Prima che sia l’ultimo turno: lettera di chi cura i fragili d’Italia

Prima che sia l’ultimo turno: lettera di chi cura i fragili d’Italia

Prima che sia l’ultimo turno: lettera di chi cura i fragili d’Italia

Gentile Direttore, in questi giorni il web è pieno di annunci che cercano infermieri, fisioterapisti, logopedisti, OSS. Numeri di telefono lasciati come bottiglie in mare, per ambulatori, RSA, ospedali classificati, centri di riabilitazione. Non è una moda: è un pianto sommesso del sistema...

Gentile Direttore,
in questi giorni il web è pieno di annunci che cercano infermieri, fisioterapisti, logopedisti, OSS. Numeri di telefono lasciati come bottiglie in mare, per ambulatori, RSA, ospedali classificati, centri di riabilitazione. Non è una moda: è un pianto sommesso del sistema — che gli operatori portano scritto addosso alla fine di ogni turno, e che le famiglie sentono ogni volta che trovano un volto nuovo, diverso da quello di ieri. Non è solo la crisi degli infermieri. È la crisi di chi ogni giorno sceglie di restare accanto a un anziano che non ricorda più il proprio nome, a un fragile che senza di noi non ha nessuno al mondo.

Le responsabilità, senza puntare il dito
Al Governo spetta tenere aperto il tavolo e adeguare i DRG, senza ripetere la promessa tradita del 2020. Alle Regioni spetta adeguare le rette socio-sanitarie ex art. 26. Agli imprenditori spetta essere in simbiosi con chi lavora accanto ai fragili, disponibili, dialoganti. Al sindacato spetta il coraggio di innovarsi, guardando a un settore delicato con occhi nuovi, capendo che il paziente è cambiato e che le patologie neurovegetative crescono.

Quello che chiede chi resta
Sono decine i colleghi che vincono un avviso pubblico in ospedale e non vogliono lasciare chi li ha cresciuti professionalmente. Chiedono solo un’aspettativa breve: diritto che nel pubblico esiste già, nel privato quasi mai. Senza quel respiro, un professionista si perde per sempre — e con lui se ne va una competenza che nessun annuncio online potrà mai colmare.

Le donne che curano, e che sono madri
Il congedo parentale non può continuare a pesare sul premio di produzione. Chi cura ed è madre non va penalizzata: va riconosciuta, perché porta avanti due vite di cura insieme.

Le piccole cose che pesano
Il buono mensa non è riconosciuto nelle strutture socio-sanitarie: sia almeno riconosciuta l’indennità di turno e di rischio, oppure una indennità sostitutiva del pasto — si faccia qualcosa che vada nella giusta direzione. La formazione ECM sia a carico delle aziende. Le ferie tornino un diritto di scelta individuale. Nelle strutture con oltre 200 dipendenti serve un ufficio infermieristico e un percorso chiaro per diventare coordinatore.

Attenzione ai palliativi
Stanze gratuite, bonus una tantum: sono cerotti su una ferita che sanguina altrove. Un ritardo nei pagamenti si può capire, spesso nasce da un ritardo dell’ASL. Ma un’azienda che non coinvolge, non ascolta, prima o poi trova il sindacato davanti alla Regione, e alla terza volta il filo della fiducia si spezza.

Una storia vera
Me l’ha raccontata un professionista che porto nel cuore, che per anni ha lavorato in un reparto durante il Covid. Con il proprio telefono teneva vicini pazienti e famiglie lontane, si improvvisava barbiere, faceva l’animatore: curava le malattie, ma anche il morale, la solitudine. Non avevano mensa né indennità di rischio, neppure uno stipendio giusto — eppure erano felici, perché lavoravano uniti. Non saltavano ferie né turni, nemmeno durante il Covid. Si pregava, e si stava vicino ai malati. È bastato un coordinatore scelto dall’azienda, un’amministrazione che pagava in ritardo, per disperdere quella squadra. Oggi non resta quasi nessuno. La morale: non è (solo) lo stipendio a far restare un professionista, sono i diritti, l’ascolto, la dignità.

A chi ha un proprio caro affidato a queste mani
Dietro ogni turno c’è un professionista che sceglie di restare anche quando lo stipendio arriva in ritardo. La cura non si misura solo nei protocolli: si misura nella colletta per il compleanno di un ospite, nel gelato portato a un ragazzo in percorso psichiatrico nel proprio giorno di riposo, nel caffè con la famiglia di un disabile. Ai tavoli con Governo, Regioni, imprenditori e sindacati questo non è visibile — ma è l’elemento centrale del prendersi cura degli ultimi.

Non è (solo) una questione di stipendio
Cento euro non bastano a far cambiare vita a chi si sente parte di un’équipe. Ma se la differenza è fatta di ferie negate, turni pesanti, permessi negati, rimproveri se il figlio ha la febbre, allora non ci sono santi che tengano: si va via anche a parità di stipendio. L’OMS, nell’ICD-11, riconosce il burnout come fenomeno occupazionale legato a uno stress lavorativo cronico — e la letteratura infermieristica conferma che le relazioni organizzative incidono sulla permanenza quanto la retribuzione.

Chi cura un fragile lo fa con amore — e fa qualcosa che nessun contratto potrà mai quantificare: la passeggiata regalata, il torneo giocato da riposo, il compleanno del paziente festeggiato come un familiare. Nei contratti si trova l’indennità di rischio — ma se ne dovesse nascere una nuova, dovrebbe essere per chi porta la propria competenza nei settori fragili, dove quella scelta porta con sé il valore del donare, oltre a quello del prendersi cura.

Il tempo di scegliere da che parte stare è adesso, non domani. Il tavolo del rinnovo dei contratti ARIS RSA e AIOP RSA deve riprendere con urgenza. Perché ogni giorno che passa in silenzio è già, da qualche parte, l’ultimo turno di qualcuno: chi timbra il cartellino per l’ultima volta, chi appende il camice senza dirlo a nessuno. Prima che l’ultimo se ne vada davvero, portando via con sé tutto ciò che nessun contratto potrà più restituire.

Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore Infermieristico

04 Agosto 2026

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