Gentile Direttore, nel dibattito che accompagna il rinnovo del contratto della sanità pubblica torna con insistenza una tesi che merita qualche riflessione: quella secondo cui il riconoscimento economico delle specificità professionali rischierebbe di alimentare frammentazioni, particolarismi e una sorta di nuova stagione corporativa. È una lettura che non mi convince.
Non perché non ritenga indispensabile valorizzare tutti coloro che lavorano nel Servizio sanitario nazionale. Al contrario. Personale sanitario, sociosanitario, tecnico, amministrativo e di supporto concorre, con funzioni differenti, al funzionamento quotidiano di un sistema che continua a reggersi troppo spesso sul sacrificio dei propri dipendenti.
Il punto è un altro. Valorizzare tutti non significa valorizzare tutti nello stesso modo.
Confondere questi due concetti significa trasformare la giusta aspirazione all’equità in una indistinta uniformità che non tiene conto di competenze, autonomia, formazione, responsabilità e complessità professionali profondamente diverse.
La pari dignità dei lavoratori non comporta infatti l’identità dei lavori.
L’ordinamento stesso riconosce alle diverse professioni sanitarie campi propri di attività e di responsabilità. L’infermiere, ad esempio, non è il semplice esecutore di singole prestazioni: è il professionista responsabile dell’assistenza generale infermieristica, identifica i bisogni della persona, pianifica, gestisce e valuta il processo assistenziale.
Analogamente, la professione ostetrica esercita funzioni alle quali l’ordinamento attribuisce specifici ambiti di autonomia e responsabilità, fino alla conduzione del parto fisiologico sotto propria responsabilità. Affermarlo non significa, naturalmente, sminuire alcun’altra professione. Significa riconoscere un principio elementare: le responsabilità non sono tutte uguali perché i lavori non sono tutti uguali.
Vi sono professionisti ai quali è affidata la responsabilità continuativa di un processo assistenziale; altri esercitano responsabilità altamente qualificate riferite a specifici processi diagnostici, tecnici, riabilitativi, preventivi oppure organizzativi. Tutti necessari. Tutti meritevoli di adeguato riconoscimento. Ma differenti.
Ed è proprio qui che emerge una contraddizione difficilmente superabile: non si può invocare, da una parte, la valorizzazione delle competenze, dell’autonomia, delle responsabilità e della complessità e, dall’altra, guardare con sospetto ai riconoscimenti economici differenziati che proprio quelle caratteristiche possono legittimamente determinare.
Se autonomia e responsabilità devono essere criteri di valorizzazione, occorre accettarne anche la naturale conseguenza: a responsabilità differenti possono corrispondere riconoscimenti differenti. Diversamente, il richiamo alla specificità professionale rischia di diventare un principio magnificamente proclamato e accuratamente dimenticato quando deve trasformarsi in retribuzione.
C’è poi una seconda questione sulla quale, a mio avviso, sarebbe utile interrogarsi senza pregiudizi. Quando nel corso degli anni determinate professioni hanno avvertito la necessità di rivolgersi direttamente al legislatore per ottenere riconoscimenti specifici, è davvero sufficiente attribuire tutto ciò a una presunta deriva corporativa?
Oppure sarebbe opportuno domandarsi anche perché quelle professioni abbiano sentito l’esigenza di cercare altrove le risposte che evidentemente ritenevano di non aver ricevuto? Perché quando una domanda professionale resta senza risposta per troppo tempo, non scompare. Cerca semplicemente un altro interlocutore.
Ed allora ciò che oggi viene indicato come causa della frammentazione potrebbe essere, almeno in parte, il suo effetto.
Se negli anni categorie professionali numerose e strategiche hanno progressivamente rivendicato maggiore identità, autonomia, competenze e riconoscimenti economici propri, forse qualche domanda dovrebbe essere posta anche sulla capacità dei tradizionali modelli di rappresentanza di intercettare tempestivamente l’evoluzione di quelle professioni.
