Il monitoraggio dei Livelli essenziali di assistenza si prepara a cambiare passo. Non più soltanto verifica degli adempimenti e controllo della capacità delle Regioni di garantire i Lea, ma anche misurazione degli esiti di salute, della performance e del rapporto tra risorse impiegate e servizi effettivamente erogati.
È questa una delle principali novità illustrate dal direttore generale della Programmazione del Ministero della Salute, Walter Bergamaschi, nel corso dell’audizione davanti alla Commissione Affari sociali della Camera. Un’evoluzione che, nelle intenzioni del Ministero, dovrebbe consentire di leggere in modo più completo le differenze territoriali e soprattutto di capire non soltanto se una prestazione viene garantita, ma quali risultati produce rispetto alle risorse utilizzate.
Bergamaschi ha ricordato come l’attuale architettura di monitoraggio dei Lea risalga sostanzialmente a vent’anni fa e sia stata costruita in un contesto caratterizzato da forti disavanzi sanitari regionali. Un sistema nel quale il Comitato Lea verifica l’erogazione dei livelli essenziali di assistenza in condizioni di appropriatezza ed efficienza e il Tavolo degli adempimenti verifica, tra l’altro, il mantenimento dell’equilibrio dei bilanci sanitari regionali.
Un impianto che, secondo il direttore generale, ha prodotto risultati importanti, ma che oggi necessita di una evoluzione.
Dal controllo degli adempimenti alla performance
La prima direttrice sulla quale il Ministero sta lavorando è stata prevista dalle leggi di Bilancio 2025 e 2026: affiancare al Nuovo Sistema di Garanzia un sistema di indicatori di performance.
L’obiettivo è duplice. Da una parte misurare gli outcome, cioè gli esiti di salute; dall’altra mettere in relazione le risorse dedicate ai diversi Lea con i servizi concretamente erogati.
Si tratta, nelle parole di Bergamaschi, di arrivare a una sorta di indicatore di rendimento, capace di evidenziare quanto le risorse assegnate ai territori siano effettivamente trasformate in servizi e risultati per i cittadini.
È un passaggio rilevante perché sposta il baricentro del monitoraggio. Il tema non sarebbe più soltanto stabilire se una Regione rispetta determinati standard o adempimenti, ma comprendere quanto il sistema sanitario riesca a produrre salute utilizzando le risorse disponibili.
Nel 2024 migliorano i punteggi Lea, ma i divari restano
I dati presentati da Bergamaschi mostrano intanto un miglioramento generalizzato.
Nel confronto tra 2023 e 2024, il Nuovo Sistema di Garanzia ha registrato una crescita dei punteggi regionali nelle tre macroaree della prevenzione, dell’assistenza distrettuale e dell’assistenza ospedaliera. L’incremento è risultato particolarmente intenso proprio nella prevenzione e nell’area distrettuale.
Anche il numero delle Regioni sotto la soglia di sufficienza si è ridotto. Nel 2023 erano otto, mentre nel 2024 sono rimaste tre situazioni di non sufficienza: Provincia autonoma di Bolzano e Sicilia nell’area della prevenzione e Calabria nell’area distrettuale.
Per il direttore generale, si tratta di un risultato che testimonia come il sistema di monitoraggio e di affiancamento delle Regioni stia contribuendo a una progressiva convergenza territoriale.
Tra i fattori che hanno favorito il miglioramento Bergamaschi ha indicato anche il rafforzamento dell’assistenza sociosanitaria territoriale sostenuto dal PNRR, a partire dall’assistenza domiciliare integrata, l’aumento della copertura degli screening oncologici e il miglioramento della tempestività della risposta nell’emergenza territoriale, insieme alla diffusione delle Centrali operative 116117.
Il Centro-Sud recupera, ma il gap non è superato
Il quadro resta però tutt’altro che omogeneo.
Secondo i dati illustrati in audizione, il confronto tra i punteggi medi del 2023 e quelli del 2024 evidenzia un recupero del Centro-Sud rispetto al Centro-Nord nell’ordine di 5-6 punti. Un miglioramento che riduce la distanza, ma non la annulla.
E proprio la variabilità dei singoli indicatori del Nuovo Sistema di Garanzia continua a rappresentare uno dei nodi principali: in alcune macroaree lo scarto tra la Regione con il risultato migliore e quella maggiormente in difficoltà arriva a circa 30 punti.
