Pandemie, resilienza e prescrizione sociale
Gentile Direttore, le crisi geopolitiche sono foriere di nuove emergenze sanitarie globali e la crisi energetica derivata dai conflitti in atto rischia di generare nuove sindemie planetarie. C’è una sottovalutazione delle dinamiche in atto e si pensa che siamo alla viglia di un nuovo sviluppo di ricchezza globale e di sua redistribuzione. Le evidenze sono altro e la salute globale rischia il collasso.
Gentile Direttore, le crisi geopolitiche sono foriere di nuove emergenze sanitarie globali e la crisi energetica derivata dai conflitti in atto rischia di generare nuove sindemie planetarie. Per cui le dinamiche in atto di concentrazione delle ricchezze e di pauperizzazione crescente dei ceti medi e dei ceti lavorativi rischiano di svilupparsi ulteriormente. C’è una sottovalutazione delle dinamiche in atto e si pensa che siamo alla viglia di un nuovo sviluppo di ricchezza globale e di sua redistribuzione. Le evidenze sono altro e la salute globale rischia il collasso.
I dati di OECD Health Statistics 2026
Nel 2025 la spesa sanitaria (sia pubblica che privata) media dei Paesi OECD raggiunge il 9,4% del PIL, contro l’8,8% del 2019. L’Italia, invece, scende dall’8,7% all’8,4%, in controtendenza rispetto alla media internazionale. Crescono soprattutto Austria, Corea del Sud, Polonia e Repubblica Ceca, mentre Germania, Francia e Stati Uniti mantengono livelli di spesa molto elevati.
A cinque anni dall’emergenza pandemica, la spesa sanitaria continua a rappresentare una quota dell’economia superiore rispetto all’era pre-Covid nella quasi totalità dell’area OECD. Dopo il picco del biennio 2020-2021, quando il rapporto aveva raggiunto circa il 9,6% del PIL a causa sia dell’aumento della spesa sanitaria sia della contrazione del prodotto interno lordo, la quota si è ridotta nel 2022-2023, per poi tornare a crescere nel 2024 e nel 2025. Il confronto con il periodo pre-pandemico evidenzia però traiettorie molto diverse tra i principali Paesi. Nel complesso, il quadro OECD mostra che la pandemia ha modificato in modo permanente il livello medio delle risorse destinate alla sanità. Pur essendosi ridotto rispetto ai picchi del 2020-2021, il rapporto tra spesa sanitaria e PIL rimane oggi superiore ai valori pre-Covid. L’Italia rappresenta invece una delle principali eccezioni: dopo l’aumento registrato negli anni dell’emergenza, il peso della sanità sull’economia è tornato sotto il livello del 2019, collocandosi anche al di sotto della media OECD, che continua invece a rafforzarsi.
Economie resilienti oggi
Un’economia resiliente è la capacità di un sistema di assorbire shock e trasformarsi, mentre una sindemia indica la sovrapposizione di crisi sanitarie e sociali che colpiscono le popolazioni più deboli. Affrontare le sindemie richiede di superare modelli solo monetari per proteggere la salute pubblica e il benessere sociale come basi della stabilità finanziaria, delle libertà e delle democrazie.
Una economia resiliente dovrebbe essere in grado di generare un adattamento strutturale, ovvero, una capacità delle imprese e dello Stato di riorganizzarsi rapidamente dopo una crisi, come si è cercato di fare nei piani di ripresa post-pandemia. Inoltre dovrebbe garantire sostenibilità e welfare integrando investimenti verdi e digitali per prevenire il collasso dei territori più vulnerabili e per garantire sviluppo sostenibile e diffuso.
La resilienza e le sindemie sono concetti chiave per capire la salute globale: la resilienza indica la capacità di un sistema o di una persona di resistere e adattarsi ai traumi, la sindemia descrive l’unione dannosa di più malattie e problemi sociali, e l’interazione tra di essi mostra come le disuguaglianze amplifichino le crisi sanitarie. Il termine sindemia è stato coniato negli anni ’90 dall’antropologo Merrill Singer unendo sinergia, epidemia. Definisce l’interazione tra due o più malattie (come un’infezione e patologie croniche) amplificata da fattori sociali, economici e povertà. Mostra che una crisi non è mai solo biologica, ma radicata nelle disuguaglianze della società. Per affrontare la gestione delle sindemie è necessario avere una visione globale, ovvero, riconoscere che i problemi di salute (es. malattie croniche o infezioni) si legano a povertà, disuguaglianze e degrado ambientale.
