Alle radici del demansionamento dei professionisti sanitari

Alle radici del demansionamento dei professionisti sanitari

Alle radici del demansionamento dei professionisti sanitari
Il fenomeno non può essere semplificato con una serie di prescrizioni generali da osservare, ma è molto legato anche ad una questione culturale e di identità disciplinare.

Qual è il sottile filo rosso che lega Striscia la notizia, Guido Tersilli, l’infermiera Mimma e il tema del demansionamento in ambito sanitario? E quanto la comunicazione e lo storytelling delle professioni di cura hanno inciso e incidono nelle pratiche deprofessionalizzanti e demansionanti che sempre più diventano materia di contesa giurisdizionale?

Il fenomeno, infatti, non può essere semplificato con una serie di prescrizioni generali da osservare, ma è molto legato anche ad una questione culturale e di identità disciplinare.

Nel diritto del lavoro, è ormai assodato che il demansionamento consiste nell’assegnare al lavoratore compiti inferiori rispetto alla sua qualifica di appartenenza, o anche nel non assegnargli alcuna funzione, con relative perdite di chance.

Al demansionamento illegittimo derivano in capo al datore di lavoro obblighi risarcitori di diversa natura, non ultimo il “danno morale” che riguarda la lesione dell’immagine e della dignità personale e professionale (recenti sentenze citano a questo proposito la lesione del diritto fondamentale del lavoratore alla libera esplicazione della sua personalità nel luogo di lavoro tutelato anche dall’articolo 4 della Costituzione).

Deprofessionalizzante e demansionante è quindi un processo di lavoro che non favorisce l’attuazione della giurisdizione professionale dell’operatore sanitario o che lo obbliga all’ordinario svolgimento di attività improprie in mancanza di una corretta pianificazione assistenziale, ovvero se a questo obbligo è correlato (anche) un venir meno un processo intellettuale di pianificazione dell’attività, di attuazione di interventi specifici e di valutazione e misurazione dei risultati. Insomma: queste attività improprie hanno sottratto tempo utile ad altro?

Una nuova narrazione del fenomeno del demansionamento – stiamo parlando di questo, non del diritto giuridico professionale – dovrebbe orientarsi sul “vogliamo fare questo!” piuttosto che “non vogliamo fare quest’altro”.

Un uso corretto della comunicazione e dello storytelling riferito alle professioni di cura non può certo eliminare questi fenomeni ma può mutare le condizioni, spesso culturali e profonde, che ne permettono lo sviluppo. Un aspetto delicato, che necessita di un percorso di consapevolezza che veda protagonisti i professionisti sanitari in prima istanza.

Come si può pensare che una certa filmografia degli anni Settanta su medici cialtroni e infermiere ammiccanti non abbia lasciato qualche cicatrice nell’ambiente lavorativo che ha poi accolto, negli anni successivi, generazioni di professionisti che avevano studiato duramente per avere l’onore di indossare quello stesso camice e quella stessa divisa usata sul set da Alberto Sordi “medico della mutua” interessato solo ai suoi intrallazzi o da Gloria Guida che interpretava a modo suo il concetto di “turno di notte” in corsia da parte di giovani infermiere?

Il demansionamento è spesso figlio del pregiudizio e il pregiudizio si nutre di stereotipi. Per questo motivo, anche il tg più visto in Italia, Striscia la notizia, non sembra essere esente da colpe quando, negli anni Novanta, tutte le sere, faceva entrare nelle case della nazione l’immagine della maggiorata infermiera sexy Angela Cavagna, destando proteste vibranti di medici e infermieri.

E sicuramente era una demansionata (che a sua volta incitava al demansionamento e alla dequalificazione) l’infermiera Mimma, interpretata da Lucia Ocone a partire dal 2015, in collegamento da un fantomatico (ma realmente esistente) Umberto I di Roma per la seguitissima trasmissione domenicale della Rai “Quelli che il calcio”.

Stigmatizzare queste rappresentazioni iper-semplificate e macchiettistiche delle professioni sanitarie non è dunque una mera battaglia corporativa, per difendere l’onore e l’onorabilità di un camice o di una divisa.

È una battaglia culturale che mira a sottrarre brodo di coltura per il germe del demansionamento, che si annida proprio in quelle situazioni e che rischia di penalizzare seriamente il lavoratore che – dopo essersi duramente formato, svolto il tirocinio ed aver ricevuto l’abilitazione professionale – inizia a “interpretare” nella vita reale quel ruolo mal rappresentato per decenni da cinema e tv.

Un datore di lavoro poco attento, poco sensibile e poco lungimirante, potrà quindi, magari anche solo inconsapevolmente, attingere a quell’immaginario distorto quando, nell’organizzazione della sua azienda, andrà a delineare il perimetro di azione delle proprie risorse umane, usando a sproposito quello stesso filo rosso che parte dal taschino del camice del primario Guido Tersilli e finisce in quello dell’infermiera Mimma.

Silvestro Giannantonio
Responsabile Comunicazione Fnopi

Silvestro Giannantonio

04 Luglio 2024

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