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Intervista a Carlo Palermo (Anaao): “I nostri ospedali sono a pezzi, mancano 10mila medici e abbiamo pochi posti letto. Se non si investe subito rischiamo una mortalità peggiore di quella del Covid. I soldi del Mes vanno usati”

di Giovanni Rodriquez

"Noi stiamo rischiando di avere una mortalità uguale, se non superiore, a quella del Covid-19 legata a patologie ordinarie. Parlo, ad esempio, delle patologie cardiovascolari tempo dipendenti, per le quali è stato già registrato un incremento netto del 10% di mortalità. Vi è poi un ritardo enorme negli screening per i tumori. E sono stati rinviati circa 400.000 interventi chirurgici. Serve un incremento del 20-30% dell'attività ordinaria". E sul nuovo contratto: "Vanno raddoppiate le risorse in modo da ridurre il gap retributivo tra medici italiani ed europei"

09 GIU - Il peggio, forse, non è alle spalle. E a destare preoccupazione non è più il solo Covid. Le patologie comuni trascurate in questi ultimi mesi a causa dell'emergenza potrebbero presentare il conto nei prossimi mesi facendo registrare una mortalità superiore a quella del Covid. Per recuperare visite, screening ed interventi chirurgici rinviati, una classe medica già fortemente provata da questo periodo di emergenza dovrebbe riuscire ad incrementare del 20-30% l'attività ordinaria. 
 
A lanciare l'allarme, in quest'intervista è il segretario nazionale dell'Anaao Assomed, Carlo Palermo.
 
Dottor Palermo, lasciataci alle spalle la fase più critica dell'emergenza Covid-19, quali sono a suo parere le priorità sulle quali puntare per la Fase 3?
C'è l'urgenza di concentrarsi molto di più sugli ospedali. C'è stata, giustamente, una grande attenzione sul potenzialento del territorio per riuscire intercettare e curare tempestivamente i nuovi casi, anche in vista di una ipotetica possibile nuova ondata nei prossimi mesi. Ho invece l'impressione che non sia stata ancora ben colta un'altra emergenza: noi stiamo rischiando di avere una mortalità uguale, se non superiore, a quella del Covid-19 legata a patologie ordinarie. Parlo, ad esempio, delle patologie cardiovascolari tempo dipendenti, per le quali è stato già registrato un incremento netto del 10% di mortalità. Vi è poi un ritardo enorme negli screening per l'individuazione precoce dei tumori. Sono stati rinviati circa 400.000 interventi chirurgici. Ci sono pazienti che arrivano in ritardo in ospedale perché, ovviamente, almeno nei primi mesi dell'emergenza hanno preferito non recarsi in ospedale per paura dei contagi.

 
E gli ospedali sono in grado di farsi carico di tutto questo?
Il problema è che abbiamo una classe medica ospedaliera che ha avuto uno stress test micidiale in questi mesi, sia sotto il profilo del disagio lavorativo che sotto il profilo psicologico. In questo contesto si carica un ulteriore problema di incremento del lavoro. Dobbiamo inoltre aggiungere che i dovuti processi di sanificazione, tra un paziente e l'altro, dilatano il tempo necessario per le visite. Alla luce di tutto ciò, per recuperare i controlli, gli screening e gli interventi si dovrebbe riuscire ad aumentare del 20-30% l'attività ordinaria. Senza dimenticare che il personale deve anche recuperare le ferie bloccate.
 
Come riuscirci?
Tanto per cominciare servirebbe un ripristino pieno delle dotazioni organiche. I medici sono circa 110.000, ed il 40% dovrebbe andare in pensione nei prossimi 5-6 anni. Consideriamo che rispetto al 2009, ossia il punto massimo della curva delle assunzioni nel Ssn, abbiamo 9.000 unità in meno tra dirigenti medici e sanitari. E la risposta che è stata data in emergenza, tra il Decreto Cura Italia e quello Rilancio, è stata del tutto inadeguata: circa 4.000 assunzioni 'usa e getta', con contratti libero professionali. Sono pochissimi quelli che hanno avuto un contratto a tempo determinato.
 