Il superamento dei disavanzi e dei commissariamenti, quindi, non coincide automaticamente con l’omogeneità dei servizi offerti ai cittadini.
È questo uno dei passaggi politicamente più rilevanti dell’audizione: risanare i conti non significa necessariamente aver garantito gli stessi livelli di assistenza su tutto il territorio nazionale.
Vent’anni dopo, cambia anche la logica dei piani di rientro
Il secondo elemento del ragionamento riguarda infatti il rapporto tra equilibrio economico e qualità dell’assistenza.
Bergamaschi ha ricordato che il sistema è nato dopo che i disavanzi sanitari regionali avevano superato i sei miliardi di euro, concentrandosi soprattutto in alcune Regioni. Da allora, il percorso di risanamento ha prodotto risultati significativi.
Oggi, secondo quanto riferito in audizione, tutte le Regioni, con la sola eccezione del Molise, presentano bilanci sanitari in equilibrio oppure disavanzi entro il 5%, coperti anche attraverso risorse della fiscalità o dei bilanci regionali.
Nel tempo sono inoltre uscite dal regime commissariale Abruzzo, Lazio, Campania e Calabria, mentre il Molise resta l’unica Regione commissariata. Per quanto riguarda i piani di rientro, restano coinvolte Abruzzo, Puglia, Molise, Calabria e Sicilia, con situazioni differenti per quanto riguarda la natura delle criticità.
Il dato economico, dunque, appare profondamente diverso da quello di vent’anni fa. Ma proprio questo rende necessario, secondo il Ministero, aggiornare la governance del sistema.
Non solo controllo: arriva l’accompagnamento delle Regioni
La seconda direttrice indicata da Bergamaschi riguarda infatti il rapporto tra Stato e Regioni.
Il modello che si sta delineando dovrebbe affiancare alla tradizionale funzione di vigilanza e controllo una maggiore attività di supporto e accompagnamento delle Regioni in maggiore difficoltà.
Con il contributo di Agenas sono già in corso attività di affiancamento per la revisione della rete ospedaliera e dei punti nascita, per la revisione delle reti tempo-dipendenti e per l’analisi dei dati sulla mobilità evitabile.
L’idea è quella di trasferire nei territori le esperienze e le pratiche delle Regioni che hanno raggiunto i risultati migliori, rafforzando la capacità programmatoria delle amministrazioni regionali.
È quindi un cambio di prospettiva: non soltanto individuare chi non raggiunge gli standard, ma intervenire per capire perché non li raggiunge e quali strumenti possano permettergli di migliorare.
Lea, la sfida diventa trasformare le risorse in salute
Il punto di fondo dell’audizione è dunque il passaggio da un sistema costruito prevalentemente per affrontare il problema dei disavanzi e degli adempimenti a un modello che deve oggi confrontarsi con una questione diversa: come garantire risultati di salute omogenei in un sistema caratterizzato da forti differenze territoriali.
Il Nuovo Sistema di Garanzia continuerà a rappresentare uno strumento centrale di monitoraggio. Ma il suo affiancamento con indicatori di performance potrebbe introdurre una dimensione ulteriore: non solo quanto una Regione eroga, ma con quali risorse, con quale efficienza e soprattutto con quali risultati per la salute dei cittadini.
È qui che si giocherà una parte importante della prossima fase della governance sanitaria.
Perché, come emerge dalle parole di Bergamaschi, il problema oggi non è più soltanto verificare se i Lea vengano formalmente garantiti. La sfida è capire quanto il sistema riesca a trasformare le risorse disponibili in servizi, servizi in risultati e risultati in una effettiva riduzione delle disuguaglianze territoriali.
Il nuovo modello, nelle intenzioni del Ministero, non rinuncerà dunque ai controlli, ma li affiancherà a collaborazione, confronto e sviluppo della capacità programmatoria delle Regioni più in difficoltà.
Una evoluzione che porta il monitoraggio dei Lea da una logica prevalentemente adempimentale a una logica di performance. E che potrebbe diventare uno degli strumenti attraverso cui misurare concretamente se il Servizio sanitario nazionale riesca davvero a garantire, indipendentemente dal territorio di residenza, lo stesso diritto alla salute.