Verso le elezioni. Parlano i responsabili sanità dei partiti. Mandelli (FI): “Più territorio e un Servizio sanitario più accessibile a tutti”

Verso le elezioni. Parlano i responsabili sanità dei partiti. Mandelli (FI): “Più territorio e un Servizio sanitario più accessibile a tutti”

Verso le elezioni. Parlano i responsabili sanità dei partiti. Mandelli (FI): “Più territorio e un Servizio sanitario più accessibile a tutti”
"La sanità, durante la pandemia, si è rivelata un asset strategico per il Paese. Non solo per la tutela della salute, ma anche per la salvaguardia e il rilancio dell’economia, perché senza salute pubblica si blocca il Paese". Per questo si dovrà continuare a investire, non solo le risorse del Pnrr ma anche aggredendo quelle sacche di spesa improduttiva in modo da reindirizzare quelle risorse. E sulle farmacie: "La farmacia dei servizi non è il futuro, ma il presente. Un percorso già avviato su una strada destinata a essere messa sempre più in collegamento con le grandi arterie del Ssn".

Più territorio, meno ticket per le famiglie a basso reddito, lotta alle liste di attesa e un servizio sanitario che sia realmente più accessibile a tutti. Questo l’obiettivo del programma con il quale Forza Italia si presenta alle elezioni politiche del prossimo 25 settembre. Ad illustrarcelo in questa intervista a Quotidiano Sanità è il responsabile nazionale sanità, Andrea Mandelli.

Onorevole Mandelli, come riassumerebbe in poche righe le principali proposte di FI per la sanità contenute nel vostro programma?
Più territorio e più medicina di prossimità; più screening e più prevenzione; più esenzioni e meno ticket per le famiglie a basso reddito e le persone in difficoltà. Avendo sempre ben chiara l’esigenza di rafforzare i nostri ospedali e incrementare il personale sanitario per tagliare il fenomeno insopportabile delle interminabili liste d’attesa e la necessità di sfruttare le opportunità offerte dalla digitalizzazione e dalla telemedicina. In due parole: più territorio e un Ssn più accessibile a tutti.  

In un momento di crisi come quello attuale dove pensate di trovare le risorse necessarie per gli investimenti che prevedete di fare?
La sanità, durante la pandemia, si è rivelata un asset strategico per il Paese. Non solo per la tutela della salute, ma anche per la salvaguardia e il rilancio dell’economia, perché senza salute pubblica si blocca il Paese. Quindi non si tratta di trovare risorse per sostenere un costo, ma di investire in un settore fondamentale per il futuro. Ne discende che tutte le risorse aggiuntive che possono essere reperite o liberate oltre a quelle del Pnrr devono essere investite nella sanità e in tutto quello che le ruota attorno. Nel bilancio dello Stato ci sono ancora sacche di spesa improduttiva: dobbiamo reindirizzarla. Si tratta di un cambio di approccio culturale: l’Healthcare va inteso come volano indefettibile di crescita e di competitività, al pari delle nuove fonti energetiche o del digitale.      
  
La somministrazione delle quarte dosi sta procedendo a rilento, cosa proponete per dare un nuovo slancio alla campagna vaccinale?
È innanzitutto indispensabile una costante opera di informazione dei cittadini sul valore strategico e insostituibile della prevenzione vaccinale al fine di fronteggiare la pandemia. Sui vaccini circolano ancora troppe fake news, abbiamo il dovere di contrastarle affidandoci alla scienza e all’evidenza: è solo grazie all’immunizzazione che oggi possiamo convivere con il virus. E dobbiamo continuare a portare il vaccino sempre più vicino alle persone, come abbiamo fatto con il coinvolgimento delle farmacie.    

Dopo il successo di tamponi e vaccini in farmacia possiamo prospettare un’ulteriore implementazione della farmacia dei servizi?
La farmacia dei servizi non è il futuro, ma il presente. Le persone si rivolgono naturalmente ai farmacisti per risolvere piccoli problemi di salute quotidiani, per prenotare prestazioni specialistiche e ricevere vaccini e test “di prima istanza”, oltre che, naturalmente, per ritirare farmaci e altri presidi sanitari. L’esperienza del Paxlovid dimostra che la dispensazione dei farmaci sul territorio è la strada da percorrere per assicurare l’accesso alle cure da parte dei cittadini. E l’utilizzo diretto del pungidito da parte del farmacista apre a nuove possibilità diagnostiche. È un percorso già avviato, che procede spedito su una strada destinata a essere messa sempre più in collegamento con le grandi arterie del Servizio sanitario, quali la Medicina generale e l’ospedalità. 

Non sono mancate le consuete polemiche sul numero chiuso a medicina, pensate di riformare questo criterio di accesso?
È una scelta ormai ineludibile, ma non si può attuare spalancando le porte di Medicina in modo indiscriminato perché la qualità della formazione deve essere assolutamente preservata. Si tratta quindi di individuare meccanismi di ammissione più inclusivi, ancorati alla pianificazione dei fabbisogni e magari capaci di avviare una parte di studenti a professioni sanitarie per le quali sono più versati, ma che non siano per forza la specializzazione in una branca medica. Non dimentichiamo che la sanità di domani sarà fatta sempre di più da infermieri specializzati, biotecnologi, ingegneri biomedici e tanti altri professionisti, che forse oggi non riusciamo neanche a immaginare, ma che l’Università italiana deve essere in grado di intercettare e formare.  

Restando in tema di formazione, qual è il suo punto di vista sull’Ecm?
Un punto di vista fondato sull’esperienza diretta: i farmacisti, grazie ai corsi Ecm, hanno imparato a somministrare vaccini e effettuare tamponi. Se interpretata in modo intelligente, la formazione continua, in sanità, è un motore di crescita professionale e di trasformazione del Ssn. Per questo ritengo che si debba proseguire sulla strada tracciata dalla Federazione degli Ordini dei Farmacisti, privilegiando un aggiornamento professionale incentrato sulle reali esigenze lavorative dei professionisti della salute e sulle sfide concrete che ci lancia l’attualità. Coerentemente, è necessario mettere a punto un sistema di assegnazione dei crediti fondato non tanto sulla quantità delle ore di formazione, ma piuttosto sulla qualità delle competenze conseguite e sull’aderenza delle tematiche trattate alle reali esigenze del presente. 

Pensa sia possibile un intervento normativo per sanare la questione dei rimborsi per gli ex specializzandi?
Per gli ex specializzandi è azionabile, direttamente in via giurisdizionale, un diritto ormai riconosciuto dai massimi livelli della giurisprudenza comunitaria. Ciò significa che è un dovere di giustizia, per il prossimo Esecutivo, approfondire se sulla base di questo riconoscimento della Corte UE sia possibile metter mano a un provvedimento generale, tramite una norma ad hoc. Io ritengo che un provvedimento simile sia auspicabile perché abbiamo la responsabilità di sanare anche la situazione di tutti gli specializzandi che non percepiscono un trattamento economico durante il percorso di specializzazione. Una discriminazione ingiustificata, che dev’essere eliminata soprattutto per non mortificare una professionalità sempre più specialistica, articolata e integrata nel team di cura delle malattie più complesse e severe.  

Giovanni Rodriquez

Vedi le altre nostre interviste in vista delle elezioni del 25 settembre: Zampa (PD), Ricciardi (Azione), Castellone (M5S), Gemmato (FdI)

Giovanni Rodriquez

23 Settembre 2022

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