Un Servizio sanitario nazionale che continua a spendere più di quanto viene finanziato, con un divario destinato ad arrivare a 11 miliardi di euro nel 2028, mentre il peso del Fondo sanitario rispetto al Pil scenderà fino al 5,9%. E, contemporaneamente, un sistema chiamato a trovare personale e risorse correnti per far funzionare Case della Comunità, Ospedali di Comunità, Centrali operative territoriali e servizi domiciliari costruiti con i fondi del Pnrr.
È il quadro tracciato dalle Regioni nel documento illustrato oggi dal coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni e assessore alla Sanità dell’Emilia-Romagna Massimo Fabi, nel corso dell’audizione davanti alla Commissione Affari sociali della Camera nell’ambito dell’indagine conoscitiva sull’attuazione dei Livelli essenziali di assistenza e sull’erogazione delle prestazioni sanitarie nelle Regioni.
Il primo allarme riguarda le risorse. Dopo l’aumento del finanziamento del Ssn a 142,905 miliardi nel 2026, pari a 6,369 miliardi in più rispetto al 2025, la crescita rallenterà drasticamente: nel 2027 il Fondo salirà a 143,909 miliardi, appena 1,004 miliardi in più (+0,7%), mentre nel 2028 raggiungerà 144,778 miliardi, con un incremento di soli 869 milioni (+0,6%). Una dinamica che, avvertono le Regioni, non consente una programmazione sanitaria pluriennale in grado di sostenere il rilancio del sistema.
Ancora più significativo il dato sul rapporto con il Pil: il finanziamento passerà dal 6,15% del 2026 al 6% nel 2027 fino al 5,9% nel 2028. Secondo il documento, portare stabilmente il Fondo sanitario al 7% del Pil richiederebbe circa 20 miliardi di euro in più ogni anno nel triennio 2026-2028.
E c’è un altro numero che fotografa la tensione sui conti: la previsione della spesa sanitaria risulta costantemente superiore alle risorse disponibili, con un differenziale di 7 miliardi nel 2026, 7,9 miliardi nel 2027 e fino a 11 miliardi nel 2028. Una situazione che, secondo le Regioni, dimostra un “sottofinanziamento” strutturale del Servizio sanitario nazionale e finisce per trasferire una quota crescente dell’onere sui bilanci regionali.
A pesare è inoltre il fatto che una quota sempre maggiore degli incrementi del Fondo sia vincolata a specifici interventi nazionali. Nel 2026 i finanziamenti vincolati superano i 6 miliardi, contro i 2,6 miliardi del 2024. Per le Regioni questo meccanismo limita la capacità di adattare gli investimenti alle diverse realtà territoriali e va superata anche la logica dei tetti separati per farmaci, personale e dispositivi, favorendo invece una gestione più flessibile delle risorse.
Dopo il Pnrr il nodo è far funzionare le strutture
Una parte centrale del documento riguarda il futuro della Missione 6 Salute del Pnrr. A fine 2026 sarà sostanzialmente completata la realizzazione delle nuove strutture territoriali, ma il vero problema sarà garantirne l’operatività.
Le Regioni ricordano che il Pnrr ha fissato target pari a 1.038 Case della Comunità, 307 Ospedali di Comunità e 480 Centrali operative territoriali, oltre all’assistenza domiciliare per 842 mila over 65 e alla telemedicina per 300 mila pazienti. Dal prossimo anno, però, serviranno risorse strutturali per finanziare personale, beni e servizi e mantenere a regime il nuovo livello di assistenza.
Particolare preoccupazione viene espressa sull’assistenza domiciliare: nel periodo 2022-2025 sono stati investiti circa 3 miliardi di euro di risorse Pnrr, che hanno consentito nel 2025 a tutte le Regioni di raggiungere lo standard di almeno il 10% degli over 65 assistiti a domicilio. Ma il programma si è esaurito a fine 2025 e, salvo circa 250 milioni residui per il 2026, non è stata garantita continuità finanziaria per gli anni successivi.
Personale, Regioni: basta tetti, serve un piano straordinario
L’altra grande emergenza è quella del personale. Le Regioni chiedono il superamento definitivo dei tetti di spesa, sottolineando come il meccanismo annunciato con il decreto Liste d’attesa del 2024 non abbia ancora trovato piena attuazione.
Nel documento si propone un vero piano straordinario di assunzioni, accompagnato da un incremento delle borse per specialisti e medici di medicina generale. Viene richiamata in particolare la carenza di infermieri, il cui numero in Italia è oltre il 20% inferiore alla media europea, oltre alle difficoltà nelle specialità più critiche come medicina d’urgenza, anestesiologia e medicina generale. Le Regioni chiedono inoltre un aumento delle retribuzioni e maggiori prospettive di carriera per rendere nuovamente attrattivo il lavoro nel Ssn.
