Giovani chirurghi e Cic: “No al federalismo in sanità, serve una migliore offerta formativa”

Giovani chirurghi e Cic: “No al federalismo in sanità, serve una migliore offerta formativa”

Giovani chirurghi e Cic: “No al federalismo in sanità, serve una migliore offerta formativa”
I professionisti, nel corso di un workshop organizzato a Roma,suggeriscono anche una sempre maggiore integrazione tra le università e le strutture ospedaliere sul territorio per creare reti cliniche che permettano al medico in formazione di acquisire tutti gli skills necessari a svolgere la professione chirurgica.

No al regionalismo, sì a una migliore e più omogenea offerta formativa su tutto il territorio. E ancora no all’equiparazione dei medici in formazione agli specialisti.
 
Questa la posizione del Collegio Italiano dei Chirurghi e della Società Polispecialistica Italiana dei Giovani Chirurghi Spigc emersa nel corso del workshop In tema di federalismo differenziato e reclutamento giovani specialisti sul territorio organizzato a Roma presso l’Università La Sapienza.
 
A proposito del federalismo regionale differenziato, proposto dal precedente governo gialloverde, in accordo con Cimo e Fnomceo, presenti all’incontro rispettivamente con il presidente Guido Quici ed il VicePresidente Giovanni Leoni, il Cic, con il Presidente Filippo La Torre e la Spigc hanno sostenuto che “il federalismo in sanità potrebbe creare ed amplificare una diseguaglianza nelle cure, che peraltro è già presente, tra le varie regioni italiane”. Questo, sostengono i chirurghi, potrebbe inoltre avere un impatto negativo anche sull’offerta formativa per i medici in formazione specialistica, con un sempre maggiore flusso migratorio verso regioni virtuose o paesi stranieri. Auspicano pertanto che il Governo “mantenga e promuova l’unità del nostro Ssn che ad oggi, grazie anche all’universalismo delle cure, rimane tra i più virtuosi”.
 
In merito alla formazione in chirurgia e al reclutamento sul territorio dei giovani specialisti/specializzandi, sono stati presentati i dati di una survey proposta dalla Spigc sull’offerta formativa delle scuole di specializzazione chirurgiche in Italia. L’analisi dei risultati ottenuti su più di 500 risposte ha confermato che la maggior parte dei medici in formazione specialistica la ritiene inadeguata in quanto non vengono rispettati nella maggior parte dei casi i requisiti minimi richiesti durante il percorso formativo, in termini di procedure chirurgiche eseguite come primo o secondo operatore.
 
Tra le varie proposte avanzate, si ritiene fondamentale una sempre maggiore integrazione tra le università e le strutture ospedaliere sul territorio per creare reti cliniche che permettano al medico in formazione di acquisire tutti gli skills necessari a svolgere la professione chirurgica una volta terminato il percorso formativo. Il MIUR dovrebbe anche garantire un’uniformità dell’offerta formativa su tutto il territorio nazionale, garantendo ai medici in formazione la possibilità di partecipare a corsi di perfezionamento su cadavere e la disponibilità di simulatori per un migliore training chirurgico. Tali attività oggi, sostengono i chirurghi, sono nella maggior parte dei casi possibili solo attraverso l’autofinanziamento dei giovani medici e grazie alla compartecipazione delle aziende farmaceutiche.
 
Per quanto riguarda invece le proposte di legge in merito all’assunzione di medici in formazione, i professionisti sono assolutamente in disaccordo con le proposte avanzate dal governo, in quanto un medico in formazione non può essere equiparato ad uno specialista. Le carenze d’organico non possono essere risolte sostituendo personale specializzato con medici che devono ancora terminare il proprio percorso formativo. In tal senso restano da chiarire anche eventuali risvolti medico-legali e problematiche di natura contrattuale soprattutto in termini salariali. La strada intrapresa dagli organi di governo sembrerebbe voler risolvere il problema della carenza d’organico senza tener conto della professionalità dei sanitari coinvolti nel percorso di cura; tutto questo, seppur apparentemente possa rappresentare una soluzione, determinerà nell’immediato futuro un peggioramento della qualità dell’assistenza offerta. Andrebbe invece migliorata la appetibilità di questo tipo di professionalità, soprattutto nei Pronto Soccorso, che, nel territorio sono poco remunerate, di scarsa gratificazione e ad alto rischio di denuncia e violenza.

07 Novembre 2019

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