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Questione medica. Per una nuova rilevanza sociale del ruolo medico

Il governo del cambiamento spetta a noi, senza trascurare l’esigenza, che il mondo medico ha, di simboli identitari in cui riconoscersi, e da cui trovare la spinta, lo spirito e l’orgoglio di agire e appartenere. Sono convinto che si debba rilanciare con forza la cultura del concetto di tempo clinico. E sono convinto che si debba rilanciare la suggestione di trovare una casa comune del medico in cui si magnifichi la qualità del ben operare e il senso di sicurezza sociale

24 APR - Non solo curare bene, ma parlare meglio e ascoltare di più, pena l’irreversibile riduzione del proprio ruolo nella società. È questa la via che sembra obbligata per la classe medica italiana alle prese con la più grave crisi d’identità della sua storia moderna, dal tempo del giuramento di Ippocrate ad oggi.

Messo alla prova dal cambiamento accelerato dei profili di conoscenza ― che la rivoluzione digitale e l’evoluzione autogena dell’intelligenza artificiale stanno determinando ― il mondo medico sta rapidamente prendendo consapevolezza, sulla propria pelle, della necessità di adattarsi efficacemente a un nuovo rapporto medico-paziente. La concorrenza rischia di essere con gli algoritmi, che possono essere molto efficienti nella definizione delle diagnosi mentre l’interazione con la nuova democrazia di conoscenza al tempo degli internauti si fa spesso ruvida.

Recuperare il senso, prima ancora del peso, del proprio ruolo autorevole nella società evoluta appare una necessità cruciale. I medici sono ormai costretti tra innumerevoli professioni sanitarie, elevate ope legis allo stato di tutrici del superiore interesse collettivo, e le derive economicistiche centrate sulla gestione della professione in nome del corretto e fondamentale pareggio di bilancio.


Accanto a questi fattori vanno anche considerati il ruolo sempre più importante delle società di capitali, che sono finalizzate al profitto, e l’effetto dirompente della consulenza a distanza della medicina telematica. Tutto ciò mentre cresce enormemente la domanda di salute, il bisogno di cure efficaci e con esse il complesso e remunerativo mondo della white economy.

Il futuro che ci si prospetta è molto complicato, dunque. Qualcuno diceva: “È troppo grande il cielo per capirlo al volo”. Ma l’onda o si surfa oppure se ne rimane travolti. E allora è tempo di migliorare il rapporto empatico con la persona che soffre. Su quest’operazione dal lato della ʻcoscienza ʼ va centrato il cambiamento, non dimenticandosi ovviamente della ʻscienzaʼ e del rigore metodologico. In questa prospettiva l’intelligenza artificiale va utilizzata come amplificatore di conoscenza e di competenza, assicurandoci di governare il processo dell’apprendimento automatico, e cioè la capacità della macchina di apprendere da sola elaborando gli algoritmi man mano che riceve più informazioni.

Insomma, prendendo spunto da quanto ha detto Tim Cook, Ceo di Apple, in un suo intervento ai giovani del Mit, non ho paura delle macchine che pensano come l’uomo, ma degli uomini che si riducono a pensare come automi trascurando valori e compassione. La scienza ― per continuare con la traccia suggerita da Cook ― è una ricerca nel buio, in cui è l’umanità la candela che ci mostra la via giusta: la tecnologia da sola non basta se non è unita alle arti liberali e alle scienze umanistiche.

Il governo del cambiamento spetta a noi, senza trascurare l’esigenza, che il mondo medico ha, di simboli identitari in cui riconoscersi, e da cui trovare la spinta, lo spirito e l’orgoglio di agire e appartenere. Sono convinto che si debba rilanciare con forza la cultura del concetto di tempo clinico: tutto il tempo necessario per sostanziare un rapporto e una relazione di fiducia tra la persona che ha un problema di salute e quella che si propone di aiutarlo. Relazione fatta di disposizione all’ascolto paziente, di comunicazione efficace e comprensiva, di atteggiamento empatico.

E sono convinto che si debba rilanciare la suggestione di trovare una casa comune del medico in cui si magnifichi la qualità del ben operare, il valore dell’atto professionale e il senso di sicurezza sociale che deve caratterizzare la finalità di questo agire.
 
Alberto Oliveti
Presidente della Fondazione Enpam

24 aprile 2018
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