Scompenso cardiaco. L’infermiere nell’educazione al self care

Scompenso cardiaco. L’infermiere nell’educazione al self care

Scompenso cardiaco. L’infermiere nell’educazione al self care
Sono proprio loro a scoprire che l’80% dei pazienti non segue adeguatamente le cure con ricadute negative non solo sull’efficacia delle terapie ma anche sui costi del trattamento. Se ne è discusso in un workshop organizzato a Roma dal Collegio Ipasvi.

Gli infermieri misurano il livello di self care dei pazienti cardiopatici italiani e scoprono che l’80% non segue adeguatamente le cure, con conseguenze negative sull’efficacia delle terapie e sui costi del trattamento. È quanto emerso dal workshop organizzato a Roma dal Collegio Ipasvi il 4 giugno scorso, sul tema “Aggiornamenti nel self care del paziente con scompenso cardiaco”.
Protagonista dell’incontro la statunitense Barbara Riegel, docente di Scienze Infermieristiche alla University of Pennsylvania ed editor del Journal of Cardiovascolar Nursing. La Riegel ha illustrato le ultime acquisizioni scientifiche sul tema e lo strumento messo a punto dal suo gruppo di ricerca per misurare il grado di self care nei pazienti affetti da questa patologia, un protocollo adottato oggi in 30 Paesi.

Lo scompenso cardiaco, nelle forme conclamata e asintomatica, colpisce in Italia circa 3 milioni di persone (quasi il 5% della popolazione generale). Ne soffrono soprattutto gli anziani ultra 75enni, con la percentuale che sale fino al 10% del totale. La ricerca effettuata dalla professoressa Riegel su un campione di 1.192 pazienti italiani affetti da scompenso cardiaco per la misurazione del grado di self care calcola che circa l’80% dei malati non è in grado di aiutarsi in modo appropriato nella gestione della terapia.
Le conoscenze consolidate dalla letteratura scientifica internazionale confermano che un self care inadeguato produce un abbassamento della qualità di vita e un aumento della riospedalizzazione del paziente e dell’utilizzo dei servizi di emergenza, con un sensibile aggravio dei costi sostenuti dal Servizio Sanitario Nazionale.

L’esperienza messa a punto in questi anni dalla Riegel ha prodotto un modello di self care che esalta i benefici della terapia e riduce notevolmente il rischio di complicazioni. Consiste nel monitorare giornalmente i sintomi, controllare la presenza di edemi agli arti inferiori e l’aderenza ai trattamenti terapeutici con l’assunzione regolare dei farmaci prescritti, intervenendo sui sintomi in caso di riacutizzazione della malattia.
Il workshop apre uno scenario importante per la formazione degli infermieri ai quali compete un ruolo chiave nell’educazione del paziente alla pratica del self care e nell’istruzione dei familiari a supportarlo in tal senso. Infatti, i dati sulla realtà italiana presentati dalla Riegel forniranno la base per un imminente studio finanziato dal Cecri (Centro di eccellenza per la cultura e la ricerca infermieristica) che punta a migliorare il livello di self care nei pazienti con scompenso cardiaco educandoli alle migliori pratiche.

“Un confronto importante per la nostra comunità professionale con una delle maggiori autorità scientifiche in questo campo – ha commentato Gennaro Rocco, presidente del Collegio Ipasvi di Roma – L’iniziativa rientra nei nostri programmi di alta formazione infermieristica e lavoriamo molto per produrre linee guida e orientamenti che migliorino l’assistenza ai pazienti e la loro qualità di vita. Il tema del self care nello scompenso cardiaco, in particolare, incide profondamente sull’aderenza alle terapie e sull’efficacia stessa delle cure, risultando perciò uno strumento prezioso”.

06 Giugno 2013

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