Chi russa troppo e va in apnea durante il sonno, potrebbe essere ad aumentato rischio di Alzheimer

Chi russa troppo e va in apnea durante il sonno, potrebbe essere ad aumentato rischio di Alzheimer

Chi russa troppo e va in apnea durante il sonno, potrebbe essere ad aumentato rischio di Alzheimer
L’allarme viene da un sofisticato studio condotto negli Usa su volontari sani con normali funzioni cognitive; nell’arco di appena due anni, è stato registrato un aumento del carico di amiloide cerebrale risultato correlato con la gravità della sindrome delle apnee ostruttive. Solo un’osservazione per ora, che se venisse confermata potrebbe consentire di rallentare il declino cognitivo, intervenendo tempestivamente sulle apnee ostruttive.

La sindrome delle apnee ostruttive, condizione sempre più rappresentata tra la popolazione  (a soffrirne, sarebbe una percentuale variabile tra il 30 e l’80% degli anziani) sempre più spesso correlata, come fattore di rischio, ad una serie di patologie prevalentemente in ambito cardiovascolare, è di nuovo finita sotto la luce dei riflettori come possibile fattore di rischio per demenza, anche di quella di Alzheimer.
 
Uno studio appena pubblicato su American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine e condotto negli Stati Uniti, è andato ad indagare l’ipotesi che possa esserci un legame tra le gravità della sindrome da apnee ostruttive e un aumento del carico di amiloide nel cervello di anziani normali da un punto di vista cognitivo.
 
I dati esaminati derivano da uno studio prospettivo longitudinale condotto su 208 soggetti volontari tra i 55 e i 90 anni, con funzioni cognitive conservate; tutti sono stati sottoposti a dosaggio dell’amiloide beta nel liquor (prelevato mediante puntura lombare); un sottogruppo dei partecipanti allo studio è stato inoltre sottoposto a PET (Pittsburgh compound B Positron Emission Tomography). Oltre la metà dei partecipanti è risultato affetto da OSA (il 36,5% in forma lieve, il 16,8% in forma moderato-grave).
 
Lo studio dimostra che la gravità degli indici di OSA (lnAHIall e lnAHI4%) risulta associata con marcatori di aumentato carico amiloide nell’arco di due anni di follow-up (in particolare con una riduzione dei valori di amiloide nel liquor, che starebbe a significare un aumento dei depositi di amiloide nel cervello); nei soggetti sottoposti a PET è stato in effetti notato un aumento dei depositi di amiloide cerebrali nei soggetti affetti da OSA.
 
“Diversi studi – commenta Ricardo S. Osorio, autore senior dello studio e professore associato di psichiatria presso la New York University School of Medicine – hanno suggerito che i disturbi del sonno possono contribuire al formarsi di depositi di amiloide e accelerare il declino cognitivo nei soggetti a rischio di Alzheimer. Finora è stato tuttavia difficile verificare il nesso di causalità di queste associazioni, visto che le OSA e l’Alzheimer condividono alcuni fattori di rischio e spesso coesistono”.
 
Va comunque sottolineato che la gravità delle OSA in questo studio non è risultata in grado di predire il deterioramento cognitivo negli anziani studiati. E questo secondo gli autori sta a significare che le alterazioni riscontrare nel liquor e alla PET si verificano negli stadi iniziali dell’Alzheimer.
 
“La relazione tra depositi di amiloide e stato cognitivo– ipotizza Andrew Varga, neurologo e specialista in medicina del sonno presso la Icahn School of Medicine del Mount Sinai di New York – non è probabilmente di tipo lineare”. Lo studio inoltre ha avuto una durata di appena due anni.
 
Una frammentazione del sonno e/o periodi intermittenti di ipossia dovuti alle apnee ostruttive potrebbero comunque secondo i risultati di questo studio favorire l’accumulo di amiloide nel cervello. Qualora questa associazione venisse confermata, allora l’intervento clinico sulle OSA (CPAP, terapia posizionale, apparati dentali, ecc) potrebbe rivelarsi utile nel prevenire l’accumulo di amiloide nel cervello degli adulti e forse, nel tempo, contribuire a ridurre il rischio di Alzheimer. L’invito finale degli autori è dunque quello di ricercare negli anziani in maniera proattiva le OSA, condizione spesso sottodiagnosticata e apparentemente asintomatica.
 
 
Maria Rita Montebelli

Maria Rita Montebelli

15 Novembre 2017

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