Dopo un passato da segretario regionale del Tribunale per i diritti del Malato del Lazio, Giuseppe Scaramuzza ha assunto da pochi giorni l'incarico di coordinatore nazionale dell'articolazione di Cittadinanzattiva dedicata alla salute.
Da questa prima intervista, dopo la sua nomina del 16 luglio scorso, esce una fotografia della sanità italiana con forti preoccupazioni per "il riaffacciarsi" di problematiche inerenti l'accesso alle cure, l'equità e la qualità dei servizi sanitari. Tutta colpa di politiche sanitarie ormai affidate esclusivamente alla regia del ministero dell'Economia e quindi incentrate su logiche di contenimento della spesa anziché su una programmazione di sviluppo del Ssn. Ai medici e ai farmacisti dice: "No alla lotte corporative, ma disponibili per migliorare insieme il sistema".
Dottor Scaramuzza, dopo l’importante esperienza da segretario regionale del Lazio, ora avrà la responsabilità di guidare il Tdm nazionale. Quali obiettivi si è prefissato?
Cittadinanzattiva-Tdm vuole sempre di più incidere sul miglioramento della qualità di vita dei persone, siano essi italiani o stranieri, sani o malati, perché la qualità della vita esiste anche nella malattia. Ci ispiriamo al concetto di salute che ci ha trasmesso l’Organizzazione mondiale della Sanità e che significa benessere psico-fisico e diffusione di comportamenti virtuosi. Punteremo, quindi, sulla prevenzione. Mi preoccupano molto, ad esempio, i dati sull’obesità infantile.
Ma non arretreremo sulle storiche battaglie riguardo al servizio sociosanitario universale ed equo, perché c’è un diritto costituzionale che non può essere negato in nome della crisi e dei conti che non tornano. Vogliamo, attraverso la nostra attività di valutazione e controllo, contribuire a migliorare il Paese. L’auspicio è che il Governo torni al dialogo e all’ascolto con cui aveva iniziato il suo mandato ma che ha poi abbandonato nel corso dei mesi. Noi seguiremo il motto antico: “Non vogliamo sentirci ospiti, ma padroni di casa della Repubblica italiana”.
Il Tdm è nato nel 1980. Come è cambiata la vostra azione in questi 32 anni?
La nostra storia coincide praticamente con la nascita del Ssn, istituito con la legge 833 del 1978. La nostra azione, all’inizio, fu quindi incentrata sullo sviluppo per così dire “strutturale” del servizio sanitario, sul riconoscimento dei diritti primari e sull’umanizzazione dei servizi. Quelli erano anni in cui le stanze di ospedale erano camerate da una decina di posti letto, dove era un’impresa anche avere delle lenzuola pulite. Abbiamo aiutato a costruire il Servizio sanitario nazionale.
Un’altra delle prime iniziative, ad esempio, riguardò il diritto al gioco e alla presenza dei genitori nel reparto di Pediatria del San Camillo affinché i bambini, che venivano tenuti isolati e senza stimoli, avessero invece, anche nella malattia, una vita il più normale possibile.
In questi anni, seppure con alti e bassi, c’è stata una forte crescita del Ssn. E oggi siamo molto preoccupati di difendere gli obiettivi raggiunti, la qualità dell’assistenza e il Ssn stesso. In questi ultimi anni, infatti, si sono ricominciate ad affacciare tematiche davvero preoccupanti, come l’accessibilità e l’equità delle cure. Le ultime manovre, con la loro visione economicistica, stanno radicalizzando queste criticità e stanno facendo arretrare il sistema. Questa inversione di tendenza è da attribuire, secondo il mio parere, al fatto di avere ceduto la regia delle politiche sanitarie al ministero dell’Economia e delle Finanze. Il ministero della Salute è diventato un esecutore, che ora però deve riappropriarsi del suo ruolo.
La sanità ha subìto negli ultimi anni molti tagli e anche la spending review, secondo molti, altro non è che l’ennesima manovra di contenimento.
Ed infatti lo è. Chiamarla “spending review” è stata una trovata mediatica per rendere il colpo più gradevole, come si fece qualche anno fa cominciando a chiamare i ticket “compartecipazione alla spesa”. Di fatto, però, è una vera e propria manovra che rischia di incidere in maniera pesante sui servizi sanitari, perché le Regioni che si trovano già in difficoltà, specie quelle in piano di rientro, saranno ulteriormente penalizzate e anche le cosiddette “virtuose” si troveranno a fare i conti con un decreto che vuole tagliare in maniera lineare i servizi.
