Immigrazione e salute. Con il “mediatore” calano gli aborti tra le donne straniere

Immigrazione e salute. Con il “mediatore” calano gli aborti tra le donne straniere

Immigrazione e salute. Con il “mediatore” calano gli aborti tra le donne straniere
Il dato è stato reso noto oggi dall’Iss nel corso di un convegno promosso dal San Camillo-Forlanini sulla figura e il ruolo del mediatore linguistico culturale in sanità. Richiesta una legge nazionale che fissi regole comuni per formazione e status professionale.

“Negli ultimi anni abbiamo assistito alla progressiva diminuzione del tasso di abortività tra le donne italiane a fronte della crescita del ricorso all’IVG tra le straniere. Ebbene i dati più recenti ci mostrano che anche tra le donne immigrate comincia a calare il tasso di abortività e questo soprattutto in quelle regioni dove sono più avanzati i programmi e le politiche di integrazione, compresi quelli interni al sistema sanitario che prevedono precisi interventi di mediazione linguistica e culturale”.  E’ Angela Spinelli, il direttore del Reparto salute della donna dell’Istituto superiore di sanità, a fornire il dato che conferma come il lavoro di queste figure professionali vada ben oltre quella visione volontaristica e ancellare che in molti si ostinano ad avere nei confronti dei circa 4.000 operatori della mediazione sanitaria che operano nel nostro Paese.
Ma non basta. La mediazione fa anche risparmiare risorse, come ha sottolineato Daniela Donetti, responsabile del controllo di gestione del San Camillo-Forlanini che, dati alla mano, ha provato come grazie alla mediazione si possano abbattere inappropriatezza prescrittive e terapeutiche a tutto vantaggio delle casse del Ssn (vedi approfondimento).

Insomma la mediazione sanitaria non è un “peso” da pagare all’immigrazione ma un’opportunità da cogliere per ammodernare il sistema sanitario anche in questa fase di forti flussi immigratori che richiedono risposte certe e stabili, fuori dalla logica emergenziale.
Una strategia che è l’obiettivo principale dell’Associazione nazionale dei mediatori transculturali in ambito sanitario, presieduta da Sandrine Sieyadji, che chiede da tempo una legge nazionale per il riconoscimento della figura professionale del mediatore e per la razionalizzazione dell’iter formativo, così da superare l’attuale giungla che vede corsi che offrono attestati anche con sole 50 di lezione a fronte delle 400 previste da una direttiva del 2009 del Ministero del Lavoro, ma che conta anche l’esistenza di corsi di laurea ad hoc.
 “L’idea del convegno – ci spiega Maura Cossutta – nasce anche dalla contingenza della prossima scadenza della nostra convenzione con una cooperativa di servizi che ci ha garantito la mediazione linguistica e culturale negli ultimi due anni. Ma abbiamo l’ambizione di portare il tema a livello nazionale per far emergere la necessità di una regolamentazione di queste figure professionali”.
E infatti al convegno romano hanno partecipato anche Giovanni Ascone del Ministero della Salute e Stefania Congia del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali che, a diverso titolo, hanno convenuto sull’opportunità di regole nazionali,  pur sottolineando la competenza delle Regioni per l’avvio dei servizi di mediazione.

E le Regioni, in effetti, si sono già mosse ma come spesso capita in sanità, in modo diverso tra loro. Sia dal punto di vista formativo, avviando corsi con monte ore e caratteristiche diversi, sia dal punto di vista organizzativo. Una diversità da salvaguardare per le specificità dei bisogni e dei territori ma sulla quale, ha convenuto anche Elisabetta Confaloni della Toscana, nulla osta a una normativa nazionale che fissi i paletti di orientamento per formazione, ruolo e competenze di questi operatori.
Ma un nodo irrisolto restano le risorse economiche da assicurare stabilmente. Una richiesta di cui più di altri si è fatta carico Maria Edoarda Trillò direttore del Dipartimento materno infantile dell’Asl RMC, ma che è stata in ogni caso il leit motiv della giornata. Perché il servizio di mediazione – ha spiegato Cossutta – “non deve essere un servizio somma di singole prestazioni (del singolo mediatore, al singolo paziente, nel singolo reparto), ma un servizio integrato con le attività di tutte le unità operative, coordinato centralmente, all'interno di un modello generale di cambiamento del setting ospedaliero, secondo il progetto 'ospedale culturalmente competente' adottato dalla nostra azienda nel 2009”. E per fare questo servono appunto norme chiare e uniformi, ma anche finanziamenti stabili e adeguati.
 
Importante anche la testimonianza di Paola Scardella, dell’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti ed il contrasto delle malattie della Povertà, diretto fino a poco mesi fa dall’attuale direttore generale del San Camillo-Forlanini, Aldo Morrone, che ha fatto della mediazione sanitaria una delle sue attività primarie con 35 mediatori stabilizzati che costituiscono il nerbo dell’approccio di accoglienza e gestione dei pazienti che si rivolgono al centro ospitato nell’antico ospedale San Gallicano a Roma.
E del fatto che sia ormai tempo di rompere gli indugi e assorbire stabilmente nel Ssn la figura del mediatore, si dice convinta Giulia Rodano, vice presidente della Commissione sanità del Consiglio regionale del Lazio. “Basta coi progetti e le sperimentazioni – ha detto – abbiamo tutti gli elementi per fare di queste figure una presenza garantita in tutte le strutture sanitarie pubbliche. E per farlo, non servirebbe neanche una legge, basterebbe la volontà delle amministrazioni regionali e delle Asl, anche se dubito che in questa fase e in questa congiuntura politica esista tale volontà”.
 

 

16 Maggio 2011

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