto dai mercati asiatici (come Cina e India). Questi consumatori guidano la spesa quotidiana globale. Secondo una ricerca pubblicata su Nature, il 10% della popolazione mondiale con i redditi più alti è responsabile della stragrande maggioranza dei danni ambientali. In Europa, un’ampia percentuale della popolazione rientra nella fascia dei grandi consumatori con il più alto impatto ecologico. Le fasce mature della popolazione (come gli over 55) rappresentano ormai il pilastro dei beni di largo consumo, con una capacità di spesa che supera spesso quella delle generazioni più giovani.

A conferma di quanto sopra una recente ricerca pubblicata sulla rivista Communications Sustainability di Naturestima che il 10% dei consumatori più ricchi del mondo causi danni ambientali per 1.700 – 5.700 miliardi di dollari all’anno. Più della metà di questa fascia ad alto impatto vive negli USA e nell’Unione Europea.

Inoltre lo studio condotto dalla Leiden University e dall’ Università di Oxford ha analizzato i consumi di beni e servizi basandosi su quattro limiti planetari critici (cambiamento climatico, perdita di biodiversità, inquinamento da nutrienti e consumo di acqua dolce).  Negli Stati Uniti la stima sale da $19.000 a $63.000 a persona, pari al 6-20% del loro reddito. A livello di impatto sulle biodiversità è la voce più pesante, responsabile dal 47% al 56% dei costi di danno ambientale totali. Anche a livello di cambiamento climatico rappresenta dal 36% al 45% dei danni. Nella UE circa il 40-45% della popolazione rientra in questo gruppo di “grandi consumatori”, le cui abitudini superano la soglia di sostenibilità dei materiali (fino al 610% in più rispetto al 10% più povero).

Il 10% della popolazione mondiale che consuma di più causa danni ambientali per un valore fino a quasi 6 trilioni di dollari all’anno.

Lo studio condotto da ricercatori della Oxford Martin School, dell’Università di Oxford e dell’Università di Leiden, pubblicato su Nature –Communications Sustainability, stima i danni ambientali a quasi 6 trilioni di dollari all’anno e rileva che la perdita di biodiversità, e non il cambiamento climatico, ne rappresenta la componente principale. Secondo le stime più prudenti, questa cifra è di gran lunga superiore a quanto la comunità internazionale si è impegnata a spendere complessivamente per l’azione climatica e la conservazione della biodiversità, ed è paragonabile ai finanziamenti che si stima siano necessari a livello globale per affrontare queste crisi. Questa scoperta quantifica il danno che questo gruppo infligge su quattro fronti planetari: cambiamento climatico, perdita di biodiversità, inquinamento da nutrienti e consumo di acqua dolce. Oltre il 60% del 10% più ricco della popolazione mondiale vive negli Stati Uniti e nell’UE.

Nell’UE, il 40-45% della popolazione rientra in questa fascia di consumo più elevata, mentre negli Stati Uniti la percentuale supera la metà. La perdita di biodiversità è il principale fattore che contribuisce al bilancio globale dei danni, rappresentando il 47-56% del totale. I cambiamenti climatici ne rappresentano il 36-45%. Questo dato sottolinea i recenti appelli ad affrontare congiuntamente le crisi della biodiversità e del clima, anziché considerarle sfide politiche separate. È probabile che le cifre siano sottostimate. Per gli individui con i redditi più elevati, circa la metà delle emissioni proviene dagli investimenti piuttosto che dai consumi personali, un impatto non considerato in questa analisi. L’entità del danno economico illustra le potenziali entrate che si potrebbero ottenere applicando il principio “chi inquina paga” ai gruppi ad alto consumo. I ricercatori osservano che la tassazione ambientale incentrata sui consumi di lusso, piuttosto che sui beni di prima necessità, tende ad essere più progressiva ed efficace nella riduzione delle emissioni, pur sottolineando che la determinazione del prezzo è solo uno strumento tra i tanti e non giustifica né compensa il danno in sé.