Infine sviluppare politiche integrate per unire le cure mediche al supporto economico diretto per evitare che le fasce deboli subiscano danni permanenti durante le emergenze. Vedi la povertà assoluta e la povertà sanitaria.
La resilienza in sanità e le comunità proattive: una sinergia possibile
Come già affermato in un precedente articolo su questa testata (“Età della resilienza e salute, verso la One Health”, https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/eta-della-resilienza-e-salute-verso-la-one-health/) rappresentano la capacità di un sistema di anticipare le crisi, curare sul territorio e agire prima che i problemi di salute si aggravino. I Pilastri di questo modello includono l’assistenza di prossimità, la prevenzione condivisa e la partecipazione attiva dei cittadini.
Resilienza, salute e prossimità sono tre concetti chiave legati nel nuovo modello di welfare territoriale previsto nel PNRR alla realizzazione delle Case della Comunità, della telemedicina e dell’assistenza domiciliare.
Questi elementi chiave trasformano la sanità pubblica per renderla più vicina alle persone favorendo, ove realizzabile, forme nuove di medicina di popolazione, di medicina di personalizzata, di medicina di prossimità.
Gli elementi fondativi del nuovo sistema sanitario dovrebbero essere la prossimità intesa comeportare i servizi medici dentro i quartieri e le case, facendo in modo che la sanità cerchi il cittadino sul territorio invece di obbligarlo a correre in ospedale. La resilienza intesa comela capacità del sistema sanitario e delle reti sociali locali di assorbire le crisi (come le pandemie o i cambiamenti climatici) e riorganizzarsi per non crollare. Infine
la salute globale (One Health) che dovrebbe unire la cura delle persone, degli animali e dell’ambiente in un’unica strategia di prevenzione e benessere.
Le comunità proattive e resilienti, quindi, sono gruppi umani organizzati per prevenire e affrontare le crisi, unendo la transizione ecologica, la giustizia sociale e la partecipazione dal basso.
Figura 1 – I 12 punti di forza della “resilienza”

(Fonte. https://www.aessecommunication.it/coronavirus-resilienza/)
Cosa ci ha insegnato la pandemia da SARS-COV-2?
La pandemia da SARS-CoV-2 ci ha messo di fronte all’opportunità di ripensare come promuovere e proteggere la salute individuale e di una intera comunità. Non possiamo continuare a considerare la prevenzione la cenerentola degli investimenti sanitari, e dobbiamo impegnarci per la salute in una prospettiva più ampia e sostenibile. Negli ultimi anni OMS e le Nazioni Unite hanno fornito nuovi spunti strategici per uno sviluppo ecosostenibile. Uno sviluppo che si sposi con la salute delle popolazioni e l’eradicazione della povertà. In pratica, è urgente che ci mettiamo nell’ottica che esiste un’unica salute ovvero One Health, o “salute circolare”. Vedi anche le Encicliche di Papa Francesco e di Papa Leone. Purtroppo questi indirizzi di sviluppo non sono stati implementati sistematicamente né a livello globale, né a quello nazionale e locale.
WHO nel 2020 asseriva che le politiche per la salute, a tutti i livelli di governo, dovrebbero traguardare due obiettivi centrali, ovvero, la promozione della salute e la riduzione delle iniquità. Per realizzare questi due obiettivi si dovrebbe agire in quattro direzioni, definite nel documento “Health 2020. A European policy framework and strategy for the 21st century” realizzato dall’Ufficio Regionale per l’Europa di WHO.
Le dimensioni delle policy possono essere così riassunte: investire in salute attraverso un approccio mirato per tutto il corso dell’esistenza e mirare all’empowerment delle persone; affrontare le principali sfide sanitarie nel campo delle malattie trasmissibili e non trasmissibili; rafforzare sistemi sanitari centrati sulla persona, potenziare le capacità di sanità pubblica e la preparazione, sorveglianza e risposta alle emergenze – pandemie e disastri ambientali inclusi; creare comunità resilienti in grado di rispondere alle sfide e avversità creando ambienti favorevoli alla salute.
