Ubaldi (Genera): “Crisi demografica ormai strutturale, su PMA serve patto tra scienza, società e istituzioni”
“I nuovi dati ISTAT fotografano con nitidezza una crisi demografica che ha da tempo superato i confini dell’emergenza, per assumere i contorni di una trasformazione strutturale. In questo scenario la Procreazione Medicalmente Assistita non rappresenta più solo una risposta clinica all’infertilità di coppia, ma diventa un presidio essenziale della sanità, una delle poche contromisure attualmente disponibili per contrastare il declino della natalità”. A commentare i dati del Rapporto annuale 2025 dell’Istat pubblicato oggi è Filippo Maria Ubaldi, ginecologo e direttore scientifico del gruppo Genera cui fanno capo 7 centri specializzati in medicina della riproduzione in tutta Italia.
“Al 1° gennaio 2025 – ricorda Ubaldi – la popolazione residente in Italia è scesa a 58,9 milioni, proseguendo quel lento ma costante calo iniziato nel 2014. Il saldo naturale resta profondamente negativo: nel 2024 si sono contati 651mila decessi contro appena 370mila nascite, con un saldo di -281mila unità. Dietro questo squilibrio c’è una combinazione di fattori che agiscono in sinergia: da un lato la continua riduzione delle donne in età fertile — oggi poco più di 11,4 milioni, ben 2,4 milioni in meno rispetto al 2008 — dall’altro il crollo della fecondità, scesa al minimo storico di 1,18 figli per donna. Ma ancora più rilevante è il dato culturale e sociale: la genitorialità viene sistematicamente rinviata, con età media al primo figlio sempre più vicina ai 35 anni”.
“L’ISTAT – sottolinea l’esperto – ci dice che tra il 2005 e il 2022, i trattamenti di PMA sono aumentati del 72,6%, e il tasso di successo è raddoppiato, passando dal 16,3% al 32,9%. Questo non è un dato casuale, ma il frutto di un investimento crescente in tecnologie, competenze e conoscenze scientifiche. Oggi l’età media delle donne che diventano madri grazie alla PMA è di 38 anni, contro i 32 delle gravidanze naturali. Negli ultimi due decenni la PMA è diventata sempre più sofisticata ed efficace, ma non possiamo ignorare che a fronte di un aumento dei trattamenti, cresce anche la complessità dei casi clinici. Le donne che arrivano oggi nei nostri centri sono spesso più avanti con l’età, con riserva ovarica ridotta, talvolta portatrici di patologie croniche. Questo richiede protocolli personalizzati, approcci multidisciplinari e una grande attenzione non solo alla riuscita clinica, ma anche al benessere psicofisico delle pazienti”.
“Fondamentale, in questo percorso è il ruolo della ricerca scientifica, che rappresenta la vera leva strategica per migliorare l’accesso, aumentare l’efficacia e garantire sicurezza. Senza una costante attività di ricerca — clinica, di laboratorio, epidemiologica — non avremmo oggi tassi di successo che in alcuni centri superano il 90% per ciclo. La ricerca è ciò che trasforma la PMA da terapia di nicchia a opzione riproduttiva matura e sostenibile. Ma se la medicina può fare molto, da sola non basta. Serve un nuovo patto tra scienza, società e istituzioni. La PMA deve essere pienamente integrata nelle strategie di salute pubblica, deve essere sostenuta economicamente e culturalmente, e deve coesistere con un’educazione alla fertilità che parta già dalle scuole e coinvolga attivamente le nuove generazioni. Solo così potremo sperare di invertire la rotta e restituire un futuro demografico all’Italia”, conclude.
21 Maggio 2025
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