Santa Sede: “Isterectomia lecita se è certificato che l’utero non sia più idoneo alla procreazione”

Santa Sede: “Isterectomia lecita se è certificato che l’utero non sia più idoneo alla procreazione”

Santa Sede: “Isterectomia lecita se è certificato che l’utero non sia più idoneo alla procreazione”
Lo ha chiarito la Congregazione per la Dottrina della Fede del Vaticano aggiornando un precedente parere del 1993. “L'intervento medico non può essere giudicato anti-procreativo, perché ci si trova in un contesto oggettivo nel quale non sono possibili né la procreazione né di conseguenza l'azione anti-procreativa”. IL TESTO INTEGRALE DEL PARERE.

“Asportare un apparato riproduttivo incapace di condurre a termine una gravidanza non può essere qualificato come sterilizzazione diretta, che è e resta intrinsecamente illecita come fine e come mezzo”, è quanto sottolinea la Congregazione per la Dottrina della Fede del Vaticano in un parere reso noto oggi.
 
Sulla liceità o meno per il credo Cattolico di effettuare un’isteroctomia la Congregazione si era già occupata nel 1993 sottolineando che essa è moralmente lecita quando l’utero “costituisce un grave pericolo attuale per la vita o la salute della madre£, mentre si riteneva illecita, in quanto modalità di sterilizzazione diretta, “l’asportazione dell’utero e la legatura delle tube (isolamento uterino) con il proposito di rendere impossibile un’eventuale gravidanza che può comportare qualche rischio per la madre”.
 
“Negli ultimi anni – sottolinea però la Congregazione – sono stati sottoposti alla Santa Sede alcuni casi, ben circostanziati, riguardanti anch’essi l’isterectomia, che si configurano tuttavia come una fattispecie differente da quella presa in esame nel 1993, perché riguardano situazioni in cui la procreazione non è comunque possibile”.
 
“L'elemento che rende essenzialmente differente l'attuale quesito – si legge ancora nel parere – è la certezza raggiunta dai medici esperti che, in caso di gravidanza, essa si interromperebbe spontaneamente prima che il feto arrivi allo stato di viabilità. Qui non si tratta di difficoltà o di rischi di maggiore o minore importanza, ma di una coppia per la quale non è possibile procreare”.
 
“L'oggetto proprio della sterilizzazione – si legge ancora – è l'impedimento della funzione degli organi riproduttivi e la malizia della sterilizzazione consiste nel rifiuto della prole: essa è un atto contro il bonum prolis”.
 
Nel caso contemplato nel nuovo quesito, invece, “si sa che gli organi riproduttivi non sono in grado di custodire un concepito sino alla viabilità, cioè non sono in grado di svolgere la loro naturale funzione procreativa”.
 
“Lo scopo del processo procreativo – scrive la Congregazione della Fede – è mettere al mondo una creatura, ma qui la nascita di un feto vivo non è biologicamente possibile. Perciò si è di fronte non già ad un funzionamento imperfetto o rischioso degli organi riproduttivi, ma ad una situazione in cui lo scopo naturale di mettere al mondo una prole viva non è perseguibile.”
“L'intervento medico non può essere giudicato anti-procreativo, perché ci si trova in un contesto oggettivo nel quale non sono possibili né la procreazione né di conseguenza l'azione anti-procreativa. Asportare un apparato riproduttivo incapace di condurre a termine una gravidanza non può dunque essere qualificato come sterilizzazione diretta, che è e resta intrinsecamente illecita come fine e come mezzo”, sottolinea ancora il parere.
 
“Il problema dei criteri per valutare se la gravidanza possa o non possa prolungarsi fino allo stato di viabilità è una questione medica. Dal punto di vista morale – nota comunque la Congregazione – si deve chiedere che sia raggiunto tutto il grado di certezza che in medicina è possibile raggiungere e, in questo senso, la risposta data è valida per il quesito così come esso in buona fede è stato posto”.
 
“Inoltre, la risposta al dubbio non dice che la decisione di praticare l'isterectomia sia sempre la migliore, ma solo che nelle condizioni sopra menzionate è una decisione moralmente lecita, senza perciò escludere altre opzioni (per esempio, il ricorso ai periodi infecondi o l’astinenza totale). Spetta agli sposi, in dialogo con i medici e con la loro guida spirituale, scegliere la via da seguire, applicando al loro caso e alle loro circostanze i normali criteri di gradualità dell'intervento medico”, conclude la Congregazione.

03 Gennaio 2019

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