Le comunità resilienti sono gruppi di persone che sanno affrontare i problemi, superare i momenti difficili e adattarsi ai cambiamenti senza perdere la propria forza. Queste unioni di cittadini riescono a ripartire dopo un evento duro (come un disastro naturale o una crisi economica) migliorando la propria vita e proteggendo l’ambiente.
Cosa intendere per resilienza oggi
La resilienza è connessa, in base alle evidenze scientifiche disponibili, con la capacità di singoli o di una comunità di ottenere buoni risultati in termini di salute e benessere nonostante avversità, rischi e vulnerabilità. La resilienza può essere studiata a livello individuale o con un focus a livello di una determinata comunità. Recentemente studi sulla resilienza si sono indirizzati anche sul livello di sistema, per esempio il sistema socio-sanitario. A prescindere dal livello di resilienza (individuale, comunità o sistema), il mondo scientifico ha analizzato quattro specifiche capacità di resilienza:
Capacità di adattamento: la capacità di accettare ed adattarsi ad un evento più o meno traumatico. Per esempio la capacità di accettare ed adattarsi ad una diagnosi di malattia cronica. O una diagnosi di positività al Covid-19. Non tutte le persone hanno questa capacità di resilienza e questo può causare meccanismi di rifiuto della diagnosi o di frustrazione e rabbia che, seppur giustificabili, non aiutano il paziente ad affrontare la nuova situazione.
Capacità di assorbimento: la persona deve riuscire a attivare un processo per gestire efficacemente la nuova situazione in cui si trova a causa della malattia. Spesso questa capacità aiuta i pazienti, una comunità o un sistema a vedere nuove opportunità nonostante la presenza di malattie o la presenza di eventi avversi. In questo caso si può parlare di capacità di gestione attiva e di utilizzo di tutte le risorse a cui il paziente (o una comunità, o un sistema) può attingere. Non solo risorse economiche, ma soprattutto attivare supporto umano.
Capacità di anticipazione: la capacità di prevedere e prepararsi a situazioni da affrontare a breve, medio e lungo termine. Per esempio un paziente può mobilitarsi per cambiare alcune mansioni lavorative rimanendo attivo nel mondo del lavoro. L’adattamento allo “smart-working” durante la pandemia è un esempio di questa capacità.
Capacità trasformativa: la capacità di un sistema di cambiare la sua struttura e le modalità di funzionamento per affrontare una situazione di grande cambiamento. Le evidenze scientifiche ci dicono che la capacità del sistema socio-sanitario di trasformare pratiche obsolete e potenziare pratiche innovative con impatto sulla resilienza dei pazienti e delle loro famiglie danno risultati tangibili in termini di salute. Altre evidenze positive possono comportare la riduzione dei ricoveri ospedalieri, la lunghezza della degenza e l’aumento della soddisfazione e performance del personale sanitario.
Figura 2 – “Come correre in questo tempo? Su e giù per i cerchi della resilienza…”

La prescrizione sociale in Italia: una opportunità
La prescrizione sociale si situa nel passaggio da resilienza a rigenerazione: la resilienza guarda a tenere il sistema esistente e assorbire gli shock senza crollare, la rigenerazione invece guarda a costruire relazioni e risorse nuove — ed è esattamente ciò che fa la prescrizione sociale, attivando risorse non cliniche del territorio invece di limitarsi a tamponare la domanda sanitaria. In Italia la prescrizione sociale sta superando la fase puramente pionieristica, passando da iniziative locali isolate a un modello di welfare integrato. Un passo chiave è il protocollo d’intesa tra il Ministero della Cultura e il Ministero della Salute approvato in Conferenza Stato-Regioni, affiancato dalla prima indagine nazionale del CCW – Cultural Welfare Center che ha censito 918 organizzazioni attive. Il Protocollo Ministeriale sancisce il riconoscimento ufficiale di arte, musei e attività culturali come presidi di salute pubblica. L’Indagine Nazionale ha mappato 617 Unità di Prescrizione Sociale e 301 enti di welfare culturale, con una forte concentrazione nel Centro-Nord e in Piemonte. Inoltre le Linee guida OMS sono state tradotte in Italiano dall’ISS.
