La lente della medicina di genere sul fronte COVID-19

La lente della medicina di genere sul fronte COVID-19

La lente della medicina di genere sul fronte COVID-19
Nell’era della medicina personalizzata, e nonostante la legge in vigore sulla medicina di genere, non si riscontra ancora l’attenzione diffusa del sistema sanitario nazionale e regionale al fatto che lo studio delle differenze di sesso e genere anche in corso di infezione da SARS-COV-2 potrebbe portare ad una maggiore appropriatezza nella pratica della cura e prevenzione dell’uomo e della donna fin dalle fasi iniziali dell’inquadramento clinico

Gentile Direttore,
le malattie infettive epidemiche accompagnano da sempre l’umanità e già nel 2007 l’OMS aveva segnalato che la stratificazione per genere avrebbe aiutato a vincerle1 e ciò sembra proprio vero per quando riguarda il Covid-19. Infatti se il contagio verso il virus SARS-CoV-2 non sembra differire nei due generi2, la prevalenza, la severità e la mortalità prevalgono negli uomini soprattutto nelle fasce di età oltre i 50 anni3 e 4. Ad esempio, in Italia si riporta che le donne decedute sono il 29% del totale e che esse sono meno anziane degli uomini (mediane: uomini 82 anni e donne 79 anni). In questo, la COVID-19 assomiglia alla SARS e alla MERS5.

Prima della pandemia da COVID-19, il gruppo della professoressa Klein della John Hopkins University aveva evidenziato che, in generale, le donne sono meno suscettibili a diverse infezioni virali sia per motivazioni di tipo biologico che sociale. D’altra parte è noto da molti anni che il sistema immunitario è differente nei due sessi. Diversi geni dell'infiammazione e delle reazioni immuno-correlate che controllano le risposte immunitarie innate e adattive si localizzano sul cromosoma X.


 


Quindi le donne, che ne hanno due, possono attivare un vantaggioso mosaicismo. Inoltre, l’immunità e l’infiammazione risultano essere, almeno in parte, controllate dagli ormoni sessuali6. Alcuni autori sostengono che la maggior resistenza alle infezioni virali delle donne e della maggiore incidenza e prevalenze di molte malattie autoimmuni nel sesso femminile, è proprio legata agli ormoni sessuali. Inoltre, le persone con diabete, ipertensione arteriosa, le persone immunodepresse e con malattie oncologiche presentano un quadro sintomatologico molto più grave che spesso sfocia in un esito fatale.

Per entrare nella cellula il virus utilizza l’enzima di conversione dell’angiotensina 2 (ACE2), codificato da un gene localizzato sul cromosoma X, con un meccanismo da approfondire.

Fino ad oggi non sono state descritte differenze tra i due sessi per quanto riguarda l’attività dell’RNA polimerasi e di “proteine invisibili” usate dal virus per mascherare il proprio RNA7. L’infezione da COVID-19 inoltre non sembra impattare negativamente su madre e feto e non ci sono evidenze di una trasmissione in utero, né durante l’allattamento. I parti dei pochi casi di madre positiva COVID-19 con polmonite, sono stati espletati quasi sempre con taglio cesareo non perché elettivo ma per le problematiche respiratorie in travaglio8.

Al momento, come è noto, non esiste una terapia specifica verso il COVID-19 anche se sui farmaci sono circolate numerose fake news. Per esempio, l’uso di integratori, come la vitamina C, e i rimedi omeopatici nella prevenzione e nella terapia non trova nessuna evidenza scientifica. D’altra parte si parla del presunto peggioramento indotto dai farmaci anti-infiammatori non steroidei in particolare ibuprofene, che non necessita di ricetta, anche se la notizia non è stata confermata dall’OMS9. Ci chiediamo se c’è una differenza nell’aderire alle fake news sui farmaci e integratori, tra uomini e donne visto che il loro consumo è maggiore nelle donne10.

Viste le numerose differenze nel sistema immunitario, del sistema polmonare e nella risposta ai farmaci tra uomini e donne11 a nostro avviso appare opportuno considerarle nella progettazione e nello sviluppo dei farmaci anti SARS-CoV-2 come prevede anche la legge3 del 201812.

Inoltre, è noto che i ruoli, le relazioni, le norme possono indurre comportamenti diversi tra uomini/ragazzi/anziani rispetto alle donne/ragazze/anziane. Ciò può modificare la vulnerabilità alla malattia e l’esposizione all’agente infettivo, alle vaccinazioni ed alle loro reazioni avverse nonché ai trattamenti e ai fattori di rischio 13, 14 e 15. Le donne, ad esempio, fumano meno rispetto agli uomini ed il fumo potrebbe essere un fattore di rischio per la gravità e mortalità di infezioni da SARS-CoV-216. Diversi studi hanno dimostrato finora la minore disponibilità (oltre il 30%) degli uomini sia a consultare i medici (anche in presenza di sintomi evidenti) che a seguire stili di vita salutari più salubri17. Pare che le indicazioni di questo periodo trovino uomini e donne disposti a rispettare allo stesso modo le regole igieniche e di comportamento. Potrà favorire un cambiamento stabile?

Infine, dobbiamo sottolineare che, dall’inizio del lockdown fino ad oggi, i reati, ivi compresi quelli legati violenza di genere, si sono ridotti in maniera drastica. Le denunce per violenze sessuali sono diminuite del 69%, i femminicidi sono quasi azzerati. I motivi di questo fenomeno sono ancora ignoti. Forse dipende dal controllo sociale derivato dalle restrizioni, la presenza continua di persone negli appartamenti vicini costituiscono fattore demotivante comportamenti violenti oppure, e speriamo che questo non sia il caso, le donne pur vittime di violenza siano nell’assoluta impossibilità o incapacità a denunciare chi in quel momento è costretto alla stessa convivenza? Rispondere a questo interrogativo è un impegno etico e scientifico che tutta la comunità deve assumere.

Nell’era della medicina personalizzata, e nonostante la legge in vigore sulla medicina di genere , non si riscontra ancora l’attenzione diffusa del sistema sanitario nazionale e regionale al fatto che lo studio delle differenze di sesso e genere anche in corso di infezione da SARS-COV-2 potrebbe portare ad una maggiore appropriatezza nella pratica della cura e prevenzione dell’uomo e della donna fin dalle fasi iniziali dell’inquadramento clinico.
 
Tiziana Bellini
Barbara Bramanti
Gloria Bonaccorsi
Alessandra Carè
Rosa Maria Gaudio
Donato Gemmati
Lamberto Manzoli
Maria Roberta Piva
Michele Rubini
Fulvia Signani
Katia Varani 
Flavia Franconi
Centro Universitario di Studi sulla Medicina di Genere Università di Ferrara

Centro Universitario Studi Medicina di Genere di Ferrara

30 Marzo 2020

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