Nel capitolo ospedaliero vengono proposti anche bonus strutturali e indennità per chi lavora nei Pronto soccorso e nelle sedi periferiche, piani straordinari di reclutamento per emergenza e chirurgia e un incremento delle retribuzioni delle professioni sanitarie in linea con la media Ocse.
Farmaci: spesa a 24,9 miliardi. “Rivedere rimborsabilità e Prontuario”
Sul fronte farmaceutico le Regioni segnalano che nel 2025 la spesa ha raggiunto 24,938 miliardi, in aumento del 5,4% rispetto al 2024, con un’incidenza del 18,42% sul Fondo sanitario e uno sfondamento complessivo del tetto del 3,12%.
Il nodo principale resta la spesa per acquisti diretti, arrivata a 17,221 miliardi e superiore di circa 4,7 miliardi rispetto al tetto programmato. Il relativo payback a carico delle aziende viene stimato in oltre 2,3 miliardi.
Le Regioni chiedono quindi un’azione complessiva che passi dalla revisione della rimborsabilità, dalla possibile esclusione di categorie a basso valore terapeutico, dall’appropriatezza prescrittiva, dal riallineamento dei prezzi all’interno delle categorie terapeutiche, dalla promozione di equivalenti e biosimilari e dall’aggiornamento del Prontuario farmaceutico nazionale e dei canali distributivi.
Non viene inoltre condivisa la riduzione di 140 milioni l’anno del Fondo per i farmaci innovativi, passato da 1,3 miliardi a 1,160 miliardi dal 2026.
Capitolo aperto anche sui dispositivi medici: per il periodo 2019-2025 non è stata ancora definita la modalità di ripiano. Le Regioni chiedono quindi il riavvio immediato del Tavolo sul payback e, contestualmente, una nuova governance che consenta di superare l’attuale sistema.
Mobilità sanitaria da 4,7 miliardi: “Evitare che diventi una necessità”
Nel documento trova spazio anche la mobilità sanitaria. Nel 2024 il suo valore ha raggiunto circa 4,7 miliardi di euro, confermando la forte attrattività delle Regioni del Centro-Nord, in particolare Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Toscana, nei confronti dei pazienti provenienti soprattutto da Calabria, Campania, Puglia, Sicilia e Abruzzo.
Per le Regioni la mobilità deve continuare a rappresentare un diritto per l’accesso alle prestazioni di alta specialità, ma non può trasformarsi in una necessità dovuta all’incapacità del territorio di residenza di garantire cure ordinarie. Per questo servono politiche di riequilibrio, investimenti in infrastrutture, tecnologie e personale e accordi bilaterali tra Regioni per governare i flussi.
Piani di rientro, proposta una via d’uscita dopo 2-3 anni di risultati
Le Regioni chiedono anche di rivedere il meccanismo dei Piani di rientro, ricordando che in alcune realtà sono attivi da quasi vent’anni. Oggi interessano Abruzzo, Calabria, Lazio, Molise, Puglia e Sicilia, mentre la Campania ne è uscita nel marzo 2026; il commissariamento riguarda il solo Molise dopo l’uscita della Calabria nell’aprile scorso.
La proposta è introdurre formalmente criteri per l’uscita dai Piani: equilibrio economico-finanziario, valutazione sufficiente nei tre macro-livelli Lea o un percorso costante di miglioramento certificato dagli indicatori del Nuovo Sistema di Garanzia per un periodo continuativo di due-tre anni.
Ospedali, aggiornare il DM 70 e integrarlo con il DM 77
Uno degli interventi più significativi riguarda poi la revisione del DM 70 del 2015 sugli standard ospedalieri. Le Regioni non ne chiedono il superamento, ma un aggiornamento capace di tenere conto dell’invecchiamento della popolazione, delle nuove tecnologie, della carenza di professionisti e della riforma territoriale prevista dal DM 77.
La proposta è introdurre margini di flessibilità che consentano alle Regioni di modulare alcuni standard sulla base di criteri oggettivi quali orografia, aree interne, densità abitativa, tempi di percorrenza e caratteristiche epidemiologiche. Centrale anche il riconoscimento delle reti cliniche come elemento strutturale della programmazione e il progressivo passaggio da una valutazione basata soprattutto sui volumi a una fondata su esiti, qualità e appropriatezza.
La richiesta finale è quella di costruire un quadro normativo unitario che integri DM 70 e DM 77, accompagnato da un finanziamento stabile per il funzionamento di Case della Comunità, Ospedali di Comunità e Cot e dalla revisione dei vincoli sul personale.
Il messaggio consegnato da Fabi alla Camera è dunque netto: senza maggiori risorse finanziarie e professionali, il rischio è che gli investimenti realizzati con il Pnrr non riescano a tradursi in servizi effettivamente accessibili ai cittadini. Per le Regioni la programmazione sanitaria deve poter contare su un quadro finanziario “certo e pluriennale”, necessario per investire nella qualità, nell’innovazione e nel capitale umano e per preservare la natura pubblica e universale del Servizio sanitario nazionale.