Infine il network “Comunità, solitudini e salute” ha prodotto le prime Raccomandazioni Italiane su “Comunità proattive e prescrizione sociale”, corredate da una Review di Letteratura Scientifica, da una scheda di autovalutazione dei progetti, ispirata al Modello di qualità della EFQM, da un Glossario di parole chiave. Il tutto è accessibile su https://disse.web.uniroma1.it/it/convegno-presentazione-raccomandazioni.
Lo stesso network ha raccolto oltre 100 progetti italiani e 20 internazionali e oltre 200 documenti di policy sul tema italiani e internazionali.
Tutte le evidenze raccolte dimostrano che la prescrizione sociale migliora il benessere psicofisico, riduce la solitudine e alleggerisce il carico sui servizi sanitari. Questo modello connette i pazienti a risorse locali non cliniche come l’arte, il volontariato o l’attività fisica tramite operatori dedicati (link worker).
L’impatto sulla Salute Mentale e fisica si sostanzia in una riduzione dell’isolamento in quanto diminuiscono i livelli di ansia e depressione nei soggetti fragili o cronici grazie al coinvolgimento in gruppi di scopo, corsi creativi o attività comunitarie. Inoltre la prescrizione sociale favorisce la gestione delle cronicità in quanto aiuta i pazienti a gestire meglio le malattie a lungo termine, aumentando l’autonomia e la percezione positiva della propria qualità di vita. Infine favorisce la prevenzione precoce favorendo l’intervento sui determinanti sociali della salute riducendo i fattori di rischio legati alla sedentarietà e agli stili di vita scorretti.
Gli effetti sui Sistemi Sanitari si sostanziano in meno accessi impropri: in PS/DEA e Ospedali in genere. Calano le visite ripetute dai medici di medicina generale e gli accessi non necessari al pronto soccorso da parte di persone affette da solitudine o disagi psicosociali. I costi della prescrizione sociale sono assolutamente sostenibili in quanto sfrutta le risorse già presenti nel territorio, offrendo un ritorno elevato in termini di salute pubblica a fronte di investimenti economici contenuti.
Come viviamo oggi la pandemia di Covid 19 “endemica”.
Una pandemia diventa endemica quando il virus smette di causare picchi incontrollabili e la sua circolazione si stabilisce su livelli costanti e prevedibili nel tempo, grazie alla presenza di un’immunità diffusa nella popolazione. Ormai sono passati alcuni anni dalla insorgenza del Covid-19 e la pandemia si è trasformata da fenomeno “acuto” a fenomeno “cronico”, senza pervenire alla sua eradicazione. La pandemia ha prodotto un impatto sociale ed economico che ha colto impreparati i governi e le persone.
Con il passare del tempo e con l’aumento delle conoscenze sul virus, i clinici hanno via via acquisito competenze sul come migliorare la gestione terapeutica dei casi. Possiamo affermare che sia gli infettivologi che i clinici non sono in possesso degli strumenti per cogliere interamente la complessità dei fenomeni sociali connessi con una pandemia come quella della SARS-CoV-2. Lo stesso vale per le implicazioni di natura comportamentale e psicologica delle misure di prevenzione raccomandate.
È interessante e apprezzabile che in Italia e in altri paesi europei stiano iniziando una serie di studi sulle dimensioni connesse con la cronicizzazione della durata della pandemia.
Vi è un’urgenza nel trovare un appropriato equilibrio tra le misure di contenimento del virus tramite distanziamento, lockdown, ecc. e quello che oggi l’OMS chiama pandemic fatigue con il conseguente aggravarsi o insorgere di tutta una serie altre problematiche mediche e sociali.
Si registra una tendenza crescente alle somatizzazioni e ai sintomi vaghi che rivelano un’incapacità di resilienza adattiva. Questo può facilitare malattie organiche da stress (malattie cardiovascolari, auto-immunità, invecchiamento e deperimento precoce). Studi recenti confermano questa osservazione.