Noi siamo i primi a sostenere che c’è bisogno di maggiore controllo, di razionalizzazione della spesa e di lotta agli sprechi. Ma non si può pensare di fare ulteriori tagli quando è già stato azzerato il fondo per la non autosufficienza e gli investimenti. Non vediamo da parte del Governo una progettualità che, ripeto, deve partire dal ministero della Salute e non dal ministero dell’Economia, e che deve essere condivisa con le Regioni.
Citava le difficoltà delle Regioni. La sfida del federalismo sanitario secondo lei ha prodotto più danni che benefici?
Alcune Regioni hanno fatto molto, altre molto poco. Altre ancora hanno iniziato a inviare segnali positivi, come il Lazio, di più la Sicilia e ultimamente anche la Campania. Il fatto è che negli anni si sono accumulati sprechi, ricoveri inappropriati. Abbiamo assistito alla mancanza di programmazione e di potenziamento dei servizi sul territorio e, caso tutto italiano, all’assenza di verifiche oggettive degli atti e rimozione di chi non è stato capace di governare il sistema. Per anni, in Italia, abbiamo assistito a disparità di trattamento a seconda che il Governo e le Regioni avessero lo stesso colore politico o meno. È stato, insomma, una sorta di federalismo drogato.
Andando avanti con la accentuazione del ruolo del ministero dell’Economia, inoltre, le Regioni si sono trovate sempre più a operare con risorse inferiori.
Le Regioni non sono quindi state messe nelle condizioni di realizzare un buon federalismo?
Non voglio assolvere le Regioni, che hanno fatto poco e hanno approfittato del Governo amico. Ma ora la loro difficoltà è oggettiva. Alla fine, comunque, a pagare è sempre il cittadino.
Cittadini che invece non sono ancora mai riusciti, anche attraverso organizzazioni come il Tdm, ad avere un reale ruolo attivo nelle scelte di programmazione…
Non è vero. In alcuni casi abbiamo collaborato con le Asl e le istituzioni facendo emergere le problematiche, presentando istanze e proponendo soluzioni attraverso il nostro lavoro di audit civico e le nostre attività di monitoraggio e valutazione.
Ma le vostre segnalazioni si sono poi tradotte in atti politici?
Noi consegniamo agli uffici competenti le documentazioni raccolte. Poi sta a loro trasformarli in atti risolutivi. A volte è stato fatto, a volte no. Il nostro compito non può essere decisionale, ma con le nostre attività abbiamo scoperto situazioni che neanche gli uffici regionali conoscevano e questo, ad esempio nel Lazio, ha portato a importanti lavori di ristrutturazione e sviluppo di interi distretti.
Quali sono le criticità del Ssn contro le quali trovate più resistenza e difficoltà a sollecitare cambiamenti?
Ci sono enormi ritardi nello sviluppo del territorio e dell’assistenza a domicilio, in particolare per quanto riguarda la riabilitazione, che continua ad essere erogata con lunghi ricoveri ospedalieri quando sarebbe possibile realizzarla, con minori costi per il sistema e più soddisfazione per il cittadino, direttamente a domicilio o sul territorio.
Combattiamo da tempo contro la non uniformità di accesso ai farmaci nelle Regioni, specialmente in ambito oncologico. Ci sono situazioni in cui i farmaci non sono disponibili ed altre in cui vengono razionalizzati smezzando le quantità tra i pazienti. In certe parti di Italia il malato si trova ad elemosinare il farmaco di cui ha bisogno.
Ci preoccupa molto anche il blocco del turn over, perché questa tematica tipicamente sindacale finisce in realtà per creare problemi grandissimi per i pazienti. Il clima di tensione e di stress degli operatori è ormai molto evidente ed è inevitabile che la qualità delle cure ne risenta.
I medici, soprattutto negli ultimi tempi, hanno chiesto di non essere lasciati soli a difendere il Ssn e hanno invocato il sostegno dei cittadini. Cittadinanzaattiva e Tdm in alcune occasioni hanno promosso con i medici eventi ed iniziative, ma i cittadini non sono mai scesi in piazza a fianco dei medici. Come mai?
Anzitutto occorre usare cautela nel sostenere le proteste, evitando quelle corporative in difesa esclusiva della categoria. Inoltre lo sciopero e le manifestazioni di piazza non sono uno strumento che ci appartiene, anche perché gli scioperi finiscono sempre per creare difficoltà nella fruizione dei servizi da parte dei cittadini.
Abbiamo però condiviso lotte di sistema con i medici, gli infermieri o altri. Siamo uniti e sempre disponibili quando si tratta di migliorare il sistema.
