I misunderstanding sulle Liste d’attesa
Allo stesso tempo, il dibattito sulle liste di attesa è foriero di numerosi misunderstanding: il più comune è che configurino un problema prioritario di salute; ma nessun dato sembra suffragare l‘idea che le liste di attesa attuali provochino danni per la salute (se non in casi episodici); e, inoltre, va sempre sottolineato con forza che quasi tutte le rilevazioni susseguitesi negli anni, hanno misurato i tempi su prestazioni non necessariamente urgenti.
Il tema, anche se non è legato in modo sostanziale agli esiti di salute, rimane però un tema rilevante, su molti altri fronti: quello dell’equità, della sostenibilità, dell’appropriatezza, della customer satisfaction.
È un problema di equità perché le liste di attesa incentivano il ricorso al mercato a pagamento (pubblico, in intramoenia, e privato), ovvero la spesa privata, che a sua volta alimenta i fenomeni di impoverimento.
È un problema di sostenibilità, perché il definanziamento dell’ultimo decennio, implica una riduzione del potenziale di offerta che è in contraddizione con la necessità di riassorbire le liste di attesa.
È un problema di appropriatezza perché, paradossalmente, la riduzione dei tempi di attesa può incentivare il tasso medio di inappropriatezza del sistema.
Principalmente, è un problema di customer satisfaction perché le attese sono sempre al primo posto nei motivi di dolenza dei cittadini, e rappresentano un vulnus in tema di responsiveness del sistema; e la customer satisfaction rileva anche in termini di sostenibilità, perché in assenza di essa si innescano le tendenze centrifughe all’opting out dal sistema.
Nell’ambito del progetto “Osservatorio sui tempi di attesa e sui costi delle prestazioni sanitarie nei Sistemi Sanitari Regionali”, finanziato dalla Fondazione Luoghi Comuni – CGIL Funzione Pubblica, il C.R.E.A. Sanità ha realizzato una survey per approfondire la conoscenza dello stato dell’arte.
Rimandando alla lettura del report di ricerca per l’approfondimento, sinteticamente osserviamo come la survey sia stata condotta su 11 prestazioni “comuni”, in due “ondate”: nel primo anno su Campania, Lazio, Lombardia e Veneto, nel secondo su Emilia Romagna, Liguria, Marche e Sicilia, che complessivamente rappresentano quasi il 66% della popolazione italiana.
Le riflessioni che emergono dalla ricerca possono essere così riassunte:
1) “In media” il fenomeno non si riduce e i tempi rimangono abbondantemente sopra i livelli stabiliti (per le prestazioni monitorate, non urgenti)
2) Esiste una grande variabilità: regionale e anche intraregionale; ma anche fra prestazioni e per tipologie di struttura di offerta (in altri termini, la domanda si concentra tipicamente sulle strutture più complesse/specializzate, il che lascia pensare che sia necessaria una maggiore informazione dei cittadini, e una maggiore assicurazione sulla qualità delle prestazioni erogate nei diversi setting)
3) La discriminante rispetto ai tempi di attesa non è il ricorso alle strutture pubbliche o private; bensì fra prestazioni in regime SSN o a pagamento; in altri termini i tempi sono oltre i limiti tanto nelle strutture pubbliche che in quelle private accreditate; mentre sostanzialmente immediata è la risposta tanto nel privato (a pagamento intero), quanto nel pubblico in regime di intramoenia
4) Per chi può (o comunque decide di) ricorrere alle prestazioni a pagamento, i prezzi sono sovrapponibili nelle strutture pubbliche e quelle private
5) Non si intravede neppure una correlazione fra modelli regionali di servizio sanitario e tempi di attesa: i tempi sono, più o meno, sovrapponibili nelle Regioni con presenza di più privato o meno, con una maggiore dotazione di personale o meno, etc.
6) La maggiore efficienza in tema di liste di attesa si riscontra nelle Regioni che sono tendenzialmente più efficienti: in particolare va segnalata l’ “anomalia” della Regione Emilia Romagna che, unica fra le 8 rilevate, riesce a rimanere nei limiti medi previsti, in particolare sotto (o vicino) ai 30 giorni, per praticamente tutte le prestazioni monitorate.
L’ “anomalia” è importante perché dimostra che “si può fare” e probabilmente che non è (se non in parte) una questione di norme o finanziamenti: si tratta di realizzare una governance efficace. L’esperienza dell’Emilia Romagna aggiunge a tale consapevolezza, il fatto che una governance efficace è il frutto della duplice capacità di mettere il tema al top delle priorità di sistema e di utilizzare in modo coerente un approccio multidimensionale, che vanno dai controlli, agli incentivi ai medici, alla responsabilizzazione dei cittadini.
Federico Spandonaro
Presidente CREA Sanità
15 Maggio 2019
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