Ssn. Tra “luddismo” e saggezza di Salomone, come  salvare la nostra sanità.

Ssn. Tra “luddismo” e saggezza di Salomone, come  salvare la nostra sanità.

Ssn. Tra “luddismo” e saggezza di Salomone, come  salvare la nostra sanità.
Intanto i medici sono identificati come “categoria anomala” all’interno della pubblica amministrazione, costituiscono un bersaglio e, per paradosso, l’esperienza di cui sono portatori, la profonda conoscenza, guadagnata negli anni, delle forme in cui si manifesta la malattia, è elevata a somma malattia essa stessa. 

Qualche giorno fa in un articolo su questo stesso giornale paragonavo i governanti tagliatori di teste e di ospedali agli operai che nei secoli scorsi si scagliarono sulle macchine su cui lavoravano, in un nonsense solo apparente. Questi ultimi perché ridotti essi stessi a macchine, nel disperato tentativo di rivendicare l’identità e la dignità del loro lavoro; i primi, i moderni controllori della complessa macchina della sanità, divenuti i più accaniti distruttori della stessa.
 
I controllori/amministratori della sanità sono da tempo, ormai, degli analfabeti di quel governo clinico cui ogni giorno si appellano, incapaci di distinguere il grano dal loglio, e tradizionalmente ostinati a non cambiare il verso berlusconiano di un Non-Ministero telecomandato da Viale dell’Astronomia. Incapaci di coniugare il verbo delle cure, adusi a tutte le acrobazie del caso per continuare ostinatamente nella direzione più facile e comoda. Abuso di linguaggio dell’Economia in assenza di linea politica, i tagli lineari della spesa, i letti che scompaiono per trasformarsi in barelle, l’acqua sporca degli sprechi (il sottogoverno delle regioni) buttata via insieme col bambino (una Sanità ai primi posti al mondo riguardo a tutti gli esiti, nonostante).
 
I medici, categoria anomala, variegata e divisa per definizione, da tempo nelle ridotte del pascolo della pubblica amministrazione, costituiscono più di tutte le altre professioni un facile bersaglio. L’esperienza di cui sono portatori, la profonda conoscenza, guadagnata negli anni, delle forme in cui si manifesta la malattia, è elevata a somma malattia essa stessa. E la sua unica terapia è la rottamazione: termine, mutuato dal gergo automobilistico, oggi applicabile anche ai professori universitari. Rottamare le idee, gli insegnamenti, l’esperienza: è possibile? Questa, dei professori indignati che protestano di fronte alla ghigliottina dell’età, sembra però aver colpito la furia iconoclasta della classe politica, il cui tirar dritto non esclude un cedimento al rispetto del ruolo, più che dell’età, appunto. Ma si tratta, anche nel caso dei professori, di medici, che, se pur portatori della mission della didattica e della ricerca, da tempo insistono insieme agli ospedalieri figli di un Dio minore (ma non vengono tutti dalla stessa università?) nello stesso Ssn , due popolazioni in un solo “paese”.
 
Da lungo tempo le recriminazioni sono reciproche: da una parte un migliore status economico lamentato dagli universitari, dall’altra una giurisdizione assoluta da ogni controllo lamentata dagli ospedalieri. Di oggettivo, in questa guerra tra poveri (ricordiamo la misera spesa per la salute, ricordiamo le fatiscenti università, che meriterebbero ben più nobili battaglie) ci sono solo, sotto gli occhi di tutti, gli esiti: da una parte una Sanità che ancora molti paesi, europei e non, ci invidiano; dall’altra (tranne sparute eccezioni) Formazione e Ricerca fanalino di coda in Europa e nel mondo.
 
E allora c’è qualcosa che non va in questo sistema Universitario da riformare profondamente. Le sue carenze sono tali e tante che il premio-riconoscimento della preziosità dell’esperienza solo ai professori rischia solamente di riaccendere la vecchia Intifada tra i due popoli/due stati, che viene riproposta frantumata in due diverse e diversamente riconosciute esperienze. Quella del medico è preziosa sempre, e come tutte le esperienze non dovrebbe essere rottamabile, oppure si può rinunciare a tutte. Preziose allora sono anche le vite dei ricercatori, una gran parte del personale universitario, passate a lavorare, ed insegnare(troppo spesso al posto dei professori! ma questa è un’altra storia), definizione nobile di una categoria di medici paria che non gode né dei diritti dei Professori, né dei diritti dei Dirigenti medici del Ssn.
 
Così si rischia, invece che mettere in sicurezza tutti gli artefici degli ottimali livelli di assistenza del Paese, di alimentare, se ancora ce ne fosse bisogno, una artificiosa disparità di opportunità che a parole tutti condanniamo. Molte cose si potranno fare da domani, appena il Parlamento avrà smesso di dare spettacolo, ma tra quelle serie che riguardano tutta la popolazione in nome della quale si legifera (le politiche!, i luoghi di cura, le speranze di guarigione), derubricare per favore la distruzione del patrimonio della salute. Passando per il riconoscimento di pari dignità ai suoi protagonisti, quei medici cui non giova l’inserimento di graduatorie nella qualità dell’esperienza stabilite per decreto.
 
Un Ministero così attento agli effetti collaterali della fecondazione assistita si ispiri piuttosto alla saggezza di Salomone di fronte alle due madri che si contendevano lo stesso bambino. Il bambino/sanità è troppo importante per tutti perché sopravviva dimezzato: si farà avanti, prima o poi la vera madre, che rinuncerà a volerlo per sé perché continui ad esistere, ed a crescere?
 
Sandra Morano
Ginecologa Ricercatrice Università degli Studi Genova 

Sandra Morano

06 Agosto 2014

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