Definire tutto questo “corporativismo” rischia di essere una soluzione lessicale elegante per evitare una domanda assai meno comoda.
Perché tanti professionisti non si sono sentiti adeguatamente rappresentati e riconosciuti?
Non è dividere il lavoro riconoscere le differenze che esistono nel lavoro.
Può essere molto più divisivo fingere che quelle differenze non esistano.
La sanità ha certamente bisogno di unità. Ma l’unità non si costruisce cancellando le identità professionali né sterilizzando le legittime aspirazioni di chi nel corso degli anni ha acquisito maggiori competenze, maggiore autonomia e responsabilità crescenti.
Un’orchestra funziona perché strumenti diversi suonano insieme. Non perché qualcuno pretende che suonino tutti la stessa nota.
È questo, a mio giudizio, il limite delle politiche eccessivamente massificanti: nel nobile intento dichiarato di non lasciare indietro nessuno, rischiano di impedire a chi ha accresciuto il proprio patrimonio professionale e le proprie responsabilità di ottenere un riconoscimento corrispondente. E quando competenza, responsabilità e sacrificio non trovano adeguata corrispondenza professionale ed economica, le conseguenze sono ormai davanti agli occhi di tutti.
Disaffezione.
Perdita di attrattività.
Abbandono della professione.
Ricerca di condizioni migliori nel settore privato o all’estero.
Difficoltà sempre maggiori nel reperire e trattenere quei professionisti sui quali, paradossalmente, si pretende di costruire il futuro dell’assistenza sanitaria.
Non possiamo chiedere alle professioni di evolvere continuamente e poi pretendere che il loro riconoscimento economico resti ancorato a una concezione nella quale ogni differenza viene automaticamente letta come privilegio. Perché le due cose sono profondamente diverse.
Il privilegio è un vantaggio privo di una giustificazione oggettiva. La specificità è una differenza fondata su competenze, funzioni e responsabilità verificabili. E riconoscere una specificità non significa sottrarre qualcosa a qualcun altro.
È questa, forse, una delle convinzioni più dannose da superare. Se un infermiere ottiene finalmente un riconoscimento coerente con la propria responsabilità professionale, un tecnico sanitario, un operatore sociosanitario o un amministrativo non diventano per questo meno meritevoli di un aumento retributivo.
La soluzione non può essere impedire a qualcuno di avanzare perché altri non hanno ancora ottenuto ciò che meritano.
La soluzione deve essere molto più ambiziosa: aumentare adeguatamente le retribuzioni dell’intero comparto e, contemporaneamente, riconoscere le differenze oggettive esistenti tra professioni, responsabilità e condizioni di lavoro.
Tutti devono essere valorizzati.
Ma “tutti” non significa “tutti allo stesso modo”.
Una politica salariale moderna dovrebbe saper utilizzare insieme criteri differenti: formazione, competenza, autonomia, responsabilità professionale, complessità assistenziale, rischio, disagio e condizioni concrete nelle quali il lavoro viene esercitato.
Questo non divide il Servizio sanitario. Lo rende più giusto.
La vera alternativa, quindi, non è tra solidarietà e specificità. È tra una solidarietà matura, capace di riconoscere le differenze, e un egualitarismo che rischia di trasformarsi in appiattimento.
E l’appiattimento non produce necessariamente unità. Talvolta produce esattamente il contrario: spinge le professioni che non si sentono riconosciute a cercare altrove quella valorizzazione che il sistema non è stato capace di offrire loro.
Il futuro del Servizio sanitario nazionale richiede dunque una scelta diversa.
Dare di più a tutti, certamente. Ma avere anche il coraggio di riconoscere a ciascuno ciò che realmente fa, le competenze che possiede, le responsabilità che assume e il valore professionale che esprime.
Questa non è frammentazione.
È equità.
Antonio De Palma
Presidente Sindacato Nursing Up