Fnopi: “Mancano tanti professionisti ma a mancare in modo allarmante sono gli infermieri”
E gli infermieri sono anche più vecchi. Nella fascia di età 40-49 anni sono il 40,2% del totale degli infermieri dipendenti del Ssn (nel 2013 erano il 44,1%). Gli infermieri compresi, invece, nelle fasce di età 50-59 anni e 30-39 anni sono, rispettivamente, il 36,0% e il 13,8% del totale (nel 2013 erano il 31,3% e il 17,2%). I dati confermano che il calo più significativo di unità si è verificato nella fascia di età 0-39 anni ( -4,34%). Al contrario, c’è stato un aumento di personale infermieristico nelle fasce di età 50-59 anni e 60 anni ed oltre (4,77% e 3,41%, rispettivamente, a livello nazionale). In più, sottolinea Osservasalute, gli infermieri sono sempre meno: tra il 2013 e il 2016 si riducono del -2,4%, da 271.043 a 264.646 e secondo gli ultimi dati Aran sono calati di oltre 7mila unità in soli cinque anni.
“Mancano tanti professionisti – commenta Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI), la più numerosa d’Italia con oltre 450mila iscritti – ma a mancare in modo allarmante sono gli infermieri, quei professionisti che prendono in carico il malato prima, durante e dopo qualunque intervento abbia subìto o debba subire e fino alle sue dimissioni. Quei professionisti che hanno il compito di seguirlo a domicilio per assicurare che si curi, lo faccia bene e non abbia complicazioni e se queste subentreranno allora proprio quei professionisti faranno scattare l’intervento del medico di medicina generale, dove necessario e possibile, per evitare code, intasamenti e liste di attesa ai pronto soccorso”.
Nelle Regioni si assiste ancora una volta a una forte difformità: in tutte quelle del Sud il dato e superiore al valore nazionale, mentre in otto casi (Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Umbria, Marche, Puglia, Basilicata e Sardegna) l’andamento del trend non è perfettamente in linea con quello nazionale di diminuzione in tutti gli anni considerati. In più, sono solo 3 (Sardegna, Trentino-Alto Adige e Marche) le regioni in controtendenza rispetto al dato nazionale.
Per quanto riguarda, invece, il tasso di infermieri per 1.000 abitanti, a eccezione di Valle d’Aosta, Marche, Basilicata e Sardegna, in tutte le regioni si riscontra il trend negativo registrato a livello nazionale. In particolare, le riduzioni più marcate si registrano in Lazio, Molise, Campania, Sicilia e Abruzzo, ancora una volta quindi quelle in piano di rientro.
I numeri della carenza sono ormai senza freni – ricorda Tonino Aceti, portavoce FNOPI – e con la complicità di Quota 100 rischiano in pochi anni di superare le 100mila unità. Ma il rischio maggiore è per gli assistiti: studi internazionali hanno definito che a ogni aumento del 10% di personale infermieristico laureato corrisponde una diminuzione del 7% di mortalità. L’associazione dei due valori – continua – ha rivelato che se negli ospedali il rapporto infermiere/paziente è di 1:6, la probabilità di decesso a trenta giorni dalla dimissione è del 30% inferiore rispetto a strutture in cui il rapporto infermieri/pazienti è di 1:8. In Italia il rapporto infermieri-pazienti era nel 2017 di uno a 8-9 nelle Regioni benchmark, quelle con l’assistenza migliore e si arrivava a fino a uno a 17 nella Campania, che con gli effetti di Quota 100 potrebbe superare a situazione invariata il rapporto di uno a 20, dove il turn over è da decenni un’araba fenice e i piani di rientro guardano prevalentemente la spesa: ministro, Governo e Regioni devono correre ai ripari: ha ragione il ministro Bongiorno, che ieri ha annunciato fuoriuscite massicce dalla Pa per i pensionamenti, a dire che servono subito concorsi sprint e i dati del Rapporto Osservasalute come pure quelli dell’Aran ci dicono che è la professione infermieristica ad averne oggi più bisogno”.
15 Maggio 2019
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