Il rapporto tra globalizzazione e pandemie
La globalizzazione, le nuove tecnologie, il mondo dei social media, le migrazioni, le tensioni razziali, ed ora la pandemia di Covid-19 hanno completamente trasformato il volto della società e stanno rivoluzionando il modo di fare business di ogni realtà, grande o piccola. La pandemia, in particolare, ha fatto emergere molte fragilità pregresse mettendo alla prova le capacità di resilienza dei nostri sistemi, non solo dal punto di vista finanziario, ma nel senso più ampio che include salute pubblica, ambiente, tutela del lavoro ed equilibrio sociale. Guardando più direttamente al mondo delle imprese, queste devono abituarsi a convivere con l’incertezza. È, dunque, diventato imperativo investire in piani di resilienza a lungo termine. Ciò influisce sulle logiche stesse alla base della competizione tra aziende: mentre prima era premiata l’efficienza nel breve termine, ora è vincente l’efficienza nel medio-lungo termine, che si ottiene con la ridondanza.
Ecco allora nascere una nuova direzione di sviluppo basata sugli investimenti in piani di resilienza, che, se opportunamente perseguita, potrà generare occupazione, profitti e crescita. In parallelo dovrebbero mutare anche le logiche di valutazione delle imprese sui mercati finanziari, andando a premiare la capacità di conseguire risultati su orizzonti più lunghi.
Se fino ad ora il management era valutato in base alla capacità di definire piani di risk management accurati ed efficaci, ora viene premiata soprattutto l’agilità, la capacità di reagire rapidamente agli shock improvvisi. Ciò richiede senza dubbio una forte attenzione al tema della corporate social responsibility, ma anche un nuovo stile di leadership. Chiamati a scegliere tra la tutela della salute dei dipendenti e il profitto, imprenditori e manager devono saper curare gli interessi di tutti gli stakeholders, senza naturalmente perdere di vista il quadro generale. Tutti questi elementi spingono, quindi, ad una considerazione più generale sulle due principali direzioni di pensiero circa la reazione alla crisi attuale: da un lato, l’invito alla chiusura – dall’autarchia sulle supply chain alla diffidenza verso culture e Paesi lontani – dall’altro, una spinta ad affrontare i problemi globalmente, ad esempio condividendo il sapere scientifico e i dati.
È evidente che la soluzione alla crisi pandemica verrà dalla scienza, ma è anche vero che il successo nell’applicazione di tale soluzione deriverà dalla collaborazione internazionale tra Paesi. Più di tutto sarà, quindi, importante che la politica sappia definire regole adeguate a gestire il delicato equilibrio tra la tutela degli interessi nazionali e lo stimolo agli scambi e alla solidarietà globale.
Siamo pronti a nuove sfide sulla salute?
I progressi normativi e strategici in essere sono il Piano Nazionale Pandemico, che l’Italia ha adottato di preparazione e risposta a una pandemia (2025-2029), per coordinare meglio le emergenze da patogeni respiratori e il Piano Nazionale della Prevenzione più in generale. Il PNP è in fase di rinnovo. A marzo 2025 Stato e Regioni hanno siglato l’intesa per l’elaborazione del nuovo PNP. Ovviamente il Piano definisce le procedure, ma l’attuazione concreta è ancora da monitorare nei prossimi mesi.
Inoltre WHO ha spinto per una maggiore cooperazione internazionale e condivisione equa di strumenti medici tra gli Stati. Le criticità aperte sono relative al potenziamento ospedaliero. I posti letto aggiuntivi in terapia intensiva e subintensiva promessi dopo il COVID-19 non sono ancora del tutto a regime in tutte le Regioni. Infine la sanità territoriale. Le strutture di prossimità e il personale formato per il tracciamento rapido dei contagi contano ancora ritardi e differenze sensibili tra i territori.
Le dinamiche geopolitiche in atto che vedono l’uscita degli USA da WHO e le atre Agenzie internazionali per la salute, l’inclusione e lo sviluppo non aiutano, anzi, complicano gli scenari e rendono i Paesi più vulnerabili nel breve e medio termine. Compresi gli USA stessi.
Le politiche per la prevenzione delle pandemie in un’ottica di salute globale si basano su tre PILastri principali: l’approccio integrato One Health, la cooperazione multilaterale vincolante e il rafforzamento dei sistemi sanitari locali. Queste strategie mirano a garantire equità, condivisione delle risorse e risposte rapide alle minacce sanitarie.