Quindi la prima cosa da fare quale dovrebbe essere?
Stabilizzare questi colleghi, quantomeno con contratti a tempo determinato per portarli poi ad un concorso per il tempo indeterminato. E bisogna ulteriormente allargare questa prima platea. Perché serve il personale per seguire i 3.500 posti in più di terapia intensiva ed i 4.225 posti di terapia subintensiva, di cui il 50% sarà dotato di ventilatori da usare in caso di necessità. I nostri calcoli parlano di almeno ulteriori 4.000 assunzioni necessarie tra rianimatori, internisti, pnumologi, medici di malattie infettive e medici di pronto soccorso. Dobbiamo poi aumentare la dotazione di posti letto almeno del 10% se non vogliamo rimanere in coda alle classifiche europee. Possiamo quindi dire che sarà necessario assumere 10.000 medici per un investimento di 1,1 miliardi. Non bastano certo i 240 milioni previsti dal Decreto Rilancio. Anche per questo penso sia assolutamente necessario aderire alle risorse economiche messe a disposizione dal Mes.
 
Non avete dubbi, quindi, sulla necessità di aderire al Mes Covid
Assolutamente no, quei soldi servono anche per le assunzioni di cui parlavamo prima, per ristrutturare il Servizio sanitario nazionale e gli ospedali, anche sotto il profilo della loro messa in sicurezza. Vanno poi rinnovate le tecnologie che abbiamo nelle strutture. E va risolto l'imbuto formativo. Abbiamo la possibilità di ottenere un finanziamento assolutamente necessario per il Servizio sanitario nazionale a tassi ridicoli. L'Italia si finanzia, ad oggi, con un tasso che è 15 volte superiore a quello del Mes. Alcuni hanno calcolato un risparmio di circa 700 milioni l'anno. In questo modo, inoltre, si potrebbe avviare un meccanismo di stimolo economico che potrebbe diventare un volano per la ripartenza del Pil e del Paese. Bisogna però sapere come spendere quelle risorse, serve un progetto chiaro su come usarle. Vi è poi un ultimo elemento che non possiamo non cosiderare.
 
Quale?
Il trattamento economico. Tutti parlano di aumento della remunerazione degli operatori ma nessuno lo fa concretamente. È necessario limitare il differenziale esistente rispetto agli altri Paesi dell'Europa occidentale. Bisogna assumere da un lato, formare dall'altro, ma anche remunerare in modo adeguato. Un'idea molto semplice è la seguente: partire dal prossimo contratto 2019-2021, che vale, in base agli attuali indici di incremento annuale, circa 1,1 miliardi al lordo delle ritenute fiscali e degli oneri previdenziali riflessi. La proposta è questa: raddoppiamo questa cifra portandola a 2,2 miliardi ma defiscalizzando l'incremento in busta paga. Così riusciremo a ridurre il gap tra lo stipendio dei medici italiani e quello dei colleghi dell'Europa occidentale. Questa è una proposta percorribile che mettiamo sul tavolo. C'è poi un ultimo passaggio sulla formazione.
 
Ossia?
Va superato, come dicevamo, l'imbuto formativo. Questa piaga che ci trasciniamo da troppi anni. Non c'è però bisogno solo di incrementare posti di specializzazione, ma bisogna passare ad  un diverso paradigma: da un contratto di formazione ad un contratto di formazione lavoro collegato ad un'apposita area della dirigenza medica sanitaria in modo da poter trasferire sui giovani colleghi specializzandi le tutele previdenziali, sindacali e assicurative che sono previste dal contratto della dirigenza medica. Tutto questo è ovviamente leagato all'individuazione di una rete di teaching hospitals che vada a sostenere le incrementate esigenze di formazione post laurea.
 
Giovanni Rodriquez

09 giugno 2020
© Riproduzione riservata


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