Coronavirus e Pma. Siru: “Prorogare di 6 mesi i limiti di età della donna”

Coronavirus e Pma. Siru: “Prorogare di 6 mesi i limiti di età della donna”

Coronavirus e Pma. Siru: “Prorogare di 6 mesi i limiti di età della donna”
Ma anche riaprire centri Pma dopo il lockdown, anteporre la sicurezza per i pazienti e gli operatori agli interessi economici e attivare in via definitiva i Lea già previsti nel nomenclatore del 2017, per i trattamenti di riproduzione medicalmente assistita, e mai attivati. Queste le richieste della Società Italiana della Riproduzione Umana

Una proroga di almeno 6 mesi dei limiti di età delle donne, (che variano da 43 anni a 50 anni da regione a regione), sia per l’accesso ai percorsi terapeutici di riproduzione medicalmente assistita, sia per la prescrivibilità dei farmaci.


 


Questa la richiesta che arriva dal Direttivo della Società Italiana della Riproduzione Umana (Siru) alla luce della sospensione delle attività di Riproduzione Medicalmente Assistita dovute al lockdown. Per gli esperti bisogna considerare i tempi per la riorganizzazione di tutto il sistema delle terapie con le dovute e necessarie garanzie di sicurezza e qualità, il tempo di preparazione e svolgimento dei protocolli terapeutici e infine il tempo per smaltire il naturale allungamento delle liste di attesa, conseguenza della improvvisa sospensione dei trattamenti.


 


“Anche il mondo della Riproduzione medicalmente assistita, a partire dai pazienti, ha dato il proprio contributo a contrastare la pandemia da coronavirus con la sospensione di tutti i trattamenti a partire dallo scorso marzo – dichiara in una nota il direttivo della Siru – una Decisione responsabile ma non facile, che ha creato un vuoto nei progetti di genitorialità di migliaia di coppie italiane. Secondo quanto emerge dai colloqui delle task force anti covid messe a disposizione dagli esperti Siru, la richiesta principale dei pazienti si fonda sulla paura di perdere i diritti di accesso alle terapie riproduttive assistite”.


 


Per la Siru occorre quindi riaprire i centri Pma dopo il lockdown, ma “il quadro di riferimento deve essere la garanzia che nessun paziente e nessun operatore dei centri di medicina e biologia della riproduzione debba essere esposto ad un alto rischio di contagio per sé stesso e per gli altri”.
“Non possiamo assolutamente rischiare di vanificare il sacrificio collettivo, che tutti, a partire dalle coppie, stiamo compiendo – prosegue la nota – un ritorno all’aumento della diffusione del virus potrebbe, al contrario delle aspettative, ritardare ulteriormente i progetti genitoriali delle coppie e mettere a rischio la salute dei pazienti, degli operatori e di tutta la comunità oltre che minare profondamente la credibilità di coloro che spingono in questa direzione per motivazioni estranee alla buona pratica medica e legate verosimilmente a conflitti di interessi tra il loro ruolo e gli interessi privati ”.
 
Per questo, gli operatori della Pma della Siru propongono una serie di azioni da attuare a breve e a lungo periodo:
la ripresa delle attività relative ai nuovi trattamenti di Rma in concomitanza (e non prima) della revoca delle misure estreme di distanziamento sociale (lockdown) legate alla alta diffusione del virus nella popolazione

– la proroga di almeno 6 mesi per accedere ai trattamenti di Pma e alla prescrizione dei farmaci anche se la donna abbia nel frattempo raggiunto i limiti di età previsti per usufruire dell’assistenza garantita con il sistema sanitario pubblico.
 
Inoltre, la Siru propone anche misure da attivare al termine del lockdown. In primo luogo, consiglia di evitare gli spostamenti tra diverse regioni per ricorrere a trattamenti di Pma, che metterebbero a rischio i pazienti stessi e gli operatori. Sono numerose le numerose coppie (circa il 30%) che ricorrono alla mobilità passiva, eseguendo i trattamenti in strutture fuori della propria regione, per cui si chiede di favorire l’accesso alle coppie nei centri, anche privati della propria regione, attraverso varie forme di sostegno economico rivolte alle stesse coppie. Questa soluzione contribuirebbe a superare il problema dei costi di mobilità passiva e delle liste di attesa che rischiano di accumulare ritardi di anni e diventare ingovernabili.


 


Infine, la Siru propone in questo momento di emergenza e di ulteriore perdita di nascite, di attivare in via definitiva i Lea già previsti nel nomenclatore del 2017, per i trattamenti di riproduzione medicalmente assistita, e mai attivati, per ricominciare con un rilancio della società a partire dalle nascite, uniformando l’accesso alle cure sull’intero territorio nazionale.

15 Aprile 2020

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