La missione di Cittadinanzattiva-Tdm è di sensibilizzare le istituzioni con altri strumenti come le indagini e gli audit, oppure con azioni simboliche per porre l’attenzione su tematiche concrete e chiedere la rimozione degli ostacoli che ledono i diritti dei cittadini.
Nell’ultimo anno la politica sanitaria si è concentrata molto sulle farmacie, con un’ulteriore spinta alle liberalizzazioni. Qual è la sua opinione sulle preoccupazioni espresse dalla categoria riguardo alle politiche del Governo?
La farmacia è un presidio molto importante, grazie alla sua capillarità e facilità d’accesso. Siamo dell’idea che la farmacia debba diventare sempre di più un vero e proprio presidio sociosanitario, come era anche previsto dalla riforma della farmacia dei servizi. Purtroppo questa evoluzione sembra essersi fermata.
Per quanto riguarda la liberalizzazione, l’abbiamo sostenuta e condivisa anche perché, seppure un po’ azzoppata, ha permesso ai cittadini di usufruire di sconti reali su una serie di farmaci, soprattutto nelle coop e nei grandi supermercati.
Inglobare in servizio farmaceutico in punti vendita grandi e dai prodotti così variegati come i supermercati non rischia però di rendere ancora più difficile la realizzazione di altri servizi prettamente sanitari che potrebbero essere erogati in farmacia, come quelli per la prenotazione di analisi e visite specialistiche, di autoanalisi o di integrazione di altre prestazioni professionali?
Non vogliamo cancellare la farmacia e sosteniamo che le farmacie debbano evolvere, non arretrare. Anche perché l’Italia è un Paese fatto di micro Comuni e non si può pensare di sguarnire questi centri di un servizio importante come la farmacia, che possono invece rappresentare sempre più un presidio fondamentale per i cittadini per tutta una serie di servizi. Forse i farmacisti dovrebbe comunicare con più chiarezza ai cittadini i motivi delle loro preoccupazioni e delle loro insofferenza. Come nel caso dei medici, non siamo a favore delle lotte corporative, ma vogliamo collaborare con i farmacisti per migliorare il servizio. Con cui, peraltro, stiamo lavorando per elaborare una carta della qualità delle farmacie.
Tdm sta per “tribunale per i diritti del malato”. Tuttavia mi sembra che la vostra associazione non si sia mai accanita contro i casi di malasanità.
La nostra azione è di segnalazione continua delle situazioni che ledono i diritti dei cittadini. Ma in modo proattivo e non difensivo in senso legale. Il Tdm offre comunque una tutela integrata, cioè utilizzando varie forme di tutela, da quella sociale a quella legale. Che per noi è importante, ma non prioritaria. Quello che ci interessa principalmente è risolvere i problemi e le vere soluzioni richiedono interventi di sistema, non risarcimenti. Quando poi avviamo procedimenti legali, questi sono sempre preceduti da approfondite verifiche, perché riceviamo tante segnalazioni di presunti errori medici, ma siamo consapevoli che non sempre in questi casi ci sono le effettive basi per un’azione legale. Sicuramente chi ha motivi seri deve portare avanti la denuncia e siamo anche noi a sostenerlo, perché gli errori vanno sanzionati.
Come valuta la spinta alla denuncia a cui si assiste da alcuni anni, anche sollecitate da alcune associazioni?
Negativamente. Non credo peraltro che si tratti di associazioni ma di veri e proprio studi di legali. Non possiamo che essere contrari a questo fenomeno di cannibalizzazione del paziente il cui l’unico obiettivo è fare soldi. Come dicevo, i nostri obiettivi sono altri, sono la rimozione dei problemi dei pazienti. Vogliamo fare politica al di fuori della politica attraverso la tutela dei diritti dei cittadini e la promozione della partecipazione civica, perché non ci può essere tutela senza partecipazione. Il nostro motto è “fare i cittadini è il modo migliore di esserlo”. Sarebbe veramente sterile, secondo noi, fare semplice attività di tutela senza rendere il cittadino protagonista attivo della nostra missione.
Ed è per facilitare questa partecipazione e le azioni di pressione su tematiche specifiche che all’interno di Cittadinanzattiva-Tdm si sono creati gruppi per specifiche categorie come il CnAMC (Coordinamento nazionale delle Associazioni dei Malati Cronici)?
Certamente. Amiamo definirci una “rete di reti” che lavora intrecciando tutte le varie competenze che ci sono nel nostro Paese e valorizzando il punto di vista dei cittadini per metterlo a disposizione della comunità.