Lesioni cartilaginee
“Tra queste si distinguono quelle più superficiali, che tendono a progredire verso la degenerazione, e quelle più profonde che raggiungono l'osso subcondrale (vascolarizzato) e possono "guarire" attraverso la formazione di un tessuto fibrocartilagineo di tipo cicatriziale”, ha spiegato. “Proprio queste lesioni sono diventate di grande attualità in ambito sportivo interessando principalmente quegli atleti che praticano sport ad alto impatto. In questi atleti, che con grande frequenza vanno incontro a traumi del ginocchio, si riscontrano lesioni della cartilagine articolare variabili dal 36 al 50%, di cui circa il 15-20% asintomatiche.
Diverse sono le possibilità di intervento per il trattamento di queste lesioni:
– Terapia conservativa non chirurgica: consiste in una terapia farmacologica a base di integratori orali, la Viscosupplementazione mediante infiltrazioni endo articolari di acido ialuronico, l’applicazione di campi magnetici elettro pulsanti e l' approccio biologico che cerca di sfruttare le capacità di auto guarigione mediante l’iniezione intra articolare di Plasma Ricco in Piastrine (P.R.P.) ottenuto dal sangue dello stesso paziente;
– Terapia chirurgica: vi si ricorre nei casi più gravi o nel fallimento della terapia conservativa. Le procedure possono essere ricondotte a 4 categorie:
— Palliativa: consistente nella regolarizzazione in artroscopia delle superfici cartilaginee lesionate, eliminando le irregolarità e le sfrangiature della lesione ed indetriti prodotti. I risultati risultano limitati e soprattutto temporanei;
— Riparativa: anche nota come tecnica delle "microfratture", consiste nell’effettuate nella zona del difetto cartilagineo, numerose piccole perforazioni controllate con idonei e specifici strumenti allo scopo di ottenere il sanguinamento dell' osso sotto condrale. Il midollo osseo che, contiene cellule mesenchimali, le diffonde attraverso le perforazioni effettuate nell'area danneggiata formando un "super coagulo", il quale forma gradualmente nuovo tessuto. Tuttavia il nuovo tessuto è formato da cartilagine cicatriziale di tipo fibrocartilagineo, con caratteristiche meccaniche diverse ma pur sempre accettabili;
— Sostitutiva: prevede la ricostruzione del difetto cartilagineo mediante cilindri di osso ricoperti di cartilagine prelevati da zone di minor carico della articolazione e trasferiti "press-fit" con tecnica artroscopica dentro fori di alloggiamento nel difetto stesso. In tal modo la zona viene colmata con cartilagine ialina del paziente;
— Rigenerativa: è in questo campo che l’innovazione e l’evoluzione biotecnologica stanno raggiungendo risultati fino a poco tempo fa impensabili. Partendo dalla tecnica originale di Petersen che prevedeva il trapianto delle cellule condrocitarie, si è giunti alle nuove tecniche di bioingegneria tessutale che oltre alla coltura dei condrociti autologhi ne prevede il loro reimpianto su Scaffold, supporto o matrice di origine biologica o sintetica ad impalcatura tridimensionale, atto a contenere, sostenere, indirizzare e stimolare le cellule verso la produzione di nuova cartilagine. Sebbene i risultati siano buoni, oltre l’80% e i prelievi bioptici abbiano dimostrato la formazione di cartilagine simil ialina, cioè molto vicina a quella naturale, questa metodica rende tuttavia ancora necessari due interventi con problematiche gestionali e di costi elevati.
“Per questo motivo la direzione attuale è quella di seguire il "One Step Surgery" che sinteticamente può essere divisa in due tipi di trattamento”, ha spiegato Coari. “ Da una parte si utilizzano le cellule mesenchimali provenienti dal midollo osseo, dall'altra si sfrutta il solo Scaffold, in particolare nei difetti ossei, attraverso nuove tecniche di bioingegneria tessutale”.
In conclusione, ha spiegato “due sono le tecniche attuali più sofisticate impiegate per il trattamento di difetti della cartilagine limitati: il prelievo di cellule staminali dall'ala iliaca e il reimpianto con utilizzo scaffold; l’utilizzo di scaffold biomimetici senza cellule prelevate. Al contrario l’applicazione di cellule mesenchimali nel trattamento delle lesioni cartilaginee, seppur molto popolare e promettente, rimane per ora un campo di applicazione confinato in ambito di sperimentazione clinica e controllata.
“La particolare struttura architettonica ma soprattutto l’assenza di vascolarizzazione fanno si che la cartilagine possieda una limitatissima capacità riparativa, ed è per questo che nel tempo si era sviluppata la convinzione che le lesioni cartilaginee fossero praticamente impossibili da curare”, ha concluso Coari. “Tuttavia grazie alle innovative tecniche di artroscopia è oggi possibile garantire nell’80% dei casi un ritorno all’attività sportiva agli stessi livelli precedenti alla lesione”.
20 Settembre 2013
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