Medici e pace. Fnomceo: “Investire nella sanità contro il riarmo”

Medici e pace. Fnomceo: “Investire nella sanità contro il riarmo”

Medici e pace. Fnomceo: “Investire nella sanità contro il riarmo”

La Federazione lancia una campagna per denunciare l’impatto della crescita della spesa militare sui sistemi sanitari e rilancia il Manifesto “Medici e Pace”. Anelli: “La salute pubblica non può essere una voce residuale nel bilancio dello Stato, metterla al centro del cambiamento sociale”

“Aumentiamo gli investimenti nella difesa. Della salute”.

È questo il claim della nuova campagna social della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri: nell’immagine, diffusa sui canali social – Facebook e, da pochi giorni, anche Instagram – della Federazione, si vedono alcuni medici guardare, a testa alta, verso l’orizzonte. Sullo sfondo, la sede di Bruxelles del Parlamento europeo, a sottolineare l’impegno congiunto dei professionisti dei diversi paesi a tutela dei servizi sanitari. Il payoff è, infatti, “I medici, insieme, per il diritto alla salute di tutti”.  

La campagna fa parte – unitamente a una scheda a firma del Presidente, Filippo Anelli – di una strategia multicanale messa in campo dalla Fnomceo per veicolare un messaggio semplice quanto importante: nei Paesi dove aumentano le spese militari, si riducono gli investimenti per la sanità

Non si tratta di un’equazione astratta: mentre conflitti armati si moltiplicano e le alleanze militari alzano i propri obiettivi di spesa, i bilanci pubblici sono messi sotto una pressione crescente. E quando le risorse sono limitate, le scelte di priorità hanno conseguenze concrete e pressanti sulla vita delle persone.

“La ricerca scientifica – scrive Anelli – ha studiato a fondo il rapporto tra spesa militare e spesa sanitaria. I risultati sono chiari, documentati e, per chi tiene alla salute pubblica, preoccupanti”.

“Uno studio – prosegue – pubblicato sulla rivista Defence and Peace Economics, basato su dati provenienti da 197 paesi nel periodo 2000-2013, ha dimostrato che ogni aumento dell’1% nella spesa militare corrisponde a una riduzione dello 0,62% nella spesa sanitaria pubblica. I ricercatori hanno utilizzato tecniche statistiche avanzate per escludere spiegazioni alternative e stabilire un rapporto di causa ed effetto: le due voci di spesa non si riducono per ragioni esterne indipendenti: è la crescita della spesa militare a comprimere quella per la salute.

“Questo effetto – aggiunge ancora il Presidente Fnomceo – riguarda tutti i paesi, ma colpisce in modo più acuto quelli a reddito più basso. Per le nazioni a reddito medio-basso, un aumento dell’1% della spesa militare provoca un calo dello 0,96% nella spesa sanitaria: quasi un rapporto uno a uno. Per i paesi a reddito medio-alto, il calo è dello 0,56%. Inoltre, mentre i bilanci per la difesa raggiungono livelli storicamente elevati, a causa dell’escalation dei conflitti in Medio Oriente, in Ucraina e altrove, le conseguenze sono ben visibili nel quotidiano di una persona su sei al mondo, essendo questa la percentuale di persone che vivono oggi in zone di conflitto attivo. Ma c’è di più, perché i conflitti non si limitano a sottrarre risorse alla sanità: la distruggono direttamente. Le evidenze relative al periodo 1990-2017 collegano i conflitti a circa 29,4 milioni di morti in eccesso dovute a cause indirette, come la distruzione dei sistemi sanitari”.

“Il nostro SSN – constata Anelli – è da anni in difficoltà crescente. La spesa sanitaria pubblica italiana è andata diminuendo: le previsioni del Governo per il 2026 la collocano al 6,1% del prodotto interno lordo, in parallelo con la crescita delle risorse destinate alla sanità privata convenzionata e della spesa sostenuta direttamente dai cittadini per l’acquisto di servizi sanitari privati (out of pocket). In controtendenza, la spesa per la difesa è cresciuta in modo significativo. In Italia, tra il 2013 e il 2023, la spesa militare è cresciuta del 26% e quella per l’acquisto di armi del 132%, mentre la spesa pubblica totale è aumentata di appena il 13%, con incrementi dell’11% per la sanità e del 3% per l’istruzione”.

E la situazione potrebbe peggiorare.

“Per l’Italia raggiungere il nuovo obiettivo NATO del 5% sul PIL in dieci anni – spiega – vorrebbe dire aumentare la spesa militare di una media di 40 miliardi di euro all’anno in più rispetto alla proiezione di costi con il livello attuale intorno al 2%. Per capire la dimensione di questa cifra, i 40 miliardi annui aggiuntivi equivalgono al budget combinato di diversi ministeri: più di quanto l’Italia spende oggi per l’università e la ricerca, quasi quanto destina all’istruzione, o pari all’intero fondo sanitario nazionale di alcune regioni del Sud. Con i target NATO che salgono verso il 3,5% o addirittura il 5% del PIL, il rischio di sottrarre risorse agli investimenti sociali cresce in modo significativo”.

“Per uscire dall’impasse – conclude Anelli – molte voci sollecitano la necessità di formulare un progetto politico che rimetta la salute e i servizi collettivi di welfare al centro del cambiamento sociale, creando consapevolezza e ricostruendo una narrazione alternativa che abbia la pace come obiettivo realistico e non utopistico. Medici, operatori sanitari e cittadini hanno il diritto – e la responsabilità – di partecipare attivamente a questo dibattito, portando i dati scientifici al centro delle scelte politiche. La comunità scientifica è chiara: la salute pubblica non può essere una voce residuale nel bilancio dello Stato. La sfida odierna è il potenziamento e la riqualificazione della sanità pubblica, in una visione sistemica del modello di salute e di cura, nel segno del rilancio dell’universalismo. La salute – come recita l’articolo 32 della Costituzione – è un fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.

La Fnomceo si è già espressa sul tema in maniera ufficiale con due documenti.

Nel luglio 2025, gli Ordini dei Medici di sei paesi europei – tra cui l’Italia – hanno sottoscritto la “Carta di Roma: la Salute come investimento strategico”, promossa proprio dalla Fnomceo. Il documento propone all’Unione Europea l’introduzione di una “clausola di resilienza sanitaria” che consenta agli Stati di destinare risorse aggiuntive alla salute senza violare i parametri di bilancio europei, riconoscendo la spesa sanitaria come un investimento strategico per il futuro e non come un costo da tagliare. La Carta ricorda anche che ogni euro di spesa sanitaria pubblica genera quasi due euro di valore economico prodotto, a dimostrazione che investire in salute significa investire nel benessere collettivo.

Nel marzo 2026, la stessa Fnomceo ha approvato il Manifesto “Medici e Pace”, sottoscritto nell’ambito del convegno “Curare senza paura” a Perugia. Il documento afferma con chiarezza che i sistemi sanitari pubblici e universalistici sono “infrastrutture di pace”: rendono i diritti reali, quotidiani e condivisi, mentre la guerra ne rappresenta la negazione. I medici firmatari si impegnano a sostenere sistemi sanitari pubblici, solidali e universalistici, a tutelare i pazienti più fragili in ogni contesto e a rifiutare la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti.

17 Aprile 2026

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