Questa mattina il ministro della Salute, Renato Balduzzi, è intervenuto nell’Aula della Camera per rispondere ad un’interrogazione della parlamentare Paola Binetti (Udc) che chiedeva al ministro se non ritenesse “necessario avviare un'indagine per rilevare con certezza il numero delle donne colpite da rischio cancerogeno a seguito dell'operazione chirurgica e quali urgenti iniziative intenda mettere in atto per procedere alla sostituzione di queste protesi, oltre che per impedire che sul mercato italiano vengano immesse protesi che non siano a norma e presentino un alto rischio cancerogeno”.
Balduzzi ha chiarito subito che “le evidenze in nostro possesso consentono di escludere una maggiore presenza di pericolo di cancro per quanto riguarda queste protesi, rappresentando invece una loro suscettibilità a rotture o a esondazioni di materiale che poteva essere un materiale fortemente irritante anche a seguito dell'accertamento in base al quale si trattava di un silicone non adeguato per quel tipo di interventi”.
Poi il ministro ha spiegato la metodologia con cui si è proceduto nel censimento avviato a fine dicembre “il censimento prevedeva la notifica alle Asl delle informazioni relative alla data di intervento di impianto di protesi mammaria o la mancata effettuazione di questi interventi da parte di tutte le strutture ospedaliere e ambulatoriale, pubbliche e private, fossero accreditate o comunque autorizzate. Le regioni avrebbero dovuto fare il filtro, raccogliere le informazioni e inoltrarle a livello centrale”.
Alla fine il risultato di queste indagini è che in Italia sono stati “effettuati 3.911 impianti di protesi mammarie PIP di cui 3.135 presso strutture di ricovero e cura e 776 presso strutture ambulatoriali”.
Si è trattato dunque, ha concluso Bladuzzi, di un lavoro che ha impegnato le strutture del ministero e lo stesso organo di indirizzo politico amministrativo. L’obiettivo era duplice: da un lato di “non favorire allarmismi del tutto ingiustificati” e dall'altro di sottolineare l'opportunità “che a livello comunitario vi siano delle regole più stringenti per quanto riguarda almeno alcune categorie di dispositivi medici, in particolare quelli cosiddetti impiantabili di classe terza”.
Su questo punto conclude Balduzzi ricordando che alcune proposte presentate insieme ad altri colleghi di Pesi membri dell’Ue al Commissario John Dalli “per migliorare il regime comunitario dei dispositivi medici sono in realtà largamente già presenti nella nostra legislazione”. E obiettivo del ministro, essendoci la libera circolazione ed un sistema di notificazione che consente di avere un organismo cosiddetto notificato anche in uno Stato diverso da quello di produzione, “che tutti gli Stati membri seguissero in materia di dispositivi medici un livello di standard simile al nostro e – se possibile – migliorare ancora il nostro livello”.