Un medico che oggi lavora in un reparto oncologico italiano compete, senza saperlo, con un medico che lavora in un reparto oncologico di Pechino. Non per il singolo paziente che ha davanti, ma per le risorse, i dati, i trial clinici e le priorità che decideranno quali farmaci arriveranno prima, dove, e a quali condizioni. Me ne sono resa conto con chiarezza in una sala congressi affollata di chirurghi toracici provenienti da Cina, Stati Uniti, Francia, Austria, Giappone e Turchia, dove mi sono trovata a essere l’unica oncologa europea invitata. Non è un dettaglio biografico: è la fotografia di un mondo che si sta riorganizzando, e in cui l’Europa rischia di partecipare da spettatrice a un tavolo che altri stanno apparecchiando.
La geografia mondiale della medicina e della ricerca clinica sta cambiando rapidamente. La Cina investe in tecnologia, intelligenza artificiale, infrastrutture sanitarie e capacità di generare grandi quantità di dati, mentre negli Stati Uniti le politiche sanitarie e scientifiche stanno introducendo nuovi elementi di incertezza. Alla revisione delle priorità e dei finanziamenti destinati alla ricerca si affiancano infatti interventi sempre più orientati al contenimento della spesa farmaceutica e alla riduzione del costo dei medicinali. Obiettivi comprensibili sul piano della sostenibilità, ma le cui modalità di attuazione potrebbero incidere sulle strategie dell’industria, sugli investimenti nello sviluppo di nuovi farmaci e, più in generale, sugli equilibri internazionali della ricerca biomedica. In questo scenario, l’Europa deve interrogarsi con urgenza sulla propria capacità di rimanere competitiva, senza rinunciare ai principi di qualità, equità e tutela dei pazienti che caratterizzano i suoi sistemi sanitari.
La geopolitica entra, quindi, negli ospedali. Per decenni gli Stati Uniti hanno rappresentato il principale riferimento mondiale per la ricerca biomedica. Università, National Institutes of Health, grandi centri oncologici, industria farmaceutica e capitale privato hanno costruito un ecosistema capace di attrarre talenti e trasformare rapidamente le scoperte scientifiche in nuovi trattamenti. Le più recenti politiche statunitensi stanno tuttavia introducendo diversi elementi di discontinuità. Da un lato, l’incertezza sui finanziamenti pubblici, la revisione delle priorità scientifiche e il crescente condizionamento geopolitico delle collaborazioni internazionali; dall’altro, la volontà di contenere la spesa farmaceutica e ridurre i prezzi dei medicinali, intervenendo anche sui rapporti tra istituzioni pubbliche e industria. La sostenibilità della spesa e l’accessibilità dei farmaci rappresentano obiettivi condivisibili e ormai imprescindibili per tutti i sistemi sanitari. È però necessario valutare con attenzione il modo in cui tali politiche vengono realizzate. Interventi bruschi o scarsamente prevedibili possono influenzare gli investimenti delle aziende, modificare le priorità di sviluppo, ridisegnare la localizzazione degli studi clinici e alterare i flussi internazionali di capitale e innovazione. Quando la ricerca e lo sviluppo farmaceutico sono esposti a forti oscillazioni politiche e regolatorie, non vengono compromessi soltanto singoli progetti. Si interrompono programmi, si indeboliscono collaborazioni, si disperdono gruppi di lavoro e si modificano le strategie di imprese e investitori. Contemporaneamente, la Cina accelera. Investe nelle biotecnologie, nell’intelligenza artificiale, nelle infrastrutture sanitarie e nella capacità di condurre sperimentazioni cliniche. Dispone di grandi numeri, di processi spesso più rapidi e di una strategia orientata alla conquista di un ruolo sempre più centrale nella ricerca mondiale.
