Gentile Direttore,
le Case della Comunità rappresentano uno dei pilastri della nuova assistenza territoriale. Ma la sfida non consiste soltanto nell’aprire nuove strutture: consiste soprattutto nel renderle capaci di funzionare, costruendo un’organizzazione che garantisca prossimità, continuità assistenziale, presa in carico e risultati misurabili.
La Casa della Comunità non è semplicemente un luogo fisico nel quale collocare professionisti diversi.
È un modello organizzativo nel quale competenze cliniche, assistenziali, sociali, amministrative ed educative devono integrarsi intorno ai bisogni della persona.
In questo scenario c’è una figura sulla quale vale la pena aprire una riflessione: il Collaboratore di Studio del Medico di Medicina Generale.
Se il MMG entra nella Casa della Comunità, è ragionevole chiedersi se anche l’organizzazione che quotidianamente rende operativa la Medicina Generale debba poter entrare con lui.
Gestione delle agende e degli accessi, rapporti con il CUP, orientamento ai servizi territoriali, documentazione, supporto ai programmi di prevenzione, organizzazione dei percorsi della cronicità e utilizzo degli strumenti digitali sono ormai componenti concrete dell’attività quotidiana della Medicina Generale.
Il medico conserva, naturalmente, la piena responsabilità clinica e le decisioni diagnostiche e terapeutiche.
Il Collaboratore di Studio opera invece nel proprio ambito organizzativo, amministrativo e informativo.
Non servono sovrapposizioni di competenze.
Serve integrazione.
Una indicazione importante arriva dalle Linee di indirizzo tecniche AGENAS 2026 sulle équipe multiprofessionali e multidisciplinari nelle Case della Comunità. Nel modello AGENAS l’équipe di base comprende, accanto al medico di assistenza primaria o al pediatra di libera scelta, all’infermiere e all’assistente sociale, anche una figura per il supporto amministrativo.
A questa figura sono ricondotte funzioni di supporto organizzativo e gestionale, orientamento dell’utenza, gestione amministrativa dei percorsi, prenotazioni, accettazione, gestione documentale, supporto ai flussi informativi e contributo alla raccolta dei dati necessari al monitoraggio.
AGENAS non identifica questa figura con il Collaboratore di Studio del MMG. Proprio per questo si apre uno spazio di riflessione organizzativa che Regioni e Aziende sanitarie possono affrontare, definendo con chiarezza funzioni, responsabilità, formazione e modalità di integrazione nell’équipe.
Il Collaboratore di Studio possiede infatti un patrimonio di esperienza maturato quotidianamente accanto alla Medicina Generale: conosce i processi dello studio, le modalità di accesso degli assistiti, le criticità amministrative, le esigenze informative dei cittadini e quella zona di confine tra prescrizione, prenotazione, prestazione e controllo nella quale troppo spesso si interrompe la continuità del percorso.
La questione diventa ancora più rilevante con la trasformazione digitale del Servizio sanitario. Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, CUP, ricetta dematerializzata, Patient Summary, telemedicina e piattaforme regionali non sono soltanto tecnologie: per funzionare richiedono organizzazione, tracciabilità dei processi, competenze digitali, interoperabilità e una chiara distribuzione delle responsabilità.
La sanità digitale non può essere governata dall’informalità.
In Campania questa sfida assume un significato particolare.
La rete delle Case della Comunità e l’ecosistema digitale regionale, a partire dal FSE 2.0 e da SINFONIA Salute, possono favorire una maggiore integrazione tra professionisti, servizi e cittadini.
La Campania potrebbe quindi diventare uno dei territori nei quali sperimentare un modello capace di valorizzare, accanto al MMG e nel rispetto delle diverse competenze professionali, anche il Collaboratore di Studio.
Una vera governance territoriale, tuttavia, deve essere misurabile.
Adesione agli screening, continuità dei percorsi della cronicità, appropriatezza organizzativa degli accessi, utilizzo dei servizi digitali, riduzione delle attività amministrative improprie a carico del medico e soddisfazione dei cittadini possono diventare indicatori concreti del funzionamento della nuova organizzazione.
La presa in carico non comincia necessariamente con una prestazione sanitaria.
Comincia quando una persona viene intercettata, informata, orientata e accompagnata nel percorso, evitando che si perda tra prescrizione, prenotazione, prestazione e successivo controllo.
È in quel momento che l’organizzazione diventa assistenza.
Portare il Medico di Medicina Generale nella Casa della Comunità senza portare con lui anche la capacità organizzativa che quotidianamente sostiene il suo lavoro rischia di significare trasferire il professionista senza trasferire il modello che gli consente di essere pienamente operativo.
La Campania può cogliere questa opportunità e diventare laboratorio di una nuova organizzazione della sanità territoriale: non limitarsi ad annunciare il cambiamento, ma organizzarlo, governarlo, misurarlo e renderlo concretamente percepibile dai cittadini.
Dott.ssa Giuseppina Iannone
Collaboratrice di Studio del Medico di Medicina Generale – ASL Napoli 1 Centro – Regione Campania