La crescita continua della classe dei consumatori a livello globale

È la notizia più importante di cui nessuno parla. Sorprendentemente, né la crisi finanziaria globale, né il COVID, né la guerra in Ucraina, né l’inflazione elevata sono riusciti a fermare la crescita della classe dei consumatori. Lo slancio economico in Asia e l’aumento dell’aspettativa di vita in tutto il mondo fanno sì che i consumatori globali stiano contrastando anche gli shock economici più gravi degli ultimi anni. World Data Labdefinisce la classe dei consumatori come coloro che spendono almeno 12 dollari al giorno (misurati a parità di potere d’acquisto, o PPP, del 2017). Ogni anno, a livello globale, si aggiungono in genere tra i 110 e i 130 milioni di nuovi consumatori. È prevedibile che il mondo abbia raggiunto un punto di svolta in cui più della metà della popolazione appartiene alla classe dei consumatori: probabilmente a giugno 2023 c’erano 4 miliardi di persone nella classe dei consumatori e nel 2024 se ne aggiungeranno altri 113 milioni.

Figura 1. Nel 2024, l’Asia contribuirà con 91 milioni alla crescita della classe consumatrice globale.

(Fonte:  World Data Lab , World Data Pro)

Si prevede che l’Asia contribuirà per l’81% ai nuovi consumatori nel 2024, con India e Cina da sole che rappresenteranno oltre la metà dell’aumento. Per la prima volta, il numero di nuove persone nella classe dei consumatori in India supererà quello della Cina, rendendo l’India un motore trainante a livello globale della crescita dei consumi (Figura 1). Più consumatori significano più spesa.

La spesa dei consumatori è destinata ad aumentare di 2.300 miliardi di dollari (a parità di potere d’acquisto del 2017) entro il 2024. Per dare un’idea della portata di questo dato, è come aggiungere un’altra Germania al mercato dei consumi o eguagliare  la spesa militare globale .

La distribuzione della ricchezza e i ceti medi

Nel nostro Paese mostra un divario molto ampio: il 10% più ricco delle famiglie italiane detiene il 59,9% dell’intera ricchezza nazionale, mentre la metà più povera possiede il 7,4%. Nel decennio 2014-2024 la ricchezza netta delle famiglie italiane è diminuita del 5,5%.

La soglia della classe media, secondo la definizione OCSE richiamata da Eurispes, comprende chi guadagna tra 1.877 e 5.006 euro netti al mese. Il reddito familiare più diffuso in Italia è intorno a 2.500 euro mensili, quindi nella fascia bassa di questa area. La difficoltà di bilancio spinge molte famiglie verso credito e dilazioni. Il 22,1% degli italiani ha chiesto un prestito bancario nell’ultimo anno, soprattutto per acquistare casa, indicata dal 46,3% dei richiedenti, e per pagare debiti accumulati, indicati dal 29,1%.

Il 21,6% ha avuto bisogno di indebitarsi per affrontare cure mediche. Il 20,5% si è rivolto alla banca per saldare prestiti contratti con altre banche o finanziarie, segnale di una pressione crescente sui bilanci familiari.

Le piattaforme digitali di rateizzazione a tasso zero sono usate nel 51,3% dei casi tra chi ricorre a questa modalità. La dilazione consente di sostenere acquisti altrimenti difficili da affrontare in un’unica soluzione, soprattutto nelle famiglie con redditi più esposti all’aumento dei prezzi.

Quando le risorse personali si assottigliano, molti italiani cercano aiuto fuori dai canali istituzionali. Il 29,1% si rivolge alla famiglia d’origine, il 14,6% ad amici, colleghi o altri parenti, mentre il 10,6% chiede prestiti a privati fuori dalla cerchia familiare o bancaria. Il 23,3% segnala ritardi nel pagamento di bollette e utenze, il 18,8% nelle tasse. In un caso su dieci le difficoltà economiche portano a tornare nella casa della famiglia d’origine o dei suoceri, oppure ad affittare una stanza o un immobile di proprietà.

Tabella 2 – I numeri del Rapporto Eurispes 2026

Indicatori%
Italiani che arrivano a fine mese con difficoltà62,1%
Famiglie che usano i risparmi33,1%
Italiani che prevedono un peggioramento economico47,8%
Famiglie in difficoltà con l’affitto45,6%
Italiani che inviano acquisti necessari60,2%
Italiani che rinviano controlli medici34,6%
Quota di ricchezza detenuta dal 10% più ricco59,9%
Quota di ricchezza detenuta dalla metà più povera7,4%

(Fonte Eurispes 2026)

In Italia le famiglie sono sotto pressione a fine mese: affitto, bollette e cure mediche bruciano lo stipendio

Il dato più immediato riguarda la capacità delle famiglie di sostenere le spese ordinarie. Secondo Eurispes, il 62,1% degli italiani arriva a fine mese con difficoltà e il 33,1% ricorre ai risparmi accumulati. La quota di chi prevede un peggioramento della situazione economica del Paese nei prossimi dodici mesi sale al 47,8%, oltre dieci punti in più rispetto alla rilevazione precedente. La condizione economica personale appare stabile per il 42,1% degli intervistati, mentre il 36,9% dichiara un deterioramento negli ultimi dodici mesi. Solo una quota ridotta indica un miglioramento, segnale di un recupero debole rispetto alla perdita di potere d’acquisto accumulata negli anni dell’inflazione.