Le priorità di possibili policy sono relative a:
L’Approccio “One Health” e Sorveglianza, che a sua volta dovrebbe sostanziarsi in:
Salute unica: Riconoscere che la salute umana, animale e degli ecosistemi sono legate; prevenire il passaggio di virus dagli animali all’uomo.
Monitoraggio precoce: Sviluppare reti globali di sorveglianza per individuare e sequenziare nuovi patogeni in tempo reale.
Contrasto ai rischi biologici: Regolare la sicurezza nei laboratori di ricerca e monitorare la resistenza antimicrobica.
La Governance Internazionale e l’Equità, che richiedono:
Accordo Globale: Sostenere intese internazionali, come l’Accordo pandemico del WHO, per coordinare le risposte e superare le disuguaglianze nella distribuzione di cure e vaccini.
Condivisione dei benefici (PABS): Regolare lo scambio rapido di campioni di patogeni in cambio di quote garantite e gratuite di farmaci e vaccini per i Paesi a basso reddito.
Catene di fornitura: Diversificare la produzione locale di dispositivi medici e vaccini per non dipendere da un unico mercato.
La Resilienza dei Sistemi Sanitari, che si basa su:
- Investimenti territoriali: Consolidare la sanità pubblica locale e la medicina di base per assorbire gli shock senza bloccare le normali cure.
- Contrasto alla disinformazione: Promuovere la fiducia nella scienza e gestire le emergenze comunicative (infodemia) con dati trasparenti.

Considerazioni conclusive
Quanto sopra ci dà un profilo di rischio aggiornato ad oggi e individua le possibili criticità future.
In Italia la mesa a terra del PNRR è avvenuta con risultati finali modesti e rischi di dover restituire parti sostanziali dei finanziamenti ricevuti, senza garantire in modo equo l’accesso alle cure nei territori e senza cambiare sostanzialmente i modelli organizzativi e operativi sia degli ospedali che della medicina territoriale.
Stiamo rischiando di avere molte “piccole cattedrali nel deserto” vuote o semi vuote con le popolazioni succubi di corporativismi professionali e bassi interessi di rappresentanza.
Abbiamo grandi patrimoni di partecipazione, di volontariato, di pratiche solidaristiche, ma vengono solo ridotte a realtà prestazionali finalizzate a mercificare ogni bisogno di salute e/o sociale. IA e social sono invasi da offerte di prestazioni sanitarie, pseudo sanitarie e salutistiche, senza alcuna verifica di evidenze e di merito. C’è ormai un Deep Web salutistico ad alto rischio di salute per le persone. Contro tutto questo serve un empowerment dei soggetti che operano nel sanitario e nel sociale.
Per sostenere il welfare abbiamo bisogno di equità e universalismo, come di partecipazione e inclusione.
Con le dinamiche demografiche in atto e dei redditi in Italia dobbiamo ripensare i concetti di resilienza, rigenerazione e sostenibilità. Sono tre concetti chiave legati tra loro: la sostenibilità mira a non esaurire le risorse, la resilienza aiuta a resistere ai cambiamenti, e la rigenerazione riporta alla vita e migliora i sistemi naturali e sociali. Se si vuole è possibile …
Si ringrazia il collega Andrea Vannucci per i contributi apportati.
Giorgio Banchieri,
Segretario Nazionale ASIQUAS, Docente DiSSE, Università “Sapienza”, Roma
Riferimenti
Loredana Varveri, Pandemie e benessere. Resilienza trasformativa e cambiamenti possibili
Cinzia Caporale e Alberto Pirni (a cura di), Pandemia e resilienza. Persona, comunità e modelli di sviluppo dopo la COVID-19 (CNR Edizioni) –OECD Health Statistics 2026
WHO – “Health 2020. A European policy framework and strategy for the 21st century”
WHO Europe, A toolkit on how to implement social prescribing – La guida internazionale tradotta e diffusa in Italia dall’Istituto Superiore di Sanità e da reti come il Cultural Welfare Center,.
Raccomandazioni italiane su “Comunità proattive e prescrizione sociale”: https://disse.web.uniroma1.it/it/convegno-presentazione-raccomandazioni.
06 Agosto 2026
© Riproduzione riservata
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