Ho avuto occasione di verificarlo personalmente in occasione del recente Congresso Internazionale di Chirurgia Toracica di Pechino 2026, che ha riunito oltre 400 specialisti per discutere di medicina di precisione, intelligenza artificiale, innovazione tecnologica e nuovi modelli assistenziali. Ho portato il punto di vista dell’oncologia medica all’interno di un confronto prevalentemente chirurgico, ma sempre più orientato alla multidisciplinarietà e all’integrazione tra competenze diverse. La visita agli ospedali e il dialogo con i colleghi cinesi mi hanno consentito di osservare da vicino una realtà sanitaria caratterizzata da volumi di pazienti molto elevati, ampia disponibilità di dati, forte investimento tecnologico e grande rapidità nell’adozione delle innovazioni. L’intelligenza artificiale, soprattutto in radiologia e nell’interpretazione delle immagini, è già correntemente inserita nella pratica clinica. Le dimensioni della popolazione consentono inoltre di osservare casistiche molto ampie, identificare rapidamente sottogruppi di pazienti e accelerare il reclutamento negli studi.
L’Europa rischia a questo punto di trovarsi compressa fra una potenza statunitense che sta ridefinendo il rapporto tra innovazione, finanziamento pubblico e sostenibilità della spesa farmaceutica e una Cina che continua ad ampliare con grande rapidità la propria capacità scientifica, tecnologica e industriale. Il confronto ha però mostrato anche un altro elemento importante. La forza di un sistema sanitario non si misura soltanto nella velocità o nella disponibilità tecnologica, ma anche nella capacità di organizzare percorsi assistenziali strutturati, verificabili e continuamente migliorabili. Da questo punto di vista, l’esperienza italiana ed europea presenta elementi di particolare maturità. Nel nostro Paese si sono progressivamente sviluppate unità organizzative multidisciplinari, come le Breast Unit e le Lung Cancer Unit, nelle quali specialisti diversi condividono le decisioni cliniche, definiscono percorsi omogenei e ne monitorano la qualità attraverso indicatori, audit periodici e processi di revisione. Non si tratta soltanto di riunire più professionisti intorno allo stesso tavolo, ma di costruire un sistema nel quale diagnosi, trattamento, supporto, follow-up e accesso alla ricerca siano inseriti in un percorso unitario, sottoposto a valutazione continua. Questo modello organizzativo ha suscitato particolare interesse nei colleghi cinesi, ai quali ho illustrato l’esperienza italiana della multidisciplinarietà oncologica e delle unità strutturate dedicate ai diversi tumori. È emersa con chiarezza la possibilità di una collaborazione non unidirezionale: possiamo apprendere dalla Cina la velocità di implementazione, la scala e la capacità di integrare rapidamente tecnologia e dati; allo stesso tempo, possiamo offrire un’esperienza consolidata nella governance dei percorsi, negli audit di qualità, nella multidisciplinarietà e nella centralità del paziente.
La sfida non è stabilire quale sistema sia migliore in assoluto, ma mettere in relazione punti di forza differenti. La Cina mostra una straordinaria capacità di innovare su larga scala. L’Europa dispone di una cultura organizzativa e clinica più strutturata nella definizione, nel monitoraggio e nel miglioramento dei percorsi. Il vero progresso nasce dalla capacità di coniugare queste dimensioni: maggiore rapidità nell’innovazione, ma all’interno di sistemi assistenziali misurabili, multidisciplinari e orientati agli esiti.
Tornata da Pechino, la domanda che mi porto in reparto non è se il nostro modello reggerà il confronto. È se sapremo restare curiosi abbastanza da imparare dagli altri senza perdere ciò che ci rende, ancora oggi, un punto di riferimento: mettere il paziente, e non la velocità, al centro del percorso di cura. È una scelta che si gioca non nei ministeri, ma in ogni singola unità multidisciplinare, in ogni audit, in ogni riunione in cui un medico decide di condividere una decisione invece di prenderla da solo.
Rossana Berardi
Prof. Ordinario di Oncologia, Università Politecnica delle Marche
Direttrice Clinica Oncologica, AOU delle Marche
Presidente eletta, Associazione Italiana di Oncologia Medica