Tra le voci che creano maggiore difficoltà, l’affitto è al primo posto: mette in crisi il 45,6% delle famiglie che devono affrontare questa spesa. Seguono utenze al 28,7%, mutuo al 27,2% e spese mediche al 25,5%.

Le famiglie di ceto medio basso e di ceto lavoratore se colpite da grandi eventi di salute piombano nella così detta povertà sanitaria, vedi Report 2026 di CREA Sanità.

Tabella 1 – Difficoltà delle famiglie per tipologia di spesa

Spese delle famiglieQuote famiglie in difficoltà
Affitto45,6%
Utenze28,7%
Mutuo27,2%
Spese sanitarie25,5%

(Fonte Eurispes 2026)

La pressione si vede anche nei comportamenti di spesa.

Il 60,2% rinvia acquisti considerati necessari, il 54,1% riduce le uscite fuori casa e il 52,1% taglia viaggi o vacanze. Le rinunce toccano anche la salute, con il 34,6% che rinvia controlli medici periodici e il 32,1% cure odontoiatriche. I prezzi vengono percepiti in aumento per otto italiani su dieci. Infatti l’82% degli intervistati dichiara di aver registrato un aumento dei prezzi nell’ultimo anno. Per il 38,9%, i rincari hanno superato l’8%; per il 35,7% si sono collocati tra il 3% e l’8%. Le categorie più colpite sono generi alimentari, indicati dal 93,3% del campione, carburanti al 91,2%, pasti fuori casa all’83,4% e viaggi e vacanze all’82,2%. Seguono trasporti, abbigliamento, cura della persona e spese sanitarie. Il risultato si lega al rallentamento del recupero salariale.

Il Rapporto Eurispes collega la fatica quotidiana delle famiglie alla condizione del ceto medio italiano. Secondo i dati richiamati dall’Istituto, il potere d’acquisto del ceto medio è sceso di circa il 7,5% dal 2021, mentre nel 2023 il reddito reale delle famiglie si è ridotto dell’1,6%.

Welfare, sanità e redistribuzione dei redditi in Italia

Il sistema economico italiano si caratterizza per una forte redistribuzione tra redditi, consumi e spesa sociale. Oltre il 60% della spesa pubblica è assorbito dal welfare, ma si registra un forte divario tra chi sostiene il gettito fiscale e chi beneficia dei servizi, con un crescente ricorso al welfare aziendale per mitigare l’inflazione.

In Italia, la ricchezza dichiarata risulta fortemente concentrata e la crescita del reddito disponibile ha subito un rallentamento. Oltre il 50% dei contribuenti dichiara redditi fino a 20.000 euro annui, versando una percentuale minima dell’IRPEF totale. Solo una percentuale ristretta della popolazione (circa il 5%) supera la soglia dei 55.000 euro all’anno.

La spesa per lo stato sociale italiano supera i 660 miliardi di euro annui, un onere che grava sulla fiscalità generale. Esiste un forte sbilanciamento tra quanto versato e quanto ricevuto. Per i redditi fino a 20.000 euro, la differenza tra l’IRPEF pagata e il costo dei servizi di cui si usufruisce (soprattutto sanità e assistenza) è coperta da una forte redistribuzione. Per contrastare l’erosione del potere d’acquisto causata dall’inflazione, ha assunto un ruolo centrale, fortemente promozionato a livello politico e commerciale, il welfare aziendale. L’utilizzo dei fringe benefit è più che triplicato negli ultimi anni, diventando una risorsa chiave per i bilanci familiari.  L’andamento dei consumi è strettamente legato alle fasce di reddito e ha subito l’impatto del rincaro del costo della vita. Le famiglie con redditi più bassi destinano quasi interamente le proprie entrate ai consumi primari e sono maggiormente vulnerabili alle fluttuazioni economiche. La capacità di accumulare risparmio rimane appannaggio delle fasce di reddito medio-alte.

