La Manovra, la sanità e la ‘strategia della pensione’

La Manovra, la sanità e la ‘strategia della pensione’

La Manovra, la sanità e la ‘strategia della pensione’
La legge per il 2017 assegna a previdenza e SSN salomonicamente la stessa cifra, un paio di miliardi ciascuna. 2 a 2 e pari e patta? Non proprio. Certo ci contentiamo, visti i tempi di vacche magre, e infreddolite dai venti del nord che tirano da Bruxelles (provincia di Berlino) Certo è che di miliardi al SSN ne servirebbero, ed è quindi lecito chiederne, di più.

“Scegliere vuol dire rinunciare”, sentenzia dall’alto del suo magistero la cartina interna del noto cioccolatino. Quello scartato ogni anno dal Governo con la legge di Bilancio per decidere a chi prendere e dare. Soprattutto su pensioni e sanità, data la nostra inesorabile curva demografica record di vita lunga e pochi figli (con la curiosa sineddoche dell’appena avvenuto sorpasso dei consumi di pannoloni su quello di pannolini).
 
La legge per il 2017 assegna a previdenza e SSN salomonicamente la stessa cifra, un paio di miliardi ciascuna. 2 a 2 e pari e patta? Non proprio. Certo ci contentiamo, visti i tempi di vacche magre, e infreddolite dai venti del nord che tirano da Bruxelles (provincia di Berlino) Certo è che di miliardi al SSN ne servirebbero, ed è quindi lecito chiederne, di più.
 
Per due motivi. Il primo, detta col “latinorum” dell’economista, di flusso dinamico: la fisiologica crescita continua della domanda e del costo inflativo dell’offerta, beni e servizi. Il secondo, di stock allocativo: per il SSN spendiamo da anni meno di tutti o quasi, sotto al 7% del PIL.
 
È soprattutto qui che la partita con le pensioni dovrebbe andare ai supplementari. Perché ci costano molto più degli altri Paesi, il 14% del PIL, oltre il 15% con le invalidità. La Germania ce ne mette ben il 10% nella sua sanità (Krankenkassen), solo l’11% in previdenza. Stesse proporzioni in Francia e nella maggioranza dei Paesi EU del nord.
 
Insomma, se la somma (che fa il totale) è simile, assai diversa la distribuzione: noi molto più sulle pensioni e meno sulla sanità, loro il contrario. Una scelta allocativa chiara, storica, la nostra, con pensioni per decenni dalla manica larghissima, altro che retribuzione differita.
Solo recente la fine della festa, con nel futuro l’estremo opposto (precarietà lavorativa e quindi contributiva, gettito ridotto per spostamento della ricchezza dal reddito al profitto, ecc.)
 
La scelta storica di finanziare di più le pensioni, molto ben oltre l’apporto contributivo, risponde ad una precisa strategia: sposta risorse pubbliche verso consumi privati. Le pensioni si trasformano in consumi.
 
Specialmente oggi dato l’aumento drammatico della precarietà e la costante riduzione diretta e indiretta dei salari e del loro potere d’acquisto. Una sorta di ammortizzatore sociale coi nonni che mantengono i nipoti precari o disoccupati, ma anche i figli ultracinquantenni a casa per esubero.
 
Ma c’è anche un aspetto della cornucopia previdenziale storica che coinvolge la sanità: una quota della sua pensione serve al nonno per pagarsi privatamente visite, analisi o interventi erogati male (o in ritardo) dalla sanità pubblica, sotto finanziata a favore proprio della sua pensione, innescando un singolare loop riallocativo.
 
Le risorse che in altri Paesi sono destinate direttamente alla sanità pubblica, ma che da noi vanno alle pensioni, finiscono quindi in una certa misura sì alla sanità ma a quella privata, intramoenia compresa, per tagliare liste d’attesa e qualità del SSN talvolta insufficiente, o percepita tale.
 
Quindi tra pensioni e sanità s’ingenera un curioso flusso circolare del reddito (“kreuslaf”): risorse pubbliche, le pensioni, per bisogni privati, i consumi, inclusi quelli sanitari.
 
Allora la domanda è quale dei due modelli alternativi produce maggiori benefici collettivi, il nostro che privilegia le pensioni o quello, tipo tedesco, che finanzia più la sanità. Quale ne innesca maggiormente i moltiplicatori economici (matrici di Leontieff) ovvero gli effetti positivi circolari sull’economia? Sostenere direttamente di più il welfare sanitario o quello previdenziale che si trasforma in consumi privati?
 
Probabilmente, si direbbe, quello tedesco, più lineare e diretto e senza gli arabeschi italici di Flaiano. Solo che oggi è impossibile attuarlo da noi, se non nel lungo termine (quello della famosa battuta di Keynes). Perché, appunto, le pensioni oggi, con oltre 200 miliardi l’anno, sono un architrave portante del nostro sistema economico e quindi sociale.
 
Se ridimensionate, pur se per alimentare di più il sotto finanziato SSN, aprirebbero uno scenario “greco” dalle conseguenze nefaste. E siccome, diceva Giolitti, al gobbo il sarto deve tagliare un vestito con la gobba, si continua a doverle finanziare mantenendo le suddette sproporzioni, soprattutto con la sanità.
 
Per mantenere un certo ordine sociale ed economico, si dice si fosse ricorso alla cosiddetta “strategia della tensione”. Molto più efficace e pacifica l’altra, la strategia della pensione.
 
Prof. Fabrizio Gianfrate
Economia sanitaria

Fabrizio Gianfrate

17 Ottobre 2016

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