Policy possibili per sostenere ceti medi, ceti lavorativi e welfare

Per ripensare la redistribuzione dei redditi e garantire la tenuta del welfare, le policy attuali si concentrano su riforme strutturali, lotta al lavoro povero e conciliazione tra crescita economica e sociale.

Le proposte si articolano su tre direttrici principali:

Predistribuzione e salari: Intervenire a monte, prima della formazione della ricchezza, introducendo salari minimi adeguati e potenziando la contrattazione collettiva.

Welfare universalistico e servizi: Superare le misure emergenziali investendo in servizi di base universali (sanità, istruzione, asili nido) e politiche di inclusione strutturali.

Riforma fiscale: Rimodulare la progressività della tassazione, allargando la base imponibile e orientando le agevolazioni fiscali (welfare fiscale) per massimizzare l’equità e sostenere i redditi più bassi.

Le politiche fiscali e di redistribuzione sono gli interventi con cui lo Stato modifica la distribuzione iniziale del reddito e della ricchezza. Attraverso un sistema di imposte progressive e trasferimenti monetari (come pensioni, sussidi di disoccupazione e assegni familiari), le risorse vengono trasferite dai contribuenti più abbienti alle fasce più svantaggiate, riducendo così le disuguaglianze.

Questi interventi agiscono sia dal lato delle entrate che da quello della spesa pubblica:

Imposte progressive: Prevedono aliquote che aumentano proporzionalmente all’aumentare del reddito. In Italia, il sistema è imperniato sull’IRPEF, sebbene dibattiti e riforme recenti (come la delega fiscale in fase di attuazione) abbiano aperto a modelli differenti.

Trasferimenti e spesa sociale: Includono servizi pubblici essenziali e aiuti diretti alle famiglie, che garantiscono un livello di benessere indipendente dalla capacità di reddito individuale.

L’efficacia di tali misure viene spesso misurata analizzando l’indice di Gini (un indicatore di disuguaglianza) prima e dopo l’intervento dello Stato. Secondo i dati OCSE, l’azione combinata di fisco e trasferimenti riesce a mitigare le disuguaglianze generate dal mercato, sebbene l’intensità di questa protezione sia soggetta a fluttuazioni nel tempo.

Proposte di policy verso una rigenerazione del welfare e della sanità e loro nuova sostenibilità.

Inoltre si ripropone il tema della sostenibilità della sanità, della salute e del welfare – meglio – della loro rigenerazione, contrastando la medicalizzazione delle solitudini, delle fragilità e delle diseguaglianze di salute, al fine di valorizzare le risorse dei territori, i loro asset, e sviluppando politiche di inclusione e di solidarietà.

Per “rigenerazione e sostenibilità della sanità” si intende un cambio di paradigma volto a garantire l’accesso universale alle cure senza gravare sulle risorse future. Questo significa spostare il focus dalla cura della malattia alla promozione del benessere, ottimizzando i costi, investendo nella prevenzione e riducendo l’impatto ambientale delle strutture ospedaliere.

Il concetto si articola su tre pilastri principali:

Sostenibilità ambientale: Riconoscendo che il settore sanitario è responsabile di circa il 5% delle emissioni globali di CO2, si punta a ridurre l’impronta ecologica. Questo include l’efficientamento energetico degli edifici ospedalieri, la riduzione dei rifiuti attraverso il riciclo e l’uso di tecnologie a basso impatto.

Sostenibilità economica ed efficienza: Si concentra sul contrasto agli sprechi e sull’appropriatezza delle cure. Significa destinare le risorse in modo strategico, per esempio potenziando la prevenzione e la medicina territoriale (come previsto dal PNRR) per decongestionare gli ospedali e ridurre la spesa pubblica a lungo termine.

Rigenerazione del sistema e capitale umano: Riguarda il rinnovamento organizzativo e strutturale. È centrale valorizzare i professionisti sanitari tramite formazione continua, e ripensare i servizi di prossimità per eliminare le disparità territoriali nell’accesso alle cure.

Questo se si vuole passare dall’approccio al paziente verso quello alla persona occorre capire come garantire equità, universalismo, appropriatezza delle cure e accessibilità nei territori. Le dinamiche in atto sono caratterizzate da invecchiamento progressivo, crescita di cronicità e pluri-cronicità, aumento delle solitudini, delle fragilità e delle diseguaglianze di salute. Non tutti i disagi delle persone possono essere medicalizzati.

Occorre mappare gli asset delle comunità, valorizzarli, metterli in rete e integrarli con i servizi sanitari, sociosanitari e sociali. Passare da un modello basato sulla “attesa” ad uno caratterizzato da trasversalità, da processi e da prossimità.

Come indicato nel PNRR e nel DM 77 occorre sviluppare medicina di iniziativa, di prossimità e di popolazione, nonché Piani di Zone Piani Territoriali basati su co-progettazione e co-gestione.

Per fare questo serve:

Implementare sistemi di screening della solitudine e dell’isolamento sociale nei punti di contatto territoriali (Case della Comunità, farmacie, ambulatori singoli e associati dei Medici di Medicina Generale, servizi sociali, etc.) delle microaree utilizzando scale validate (UCLA o De Jong Gierveld), con focus prioritario sugli over 65 e sulle popolazioni fragili (giovani, famiglie in povertà, donne sole, etc.) , sviluppando conseguenti progetti integrati di prevenzione attiva, di medicina di iniziativa, di “prescrizione sociale”, di attivazione di sportelli di prossimità.

Consolidare e diffondere la figura dell’Infermiere di Famiglia e di Comunità come riferimento territoriale stabile per l’individuazione precoce, la presa in carico leggera e il monitoraggio delle persone fragili(con accesso al FSE e agli strumenti informativi territoriali). Introdurre, consolidare e diffondere nuove figure della salute di comunità, professionali (MMG, Infermieri di Famiglia e di Comunità, psicologi, assistenti sociali, educatori e altri) e volontarie (facilitatori, connettori sociali, animatori di punti di comunità e di reti di prossimità), opportunamente formati ad agire anche come operatori di comunità.

Garantire una presa in carico globale delle persone vulnerabili, prevedendo l’attivazione diffusa di Punti Unici di Accesso territoriali in collaborazione stabile fra Distretti sociosanitari e Ambiti Territoriali Sociali, nel sistema delle Case della Comunità – Centrali Operative Territoriali e protocolli di dimissione protetta per la continuità assistenziale ospedale-territorio, con particolare tempestività per i pazienti che vivono soli e privi di rete familiare.

Istituire tavoli misti permanenti sanità-sociale-Terzo Settore a livello distrettuale per la co-programmazione, co-progettazione e co-produzione degli interventi di contrasto alla solitudine e promozione della salute di comunità, formalizzando accordi secondo il D.Lgs. 117/2017 con definizione di ruoli, risorse e responsabilità.

Implementare un modello modulare di valutazione multidimensionale, differenziato per fasce d’età e tipologie di fragilità, dei bisogni, semplici e complessi, da far adottare in tutte le Unita Valutazione Multidimensionale dei Distretti Socio Sanitari, e da tutti gli operatori dei Comuni, delle Case della Comunità, dai servizi di prossimità e condiviso con gli Enti del Terzo Settore, lavorando per processi integrati superando le logiche a silos, con piani e percorsi personalizzati socio-sanitari (vedi PAI, Programmi Assistenziali  Individuali, o PidS, Programmi Individuali di Salute).

Si ringrazia il collega Andrea Vannucci per i contributi apportati.

Giorgio Banchieri,

Segretario Nazionale ASIQUAS, Docente DiSSE, Università “Sapienza”, Roma

Riferimenti:

Report EURISPES 2026

Report Ufficio Studi Confcommercio 2026,

Report Oxford Martin School, dell’Università di Oxford e dell’Università di Leiden, pubblicato su Nature -Communications Sustainability

Report World Data Lab.

Report 2026 di CREA Sanità. Raccomandazioni italiane 2026 su “Comunità, Solitudini e salute” https://disse.web.uniroma1.it/it/convegno-presentazione-raccomandazioni

Fragilità, cronicità e diseguaglianze di salute – Pubblicato dalla casa editrice Cultura e Salute Editore Perugia –

“Le comunità come alternativa alla solitudine e per supportare la salute” https://www.aprirenetwork.it/wp-content/uploads/2025/05/Razionale-Conv-Comunita-Solitudini-e-Salute-2025.pdf

24 Luglio 2026

© Riproduzione riservata

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